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Torino Film Festival: Poppy Field – Tra identità e performatività

Cristi (Conrad Mericoffer) in Poppy Field ha due vite. Sono due per il semplice fatto che l’ambiente che lo circonda e il suo stesso lavoro di gendarme non permettono la loro sovrapposizione. Sono due vite separate che possono scorrere solo in parallelo perché se si incontrassero rischierebbero di distruggere tutto.

Cristi è gay e ha una relazione a distanza con Hadi (Radouan Leflahi), ma quando questi viene a trovarlo da Parigi, si sentono liberi di baciarsi solo appena chiuse le porte dell’ascensore o nella placida quiete dell’appartamento del protagonista.

Quelle ore di tranquillità, traslate nella serratezza del film d’esordio di Eugen Jebeleanu Poppy Field (Câmp de maci in lingua originale), nei minuti più ariosi vengono interrotte bruscamente dall’arrivo della sorella di Cristi (Cendana Trifan), una spia dalla sua altra vita. Entra come un cavallo di Troia in quell’appartamento-isola felice con la scusa di portare del cibo per vedere più da vicino ciò che il fratello tiene nascosto. Se all’inizio sembra accogliente con Hadi, sull’uscio di casa urla al fratello che quella che lui sta attraversando è solo una fase.

È il primo chiaro input da parte della sceneggiatura di Ioana Moraru sul perché le vite di Cristi non possono coesistere. Quando esce da quell’appartamento, non è più una persona con una sua autorità, ma è un gendarme e in quanto tale rappresenta la gendarmeria nel suo complesso. Un passo falso da parte sua significherebbe invalidare tutto il suo ambiente e questo Cristi non se lo vuole permettere.

poppy field
Poppy Field (2020)

Poppy Field, presentato al Torino Film Festival, decide di far scontrare le due vite del protagonista ispirandosi a delle proteste accadute nel 2017 nei cinema di Bucarest dove venivano proiettati Soldiers: A Story From Ferentari di Ivana Mladenovic e 120 Battiti al minuto di Robin Campillo, entrambi sulla tematica LGTBQ+. Sul luogo di lavoro Cristi si trova così a dover placare un gruppo di estremisti conservatori che hanno irruentemente interrotto una proiezione per il semplice fatto che in quel film c’erano due donne che si baciavano.

Eugen Jebeleanu mette in scena in modo quasi teatrale i due mondi di Cristi tra protestanti che urlano «l’uomo rumeno messo sulla Terra da Dio non è omosessuale» agli spettatori, appartenenti alla comunità LGTBQ+.

Se, mostrando l’incontro del protagonista con il suo amante, la telecamera prendeva respiro pur condensandone la durata nel piccolo cinema l’azione è dilatata (occupando almeno un’ora degli 82 minuti totali di Poppy Field), ma serrata. Il pubblico sa che il pericolo per Cristi è imminente, perché qualcuno in quella sala potrebbe riconoscerlo e far scontrare le sue vite.

Il film di Eugen Jebeleanu inizia con la stessa delicatezza di Weekend di Andrew Haigh (2011) per sfociare in atmosfere claustrofobiche e ansiogene appena il protagonista esce dalla sua bolla. A minacciarlo ci sono i giudizi delle persone, il machismo che caratterizza un’ambiente come quello della gendarmeria rumena, ma anche la sua stessa omofobia interiorizzata.

Cristi si giudica con schemi che gli ha imposto la società e che non dovrebbero appartenergli perché attaccano la sua stessa identità. Questa tensione tra un’espressione libera della sua sessualità e un machismo perfomativo è espressa con fermezza e senza giudizio dalla sceneggiatura di Ioana Moraru e ogni minuto della breve durata di Poppy Field è usato con cura per costruirla.

L’unico problema di Poppy Field è che finisce quando la storia sembra appena cominciata. Mettendo in scena un solo giorno della vita di Cristi, seppur così carico di eventi e di possibili spunti di riflessione per lui, non si ha modo di vedere un cambiamento effettivo. Potrebbe essere una scelta precisa e realistica per dimostrare che purtroppo risoluzioni positive così semplici non sono possibili in alcuni contesti, ma da un punto di vista prettamente drammaturgico rischia di lasciare lo spettatore insoddisfatto.

Leggi anche: TFF – A Shot Through the Wall – Tra Paura, Violenza e Razzismo

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