Home Sottosuolo Italiano Nuovi Temi Bambini con la pistola - A Ciambra: storia di ordinaria crudeltà

Bambini con la pistola – A Ciambra: storia di ordinaria crudeltà

«A loro non importa di far vedere che rubano, anzi, sono ladri e sono felici di far mostra delle proprie abilità. Loro credono di non fare nulla di male, è la loro vita, come un lavoro. È sopravvivenza. Sono molto diffidenti però, hanno paura di venire presi in giro. Ma hanno capito le mie intenzioni e ciò ha permesso la riuscita del film».

(Jonas Carpignano)

Queste parole sono state pronunciate del regista di A CiambraJonas Carpignano, durante un’intervista. E quale modo migliore di iniziare a parlare di questo film e di tutto quello che significa se non introducendo le parole di colui che si è dedicato non solo al docu-film, ma che ha anche toccato con mano la realtà di Pio e della sua famiglia sinti-calabrese?

Innanzitutto vi starete chiedendo perché parlo di docu-film e non di film: la risposta è semplice e basta guardare i primi minuti del film per capirlo: non ci sono abbellimenti o grandi colpi di scena e nemmeno la presenza di chissà quali colonne sonore, viene semplicemente raccontata la cruda e, in questo caso, meschina, realtà.

Basti pensare che gli attori non sono dei professionisti, ma Pio e la sua famiglia appartengono veramente alla comunità Rom: il regista li ha infatti conosciuti dopo che gli era stata rubata l’auto proprio da uno dei “residenti” di quella comunità.

Quale tratto più realistico di questo? La cinepresa insegue Pio, quasi a volerlo scrutare da vicino.

Con A Ciambra, Carpignano ci fornisce la fotografia di una realtà crudele e amara in cui non c'è spazio per l'infanzia e l'innocenza
A Ciambra: Pio

E quella che vediamo è una realtà che facciamo fatica a immaginare, della quale spesso non vogliamo parlare.

La vita di Pio è tutt’altro che tranquilla e spensierata: i suoi idoli sono il padre e il fratello, e quando vengono arrestati per furto, la responsabilità di portare il pane a casa cadrà interamente sulle sue spalle. Pio, tuttavia, non scapperà dalle sue responsabilità, dal suo dovere, e comincia così a farsi strada nell’incolore mondo degli adulti, partendo dai furti di automobili.

Prova a fare il duro, ma quando è tra le braccia della nonna o quando gioca con il fratellino, questa durezza svanisce e riemergono i tratti tipici dell’innocenza e dell’infantilità; ma Pio sa perfettamente che non può permettersi ciò. La famiglia è inizialmente contraria al fatto che rubi, ma quando comincia a portare i soldi fanno finta di nulla, chiudono un occhio; d’altronde, come ha affermato il regista stesso, per loro è normale ordinarietà.

«A scuola sempre quella nuova con l’accento strano
Senza bussola invece il mondo aveva un piano e i ricordi
Come amici e i parenti più lontano seduta al banco immaginando
Mio fratello lì al mio fianco
Ora esito se chiedono chi sono, una vita frammentata».

(Baby K, “Chiudo gli occhi e salto”)

Mai le parole di una canzone furono più azzeccate per descrivere un film. Questa strofa in particolare, spiega come si sentono Pio e tutti quelli che fanno parte di tale comunità.

Con A Ciambra, Carpignano ci fornisce la fotografia di una realtà crudele e amara in cui non c'è spazio per l'infanzia e l'innocenza
A Ciambra: Pio

Loro, che come gli dirà il nonno, sono soli contro il mondo, loro che sono gli scarti della società, i ladri e i delinquenti, loro…l’altra “colpa” di Pio è infatti quella di appartenere alla comunità Rom.

Per loro e per Pio è un normale stile di vita, non ci vedono nulla di sbagliato, anzi, è l’unico modo che hanno per tirare a campare.

A un primissimo impatto Pio sembra sicuro di sé e pronto ad affrontare la vita e tutto quello che ne fa parte, ma quando si trova solo nel cuore della notte o negli spazi chiusi (è chiaramente claustrofobico), emergono tutte le sue piccole e innocenti fragilità, costrette però a essere nascoste.

L’unico appiglio e personaggio positivo del film è senza dubbio l’amico africano Ayiva, che dopo averlo aiutato in piccoli furti, quasi riesce a convincerlo a cambiare vita, o perlomeno a tentare di fare la cosa giusta. Ayiva è il suo porto sicuro, la persona dalla quale correrà quando si sentirà solo e triste, ma Ayiva non è uno di loro, non fa parte della Ciambra e per questo motivo non può seguirlo nei suoi buoni propositi.

L’ultimo piccolo frammento di innocenza rimasto nel ragazzo crollerà quando, sotto pressione del fratello Cosimo, sarà costretto a rapinare proprio quell’amico che fra tutti ha cercato di proteggerlo, di fargli intraprendere la strada della correttezza.

Con A Ciambra, Carpignano ci fornisce la fotografia di una realtà crudele e amara in cui non c'è spazio per l'infanzia e l'innocenza
A Ciambra: Pio e Ayiva

«Fa parte delle imperfezioni e delle rinunce della vita umana il fatto che la nostra infanzia debba diventarci estranea e cadere nell’oblio, come un tesoro sfuggito a mani che giocavano, e precipitato in un pozzo profondo».

(Hermann Hesse)

Questa frase sembra adattarsi soltanto in parte a Pio, perché in questo caso Pio un’infanzia non l’ha mai vissuta appieno, e quel briciolo di infanzia che ha avuto è svanita troppo in fretta. Il pozzo profondo nel quale precipita l’infanzia di Pio è rappresentato dalla sua comunità, dalla noncuranza nei confronti dei bambini. Infatti non si pensa a tutelare l’infanzia, anzi l’infanzia non esiste affatto, non serve, non è necessaria per affrontare la vita.

La vita di chi appartiene alla realtà della Ciambra è complicata e particolarmente difficile, e le difficoltà che impediscono alla famiglia di Pio di andare avanti, segnano sin da subito il destino del bambino. È un destino dal quale non può scappare, anche se lui vorrebbe; desidererebbe correre veloce come quel treno sul quale sale per rubare: Pio vorrebbe andare via ed essere libero dalla sua famiglia, dalla comunità, vorrebbe seguire quel treno verso la libertà. Ma ciò che lo lega alla sua comunità è più forte del suo desiderio di riscatto e libertà.

Una scena che colpisce lo spettatore è senza dubbio quella in cui appare un cavallo bianco (chi durante questa scena non ha pensato a i piccoli sciuscià di De Sica?): si vede infatti un uomo all’interno di un cerchio di fuoco che cavalca questo animale così possente e libero.

Una scena all’apparenza normale, eppure sottilmente metaforica: il cerchio di fuoco dal quale l’animale non riesce a uscire rappresenta la comunità di Pio. Il cavallo non ha paura del fuoco, anzi, non ne conosce nemmeno la pericolosità e la dannosità, ma sembra abituarsi alle fiamme.

Lo stesso accade a Pio, lui non conosce il bene o il male, non sa cosa siano, conosce solo la legge della strada, della sua gente, della comunità e dell’andare avanti con qualsiasi mezzo a disposizione.

Con A Ciambra, Carpignano ci fornisce la fotografia di una realtà crudele e amara in cui non c'è spazio per l'infanzia e l'innocenza
A Ciambra: la comunità

Se si ripensa a questa scena, ci si rende conto di quanto sia di un’amarezza infinita: il destino dell’animale è segnato, è quello di continuare a cavalcare all’interno di quel cerchio, non potrà mai liberarsene, fino a diventare una cosa sola con le fiamme. D’altronde lo stesso regista ha raccontato che, quando ha portato Pio con sé a Cannes, dopo un paio di giorni il bambino voleva ritornare a Gioia Tauro, e che né lui né altri penserebbero mai di abbandonare quel posto.

Di fatto, la particolarità dei personaggi di questo film è che non hanno voglia di emergere, non rimpiangono la possibilità di avere un futuro migliore o perlomeno diverso da quello che gli si prospetta. Loro sanno che non potranno mai essere accettati e per quanto ci provino (da ricordare la frase sopra citata del nonno), per quanto cerchino di adattarsi, la gente continuerà ad avere paura e a giudicarli.

Il ritorno alla propria comunità è in qualche modo un senso di protezione. Pio e gli altri ragazzi sanno perfettamente che all’interno della loro comunità nessuno potrà mai fargli del male, o peggio avere dei pregiudizi.

Sono dunque il nero della criminalità e della violenza quotidiana a far da padroni all’interno di questa storia, trascinando il destino del giovane protagonista in un futuro senza alcuna speranza di riscatto.

Leggi anche: La paranza dei bambini-Tragico Scorcio su un’Infanzia Degenerata

Alessandra Cinà
Classe 2001 ,studentessa di lingue e letterature straniere, appassionata di :cinema, arte, musica e letteratura. Orgogliosamente palermitana

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Noir Assurdo – The Big Sleep, The Big Lebowski e Inherent vice

Il genere noir ci ha abituati nel corso dei decenni ad assistere a storie sempre più vicine all’esperienza della modernità. Fin dai suoi albori,...

Hannah Arendt – Le origini del totalitarismo narrativo

La filosofa Hannah Arendt, dopo «due guerre mondiali in una generazione, separate da un’ininterrotta catena di guerre locali e rivoluzione», nel 1951 pubblica Le...

Il finale di Seven – Il mondo (non) è un bel posto

Nella stragrande maggioranza dei thriller polizieschi, l'epilogo prevede il ripristino dell'ordine. Non importa con quanta corruzione, violenza e cattiveria umana gli eroi si siano...

BLUE – Il testamento blu di Derek Jarman

«Blu è l'invisibile che diventa visibile». (Yves Klein) Blu è un fotogramma. Il rumore delle onde. Musica che accarezza, che rende la realtà  raccontata onirica, quando...