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We Are Who We Are – I percorsi come espressione dell’identità

Il 9 ottobre, We Are Who We Are ha fatto il suo esordio su Sky. La prima serie televisiva firmata Luca Guadagnino è incentrata su un gruppo di adolescenti americani alle prese con la vita all’interno di una base militare statunitense situata vicino a Chioggia.

La serie si concentra in particolare sul rapporto tra Fraser, figlio del nuovo generale capo Sarah, e Caitlin, figlia del sotto-ufficiale Richard.

We Are Who We Are di Guadagnino mette in scena i percorsi della ricerca di sé nell'età incerta dell'adolescenza.
Fraser (Jack Dylan Grazer) – We Are Who We Are

L’aspetto più notevole dell’opera sta nella scrittura poiché si discute il linguaggio seriale dalle fondamenta. La narrazione fluida, senza climax o cliffhanger, quasi distratta e girovagante, coinvolge lo spettatore in maniera limpida, con una lealtà descrittiva che illumina anche i personaggi secondari.

È una scelta coraggiosa e di grande verità: finalmente un teen drama spogliato dai sentimentalismi artificiosi della scrittura adulta.

Non c’è una trama granitica, un concatenamento causa-effetto inespugnabile, e per una serie, è un dato epocale: c’è solo l’esistenza, il vorticare comportamentale di un periodo di vita senza pace e certezze. Ogni episodio ha lo stesso titolo, Qui e Ora, come se fossimo alle prese con un lungometraggio di otto ore. La reiterazione dello stesso titolo, non solo discute l’esigenza del ‘definirsi’, ma offre uno sguardo coerente e intelligente sul formato dell’opera, in bilico tra linguaggio cinematografico e seriale.

Se We Are Who We Are rifiuta di circoscriversi in una forma istituzionale precostituita, allo stesso modo, Fraser e Caitlin, rifiutano qualsiasi delimitazione identitaria, a partire dal nome.

Britney ruba i documenti d’identità a Fraser. Sono fondamentali all’interno di una base militare, piena di recinzioni, posti di blocco, barriere e finestre da cui sbirciare gli altri. La base militare, con le conformità dei suoi spazi uguali e limitati, fatica a contenere il vagabondaggio dei due protagonisti, a conformarli nelle delimitazioni.

We Are Who We Are di Guadagnino mette in scena i percorsi della ricerca di sé nell'età incerta dell'adolescenza.
Caitlin/Harper (Jordan Kristine Seamón)

In questo senso, questa è una serie di percorsi: alla fluidità della forma seriale corrisponde la vorticosità dei tragitti dei due protagonisti. La base è quello che Marc Augè definirebbe come non-luogo, ovvero uno spazio privo di valori di identità, storia e relazione. La base militare è stata costruita con una funzione precisa e coatta: non può essere considerata una comunità, ma piuttosto una collettività di funzioni, di pedine.

I soldati nelle loro file perfette abbozzano una società di militi ignoti, di corpi senza volto, in cui i due protagonisti non si riconoscono. Sono due volti nuovi, atipici, distinti dalla massa, come quelli dei protagonisti di Anomalisa di Kaufman. Sono la personificazione dell’oltre, l’uscita dal semplicismo da tiro alla fune, in cui chi tira più forte vince, nella condanna alla bidimensionalità.

Il loro vagabondare altro non è che la tridimensionalizzazione della loro ricerca interiore.

Rifiutano di inserirsi nella biunivocità dell’ambientazione e sono indifferenti alla lotta tra due famiglie con valori opposti, uno schema narrativo che discende da Montecchi e Capuleti (e come in Shakespeare, «Harper è un nome per un sacco di cose»).

Fraser, refrattario ai percorsi predefiniti, alle linee rette, si aggira per il campus senza cicerone. La sua andatura è personalizzata, quasi satiresca, goffa, asimmetrica. È la proiezione motoria del suo non conformarsi, della sua dolorosa ricerca identitaria. Anche Caitlin ha un modo di spostarsi tutto suo: corre, non aspetta nessuno, agogna la meta e ignora il cammino che sta nel mezzo, quasi come fosse in un videogioco.

Caitlin e Fraser profanano i tragitti, saltano attraverso le siepi, si perdono e si recuperano, sono immuni ai confini della base militare: l’unico antagonista è proprio la rigidità urbanistica del posto.

Un luogo, che con la sua assenza di valori di riconoscimento sociali, contagia le famiglie, esuli e irrimediabilmente compromesse. Non importa che siano moderne o all’antica, trumpiane o democratiche; le famiglie sono il punto di predeterminazione agli occhi delle quali non potremo mai auto-determinarci, la radice che ci ancora a una stirpe.

Sarah è la madre di Fraser, ma anche il generale capo della base. Ama il suo amore per Fraser che, ai suoi occhi rimarrà sempre bambino, sarà sempre Fraser. La sequenza in cui un attacco d’asma porta Fraser a raggiungere la madre sul letto è emblematica: Sarah lo abbraccia per tranquillizzarlo, ma quello che appare sembra una stretta soffocante.

L’ultimo episodio, in cui i due protagonisti evadono, si allontanano dalla base e dalle loro famiglie, è un’inno alla libertà di essere ciò che si vuole.

We Are Who We Are di Guadagnino mette in scena i percorsi della ricerca di sé nell'età incerta dell'adolescenza.
Sarah (Chloë Sevigny)

A contrapporsi ai percorsi dritti e geometrici della base, ci sono infatti le esplorazioni del territorio ‘reale’ italiano, il folclore tradizionale di una provincia forse troppo abbozzata e ruralizzata, quasi neorealista nell’onnipresenza dialettale. L’esplorazione del luogo straniero rappresenta l’occasione dei protagonisti di entrare a contatto con il proprio Io, con un momento epifanico doloroso o gioioso, ma comunque di verità.

Ad esempio, durante la festa di paese a Chioggia, Jennifer, la madre di Caitlin, entra in contatto con i suoi tabù, ricordandoci le protagoniste di A Passage to India e A Room With a View. Allo stesso modo, la figlia sposa la sua interiorità nel piccolo bar di provincia. In molti di questi momenti (il nomadismo del primo episodio e l’incontro con Sarah e Jonathan danzanti, durante la suddetta festa), Fraser sembra riecheggiare l’Antoine Doinel de Les Quatre Cents Coups.

We Are Who We Are, allineandosi con tutta la filmografia di Guadagnino, altro non è che un’educazione sentimentale aggiornata, un video-romanzo di formazione sessuale e identitaria, che parte da diversi aspetti simbolico-narrativi di Forster e approda alla filmografia di Ivory, attualizzandola.

Questa di Guadagnino è una serie di percorsi d’intimità, che possono essere motori e fisici, ma anche mentali e uditivi. Il parlato, infatti, è soltanto la cima dell’iceberg comunicativo: sembra che a esprimersi sia paradossalmente l’ascolto, l’udire, il mettersi in contatto silente col mondo e con se stessi. La focalizzazione uditiva dei personaggi è infatti fondante nella modalità di racconto della serie.

La linea temporale si biforca, si ripete: lo stesso “ora” è rifratto nel prisma dei diversi “qui” dei protagonisti.

Anche nel finale, durante il concerto di Blood Orange, simbolico approdo a una vita indipendente e libera, i due protagonisti sfioreranno uno scampolo di felicità, ma da due punti uditivi differenti, come a dire che in fondo tutto ciò che conta è quello che senti tu, con le tue orecchie, con il tuo cuore.

Le voci si odono in lontananza e poi in iper-vicinanza, premiando la soggettività interiore del personaggio, che si impone sull’oggettività fredda della macchina da presa. Le cuffie nelle orecchie non servono per scollegare Fraser da una realtà che lo annoia, a separarlo da ciò che non è, ma piuttosto gli permettono di trovare il contatto emotivo con se stesso e, tramite la focalizzazione uditiva interna, con il pubblico.

We Are Who We Are di Guadagnino mette in scena i percorsi della ricerca di sé nell'età incerta dell'adolescenza.
Fraser e Caitlin/Harper

Analogamente si comporta la regia di Guadagnino coi suoi omaggi alla Nouvelle Vague.

Il punto di vista è soggettivizzato, si avvicina ai volti, fa sentire il respiro, il battito cardiaco, il desiderio; usa il fermo-immagine nei momenti di libertà dell’essere, di uscita dai bordi del corpo. La camera ama i personaggi e fa sì che i personaggi amino noi, ci tocchino coi polpastrelli.

We Are Who We Are ha un titolo tautologico e quindi sempre vero.

Potrebbe apparire generico, ma è il succo del film: noi siamo quello che siamo. È un inno allo spirito, alla nudità liberatoria, all’amore in ogni sua forma, all’amore senza una forma necessaria. È una serie rivoluzionaria nella sua sensorialità, che non perde tempo a spiegare nulla a nessuno, perché ha il coraggio di tacere dove non c’è niente da dire.

Leggi anche: Chiamami col tuo nome – Lo sguardo (di chi ha) perso

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