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Scorsese e De Niro – Il genio e la sua stella

Prologo

La macchina da presa avanza lentamente attraverso il corridoio di una casa di riposo, inquadra per un attimo una piccola saletta sulla destra dove alcuni anziani giocano a scacchi, compongono un puzzle, leggono su di un divanetto; successivamente gira a sinistra, attraversa una porta e arriva a quella che sembra essere una sala da pranzo dove un signore è seduto di spalle su di una sedia a rotelle, infine fa una piccola rotazione per mostrarcene l’identità: inizia così The Irishman (2019), ed è così che, ventiquattro anni dopo l’ultima volta, Martin Scorsese torna a inquadrare Robert De Niro.

Frank Sheeran inizia il suo racconto

Tra il 1973 e il 1995 Scorsese e De Niro danno vita a uno dei sodalizi più longevi e fruttiferi della storia del Cinema: a partire da Mean Street fino ad arrivare a Casinò, i due quasi coetanei cresceranno assieme artisticamente collaborando alla realizzazione di nove film, alcuni dei quali segneranno per sempre la settima arte.

Molto prima di Leonardo Di Caprio, Scorsese trova in De Niro ciò che gli serve per mettere su pellicola il suo ecclettismo, virtuosismi, storie e personaggi completamente differenti.

Scorsese e De Niro, 1983: Re per una notte

Il finto set televisivo costruito in casa

Rupert Pupkin: «…ma vedete, io la penso così: meglio re per una notte che buffone per sempre…»

Rupert Pupkin è un uomo che vive le sue giornate con un unico obiettivo: diventare il nuovo re della commedia. Per fare questo, perseguiterà il suo modello di riferimento, Jerry Langford, fino ad arrivare a rapirlo pur di poter vivere il suo momento di gloria.

Scorsese e De Niro sono ormai in piena consacrazione e si permettono di uscire dai loro soliti canoni rappresentando un’ossessione attraverso la commedia.

La regia è abbastanza convenzionale: la camera quasi sempre fissa, il montaggio semplice; a Scorsese in pratica basta mettere De Niro al centro della macchina da presa e l’attore riempie le scene dando vita a un personaggio pedante, infantile, insicuro, alla costante ricerca di approvazione. De Niro caratterizza Rupert Pupkin attraverso la sua camminata molleggiata, la testa ciondolante, il sorriso quasi sempre stampato in faccia che spesso sfocia in una risata finta o sguaiata.

Jerry Langford e Rupert con la sua finta risata

Per rendere comica e surreale la vicenda basta un’inquadratura in cui Pupkin è seduto nella sala d’attesa degli studios di Langford mentre si incanta a guardare il soffitto o di una porta attraverso la quale lo scorgiamo solo per un attimo scappare inseguito da alcuni uomini della sorveglianza, prima verso destra, poi verso sinistra (Joker di Todd Phillips finisce praticamente allo stesso modo).

L’inseguimento negli studios di Jerry Langford

Nel corso del film percepiamo il suo infantilismo mentre viene interrotto costantemente dalla voce fuori campo della madre durante le sue prove in casa. Vediamo la goffagine quando gli cade la pistola finta nel momento del rapimento o mentre immobilizza la vittima con del nastro adesivo: qui Scorsese mostra la scena dall’alto in modo da permetterci di vedere Pupkin che gira correndo attorno alla sedia rendendo ancora più evidente il suo essere maldestro.

Rupert interrotto dalla madre mentre registra il suo provino

In Re per una notte Scorsese lascia quasi carta bianca a De Niro, fidandosi completamente delle sua capacità interpretative e di improvvisazione, limitando i suoi virtuosismi ma dimostrando come un grande regista sa perfettamente quando utilizzare certi strumenti e quando invece non ce n’è alcun bisogno.

Scorsese e De Niro, 1980: Toro Scatenato

Toro Scatenato: titoli di testa

Jake LaMotta: «…perciò datemi un’arena giacché il toro si scatena, perché oltre al pugilato sono un attore raffinato…»

Jack LaMotta fu un pugile italo-americano che vinse il titolo mondiale nella categoria dei pesi medi nel 1949; personaggio tormentato e discusso, si ritirò nel 1954 e finì vittima del suo carattere difficile, perdendo il rapporto con la moglie ed il fratello.

Scorsese e De Niro danno vita a un film sulla boxe che da subito venne considerato un capolavoro della cinematografia mondiale e grazie al quale saranno premiati rispettivamente con il Golden Globe e il premio Oscar (il secondo dopo quello vinto grazie a Il Padrino parte II).

Il connubio tra i due qui diventa esplosivo: entrambi raggiungono la consacrazione definitiva e portano nella narrazione le loro immense capacità. Se il regista mette in mostra tutto il suo estro curando in maniera maniacale sceneggiatura, fotografia, sonoro, montaggio e movimenti di macchina, l’attore fa deflagrare tutta la sua fisicità, dosa l’espressività a seconda dei momenti e fa venir fuori alla perfezione la complessità di Jake LaMotta, la sua violenza, le sue celate insicurezze che lo porteranno ad allontanarsi sempre più dagli affetti familiari.

Scorsese gira il film in bianco e nero omaggiando il Neorealismo italiano di Rocco e i suoi fratelli.

L’assenza cromatica permette anche al regista di far scomparire il pubblico in alcune scene sul ring in cui ovatta l’ambiente con un sonoro che cancella tutto il resto concentrandosi esclusivamente sui passi pesanti del pugile o sui colpi inferti e subiti e accentuandone la solitudine fisica e morale.

Jake LaMotta sul ring con lo sfondo completamente oscurato

I tecnicismi non si riducono però solo a questo: la sceneggiatura è messa in atto su più livelli temporali, il montaggio alterna gli incontri di Jake con scene di vita privata in cui lo scorrere del tempo è segnato inizialmente dalle vittorie e dalla realizzazione in ambito familiare (le scene dei filmini sono le uniche a colori).

Piccoli momenti di felicità di Jake e sua moglie

Scorsese danza sul ring con la macchina da presa, muovendola velocemente e rallentandola, gira attorno ai pugili, si sofferma sui loro volti sofferenti. In tutto questo, De Niro si muove con la gestualità tipica di un italo-americano senza però mai esasperarla, sfrutta la fisicità nelle scene di combattimento e l’espressività in quelle familiari

La furia di Jake LaMotta nel suo ambito familiare

I suoi occhi non sembrano comunicare mai calma, piuttosto rabbia trattenuta ed insicurezza, quella stessa insicurezza che diventerà gelosia ossessiva nei confronti della moglie e finirà per allontanarlo da tutti i rapporti, compreso quello con il fratello.

Jake trattiene la rabbia mentre osserva la moglie che parla con altri uomini

 

Con Toro Scatenato Scorsese e De Niro in stato di grazia si confermano ai vertici del Cinema mondiale, quattro anni dopo aver bussato al firmamento dei più grandi, quattro anni dopo l’uscita di un altro capolavoro.

Scorsese e De Niro, 1976: Taxi Driver

Una classica immagine di Travis alla guida

Travis Bickle: «…la solitudine m’ha perseguitato per tutta la vita. Dappertutto: nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo…»

Travis Bickle è un ex marine reduce dalla guerra del Vietnam di cui ne porta le cicatrici psicologiche: Travis è infatti un ragazzo solo, incapace di dormire la notte e del tutto inadeguato a instaurare rapporti personali. L’incontro con una ragazza e con una giovane prostituta lo porteranno a una violenta ribellione contro il sistema che l’ha messo ai margini.

Solitudine e follia sono gli ingredienti principali di questo capolavoro.

De Niro comunica tutte le emozioni e i sentimenti del protagonista quasi sempre con gli occhi, con una mimica facciale apparentemente trattenuta ma che diventa fondamentale nelle scene in cui a parlare è solo la sua voce fuori campo (altra caratteristica scorsesiana). Travis passa dall’iniziale attrazione verso Betsy al rifiuto verso lei e il mondo che rappresenta, dalla preoccupazione nei confronti della piccola Iris alla violenza che farà esplodere soprattutto nel finale. Nelle corse notturne in taxi ne osserviamo il cambiamento, ne sentiamo i pensieri sempre più cupi, lo vediamo trasformarsi fisicamente in una macchina da guerra e capiamo che la sua mente sta ormai perdendo lucidità.

Travis inizia la sua trasformazione

La sua condizione di ragazzo incapace di relazionarsi con il mondo ha il suo culmine nell’inadeguatezza con la quale si approccia a Betsy, portandola ingenuamente a vedere un film a luci rosse e reagendo in maniera stizzita quando lei deciderà di andare via non rispondendo più alle sue telefonate.

De Niro costruisce il cambiamento del personaggio modificando il suo corpo, dando agli sguardi e al sorriso di Travis una luce completamente diversa, mettendosi davanti lo specchio e improvvisando una delle scene più famose ed iconiche della storia del Cinema.

La celeberrima scena allo specchio

Scorsese incornicia tutto questo seguendo con movimenti lenti il protagonista, attraverso riprese di una New York notturna popolata da quella feccia che Travis non sopporta, inquadrandone a volte solo gli occhi riflessi nello specchietto retrovisore del taxi.

Dettaglio degli occhi di Travis attraverso lo specchietto

Il regista alterna la luce del giorno a quelle rosse e verdi delle insegne durante la notte, ci mostra l’appartamento piccolo e sporco di Travis e quello infernale dove vive la prostituta Iris, accompagnandolo con una colonna sonora Jazz che fa spesso da contrasto ai suoi sentimenti. In una delle ultime scene, quando la violenza sarà ormai esplosa e De Niro è seduto morente sul divano mentre si porta il dito alla tempia simulando il suicidio, Scorsese sceglie di riprendere tutto dall’alto mostrandoci la carneficina con un’immagine fortemente simbolica: vediamo Travis al centro, il magnaccio morto sulla sinistra e Iris alla sua destra, quasi come a rappresentare il male, il bene e l’uomo vittima del mondo che lo circonda.

La fine della carneficina

Scorsese e De Niro ci regalano un finale straordinariamente bello ed enigmatico.

Travis sembra essere tornato alla normalità e accompagna a casa Betsy con il suo taxi, finendo per offrirle la corsa. Ma basta uno scatto, un movimento veloce della macchina da presa e un cambiamento repentino nello sguardo di De Niro visibile ancora una volta nello specchietto a farci capire che in realtà non è così, che la follia del protagonista è ancora lì, suggerendoci addirittura che probabilmente la scena non sia altro che frutto della sua mente malata.

Il finale

Taxi Driver vincerà la palma d’oro a Cannes e mostrerà al mondo l’enorme talento registico di Scorsese e le potenzialità immense della sua collaborazione con De Niro, diventando poi nel corso degli anni uno dei film più apprezzati dalla critica cinematografica.

Nel 1973, anno in cui uscì Mean Streets, Scorsese e De Niro erano entrambi due trentenni già conosciuti nel mondo di Hollywood, ma probabilmente in pochi avrebbero potuto prevedere che il Cinema sarebbe cambiato anche grazie a loro. Insieme hanno saputo dar vita a storie completamente diverse e uniche nel panorama cinematografico dell’epoca. Scorsese deve sicuramente tanto a De Niro, che grazie alle sue capacità attoriali ne ha saputo tradurre in maniera unica le idee rivoluzionarie; per contro, De Niro ha potuto esprimersi al meglio grazie all’amico regista che ha costruito attorno alla sua figura personaggi pieni di sfaccettature e complessità.; a noi pubblico non resta che ammirarli e godere di questa enorme fortuna.

 

Epilogo

Frank Sheeran e la porta socchiusa

La macchina da presa avanza lentamente in un corridoio semi-buio, entra in una stanza sulla sinistra dove un prete parla con un signore seduto su di una sedia a rotelle. Una volta che il prete si allontana, l’anziano chiede che la porta della stanza venga lasciata socchiusa. La macchina da presa inquadra per un attimo il volto di De Niro in primo piano, poi da lontano, attraverso lo spiraglio lasciato aperto, lo vediamo in tutta la sua solitudine, proprio come Rupert Pupkin, Jake LaMotta, Travis Bickle. Successivamente c’è solo silenzio.

Se il finale di The Irishman fosse anche un messaggio per noi spettatori, entrambi forse hanno voluto dirci che non è ancora finita qui, che quella porta non del tutto chiusa lasci aperta la possibilità di rivederli ancora insieme a scrivere pagine di storia del Cinema. In ogni caso, Martin e Bob, grazie di tutto.

Leggi anche: The Irishman – Ode al cinema e a ciò che siamo

 

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