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Il finale di Django – Un impertinente figlio di pu…

Tra una battuta sardonica e un calcolato massacro, Django trascina lo spettatore nel suo mondo di sofferenza, rivendicazione e amore. Lo schiavo divenuto libero di Tarantino affascina magneticamente grazie alla sua determinata sfacciataggine.

L’avventura nel Texas con Schultz è un percorso di riscatto per il personaggio interpretato da Jamie Foxx, che, con un proiettile dopo l’altro, sveste i panni dello schiavo e indossa quelli dell’uomo libero, che cerca di ritrovare la sua amata moglie Broomhilda.

Percorrendo gli Stati Uniti della fine dell’Ottocento insieme al suo compagno, il pistolero persuade coloro che trova sul suo cammino con la dialettica delle parole oppure quella delle armi, ma in un modo o nell’altro sembra che nessuno sia capace di fermarlo.

Otto anni dopo l’uscita del film, riflettere su quell’esplosivo e folgorante finale potrebbe sembrare superfluo, eppure le opere di Tarantino hanno un’originalità tale che ogni nuova visione rivela un particolare diverso.

Il suo mito nasce dalle sue lotte, e queste esistono perché la sua è la condizione del vinto, del soggetto schiacciato da coloro che hanno il privilegio. Perché proprio l’amore riesce a scatenare Django, liberandolo dalla sua disperata condizione?

Rabbia e desiderio in Django

Django, ovvero la brutalità dell'amore: il desiderio di una donna diventa la volontà di superare tutti gli ostacoli.
Django e Candie

Un’emozione e un investimento d’oggetto che dialogano così bene sono difficili da trovare in un altro personaggio, che sia o meno un personaggio di Tarantino. Quello che questo “negro” unisce è l’ideologia della persona eticamente libera e il tenero affetto verso la donna che ama.

Di conseguenza, ogni scelta che compie è influenzata da un drastico senso di disciplina, che risuona anche come antico e anacronistico: la sua morale lo rende nemico di tutti coloro che la pensano diversamente da lui, che si tratti di fuorilegge o schiavisti, e difficilmente scende a compromessi.

Django utilizza la sua abilità con le armi per comunicare un messaggio, e questo messaggio emerge in tutta la sua forza nell’esplosivo finale nella villa di Candie: tutti quelli con la pelle nera devono scappare da tutti quelli con la pelle bianca.

Sebbene forse esagerata, la filosofia di Django appare comprensibile, guidata dall’orgoglio e dall’amore. Al polo opposto si colloca Stephen, sottomesso e favorevole alla schiavitù. Egli riconosce il legame tra il protagonista e Broomhilda e consiglia al padrone Candie di comprare la donna. È questo l’evento critico che porta allo scontro finale, l’esplosione definitiva della rabbia di Django, legata al desiderio di tornare a stare con sua moglie.

Dopo la morte di Candie, ormai i nemici che restano sono solo Billy Crash, Lara Lee e lo stesso Stephen. Con lo stile proprio del personaggio interpretato da DiCaprio, lo spavaldo pistolero li fa fuori uno dopo l’altro, così, con un proiettile alla volta. A colpire non sono solo i suoi spari, tuttavia: nella scena finale del film di Tarantino la vera forza che arriva è quella delle parole, degli sguardi e degli atteggiamenti del protagonista.

Django trasmette la tipica soddisfazione dell’uomo che ha saputo attendere fino in fondo il momento giusto per prendersi la sua vendetta su coloro che lo hanno fatto soffrire.

Prima di andarsene con Broomhilda, tuttavia, il suo spinoziano conatus, la sua istintiva natura di uomo che sa sopravvivere e autoconservarsi lo stimolano a posare un’ultima volta lo sguardo su quella villa, il simbolo dell’odio nei confronti dei “negri” e della prepotenza esercitata dai padroni sugli schiavi.

Quando cavalca via con l’amore della sua vita, Django non è solo un uomo definitivamente libero, è anche un soggetto intimamente cambiato, perché quel desiderio e quella rabbia l’hanno portato al di là della sua immaginazione; a noi non è concesso sapere se le conseguenze di questa trasformazione siano esse positive o negative, questo sta a lui giudicarlo.

Quello che spetta a noi, è solamente riconoscerlo come uomo, come soggetto etico libero, con una storia da scrivere, possibilmente senza pistole e ulteriore violenza. Ma anche questa, è una decisione che spetta a lui, a un uomo libero.

Leggi anche: Django Unchained- La saga del Sigfrido foucaultiano

Gianluca Colella
Ho 25 anni, studio psicologia clinica a Napoli e quello che amo della mia esperienza con la Settima Arte è la possibilità di legare ciò che studio agli show e ai film che amo; lo spazio culturale soggettivo e oggettivo nel quale possiamo emozionarci riconoscendo l'evoluzione di storie, personaggi ed affetti è una delle cose più preziose che abbiamo e secondo me l'arma più preziosa della Settima. Un po' la Forza di Star Wars.

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