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Maradona di Emir Kusturica – Lettera d’amore a D10S

Un filo invisibile sembra legare la vita di Diego Armando Maradona a quella di Emir Kusturica; non a caso, i suoi amici lo hanno definito “il Maradona dei registi”. Diego sembra quasi essere una calamita per il regista jugoslavo, una tappa immancabile per la sua carriera cinematografica; gli sembra di aver parlato di lui, della sua vita, dei suoi sogni da sempre. Ha seminato briciole sul sentiero verso il mito di Maradona, raccontando esistenze surreali e misere in tutti i suoi film. Uomini e donne ai margini, sempre sotto lo scacco violento del potere; vite in delega nell’attesa di un colpo di genio, una magia, che potesse condurli fuori dalle periferie dell’esistenza. Non solo Emir, Maradona ha un filo legato a ogni abitante di ogni periferia del mondo.

Ma come avvicinare il dio del calcio, uno degli uomini più conosciuti al mondo, senza tramutarsi in sciacalli; come entrare nell’intimità, nella vita quotidiana di un personaggio pubblico senza trattarlo come un animale in un safari? Tutti quelli che anche solo per una volta hanno posato gli occhi su quella zazzera nera, riccia, impenetrabile, si saranno sentiti in diritto di affibbiargli una definizione; tossico, genio, spreco, truffatore, come fosse una cartina al tornasole dei propri fantasmi più reconditi. Ma come si può pretendere di racchiudere un essere umano in un elenco di etichette? Chi può dire di aver conosciuto davvero un uomo sfuggente e schivo come Maradona? Qual è la strada per capire chi è Diego?

Tutto parte da Villa Fiorito, da un campetto polveroso pieno di bambini pronti ad azzannare alle caviglie qualsiasi cosa corresse dietro a un pallone. Imparare a dribblare, nei campetti di periferia, non è questione di bravura; è questione di sopravvivenza. Tu sei nato lì Diego, e anche Maradona, insieme a te. Come il Giano bifronte eravate due nello stesso corpo; perché tu, Diego, resterai per sempre un bambino innamorato della pelota, che giostravi come se le avessi attaccato un filo; Maradona invece, è un vaso di Pandora di idee e proiezioni, troppo grandi per essere sostenute da un mortale, per quanto divino possa apparire.

Nei video in bianco e nero, quando ancora militavi nelle “Cebollitas”, l’assenza di colore non impedisce di vederti addosso un velo di polvere; traspare dal video, esce fuori, pizzica il naso, mentre parli dei tuoi sogni con un fare profetico. La polvere del barrio ti ha sempre accompagnato; l’hai tenuta addosso come un manto, simbolo di una nobiltà nuda che ha guidato tutte le tue scelte, anche le più importanti. A cominciare dalla prima: Boca o River? Per un ragazzino normale, per una famiglia normale, sarebbe solo una questione di soldi. Per te no, invece; te ne sei sempre infischiato della normalità.

Nonostante i soldi del River, hai scelto il Boca; hai sognato la Bombonera quando tuo papà ti portava sugli spalti a cantare e a vedere le partite. Allora che si fotta il River con tutti i suoi soldi, sapevi di esser nato per giocare nel Boca, e non avresti mai fatto un passo indietro verso il tuo destino. La stessa scelta che ti ha portato a Napoli, anni dopo, nonostante offerte molto più vantaggiose; hai visto in quella città la stessa fame atavica di povertà, la voglia di alzare la voce e la necessità impellente di avere un megafono. E non hai saputo dire di no.

Il calcio per te non è mai stato solo una questione di gioco, campionati, schemi. Hai sempre distrutto tutti quegli schemi; per te erano inutili, anzi, delle gabbie di linee e numeri che non ti avrebbero permesso di esprimere appieno il tuo genio. Che si fotta la logica, che si fotta la razionalità, che si fotta il calcolo, hai sempre vissuto di emozioni; di onde alte fino al cielo e di abissi che ti inghiottivano. Non hai mai chiesto di essere capito, d’altronde chi può capire il genio? Hai sempre e solo chiesto di essere amato, Diego, come un bambino che guarda sugli spalti e vede i suoi genitori che gli battono le mani.

Quel tuo rifiuto categorico di ogni limite di borghese normalità ha aperto la strada alla nascita di Maradona. Chi non riesce a capirti ha solo due alternative. O ti odia e cerca di distruggerti, con le parole e con le facili condanne; perché rappresenti un pericolo per le loro incrollabili sicurezze, sei l’esempio perfetto di quanto vuota e sterile possa essere la vita slegata dai sogni. Oppure ti ama visceralmente, ti venera. Perché non c’è strada razionale che possa portare a comprendere le tue scelte, sei fuori da qualsiasi schema; nessun uomo potrà mai capire cosa vuol dire essere Maradona, nessun mortale potrà mai immedesimarsi in Dios.

Maradona

Emir ha ragione, il Tango è la metafora migliore per descrivere Maradona. Quella che Borges ha definito «la danza dei mariti afflitti»; la danza del desiderio che si muove tra Eros e Thanatos, scivolando avanti e indietro in un movimento senza senso e senza tempo, per evadere un amore frustrato e ingannare la morte. Se è vero che l’uomo è una nave che oscilla sotto i marosi di istinto di amore e morte, Maradona ha regalato un nuovo istinto; uno zefiro amichevole che gonfia le vele verso un porto sicuro: l’istinto di Dios.

Ma più noi ci perdevamo nel tuo mare, Diego, illudendoci di rubare così un briciolo di immortalità, più tu affogavi nella solitudine che affligge ogni divinità. Odin vuol dire “solo”, e tu eri in solitaria, sul tetto del mondo; avevi realizzato i tuoi sogni da bambino, eri il calciatore più forte del mondo, Maradona era finalmente il dio del calcio. E il bambino che amava la pelota dov’era? Che fine aveva fatto l’ingenuo entusiasmo dello scugnizzo di Villa Fiorito? Diego è sempre restato con Maradona, sotterrato sotto le feste, i soldi, gli ammiratori; nel buio di una stanzetta, aspettava solo che qualcuno lo vedesse nascosto sotto quella maschera, che notasse la sua tremenda voglia di ricevere una carezza.

E tale sei rimasto per tutta la vita, anche se agli occhi del mondo sei caduto, chi ti ama davvero lo sa; che, in fondo, Maradona sarà caduto, per permettere a Diego di tornare a sorridere. E ancora a distanza di anni, dopo aver provato qualsiasi emozione anche solamente immaginabile, aver fatto tutte le esperienze che possono popolare la vita di qualsiasi essere umano, Diego è capace di piangere, mentre abbraccia le sue figlie, come due amiche di giochi, cantando ebbro e felice in un sordido pub di Buenos Aires, il giorno del suo compleanno. Quello è il tuo segreto e quella la tua lezione, l’orgoglio della fragilità, la rivendicazione dell’ingenuità di fronte allo schifo del mondo.

La si può leggere nei tuoi occhi questa lezione, quando smetti i panni di Maradona, togli la maschera e parli di te stesso; delle tue scelte, dei tuoi successi, ma soprattutto delle tue cadute. Anche se cadute lo sono solo agli occhi di quelli che ti avrebbero voluto allineato e anonimo; quelli che ti avrebbero fatto indossare panni non tuoi, che avrebbero preferito disinnescarti per paura di dover cambiare, per entrare nel tuo mondo. L’hai scritta con inchiostro di lacrime la tua lezione, quelle lacrime che non smetteranno mai di rigare il tuo viso ogni volta che un qualsiasi essere umano ti dirà, “ti vedo Diego, e ti amo anche per questo”. Come quel cantore improvvisato di Manu Chao, in una calle silenziosa che riecheggia del suono della sua chitarra tzigana.

Napoli è una città di culti e di riti, più pagani che cristiani; l’unica città capace di piegare la liturgia della santissima chiesa romana alle proprie inclinazioni pagane, imponendo a papi e vescovi il riconoscimento delle adorazioni di santi, anime, madonne e numi tutelari. Partenope non è metropoli, non è ammasso di cemento sterile e silenzioso, che offre viabilità, lavoro e servizi. Partenope è carne, viscere, sangue; è un grembo caldo che cura come madre, e come madre punisce ed educa. Come madre questa città ti ha accolto, ha abbracciato il tuo talento smisurato; ma come in ogni famiglia, chi ha di più deve dare di più per aiutare i fratelli meno fortunati. A te è stato dato un compito enorme: l’esempio.

Per tutti quei Diego che correvano e corrono ancora per le strade, l’esempio del sogno per tutte le ginocchia sbucciate e i denti piccoli e storti di questa terra dimenticata. L’esempio di un megafono, per urlare in faccia al mondo che non bastano i soldi e le bombe per conquistare il mondo. L’esempio della scelta del “no”, ai potenti e a quelli che pensano di disporre di ogni essere umano come una pedina. Chi non capisce questo ha solo paura di guardare in faccia la realtà, ha paura di lottare come hai fatto tu, per una vita intera.

Maradona

Ricordo ancora la prima volta che mi sono occupato di te, Diego. Era il mio primo viaggio fuori Napoli, ero piccolo e ingenuo, dannatamente spaventato nell’andare via di casa, in Inghilterra, per circa un mese. Lì con me c’era mia sorella, è vero, ma lo sappiamo benissimo entrambi come funziona con le adolescenti: il fratellino piccolo è sporco e brutto, fa fare brutta figura con le amiche. Passavo i miei pomeriggi a camminare sulle spiagge bianche e sassose della Manica da solo; osservavo il mare grigio con spavento, quelle onde forti e impetuose non erano per nulla simili alle secche infinite del Mediterraneo.

Ricordo ancora il silenzio di quei pomeriggi, accompagnato dallo sciabordio dell’acqua sui ciottoli e dal rumore del vento che soffiava, costante e indomabile, così forte da non farti sentire neanche la voce dei pensieri. Fino a quando non trovai la tua autobiografia in una libreria del centro di Brighton. All’epoca non ero ancora tifoso del Napoli, neanche mi interessavo di calcio, ma quella visione mi rassicurò. Mi sei sembrato un nume tutelare, una bella ‘mbriana in trasferta, venuto apposta per salvarmi dalla solitudine.

Quel libro non l’ho mai letto, prima perché non conoscevo l’inglese così bene da farlo, poi perché mi sembrava di rompere un incantesimo, ma l’ho tenuto con me sul comodino per anni. A partire da quegli anni giovanili, fino alla maturità. Vissuta lontano da casa in terra straniera e ostile; luoghi barbari dove in nome della nostra origine abbiamo subito insulti di ogni genere. Ma quando giravo col tuo vessillo, insieme ad altri come me, mi sembrava di essere tornato dalla mia Grande Madre, Partenope, insieme ai miei fratelli con te, il maggiore, a guidarci. E non avevamo paura di rivendicare il nostro amore in punta di cinta, raccolti attorno a un falò rosso di polvere pirica, nel rito collettivo della gradinata.

Ti ho sempre tenuto accanto e mi sono nutrito delle tue parole e del tuo esempio. No, non quello degli eccessi e della notorietà, buono per i rotocalchi; l’esempio di un uomo fragile, che cade, ma sa rialzarsi, guardarsi allo specchio e convivere con sé stesso, nonostante tutto. Andare avanti sempre, migliorandosi, ma senza lasciarsi abbattere. Come hai detto a Kusturica, «y soy la culpa que tiengo, y no la puè remediar». Hai perfettamente ragione Diego, noi siamo la nostra stessa colpa e non possiamo porvi rimedio fino in fondo. Possiamo solo amare, incondizionatamente come abbiamo amato te, e sognare di diventare campioni del nostro mondo.

Te Quiero Diego.

Leggi anche: Garrone e Sorrentino: le due facce del cinema italiano

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