Home Cinebattiamo American Beauty, American Psycho, American Sniper- Dettagli di un sogno infranto

American Beauty, American Psycho, American Sniper- Dettagli di un sogno infranto

Non sono dettagli i grandi paradigmi dell’american dream, quelli che strizzano gli abitanti degli Stati Uniti nei loro vestiti quando si preparano per affrontare una giornata all’insegna di un successo che non sembra poi così irraggiungibile, di aspettative proiettate alle stelle, dell’agghiacciante paura di non essere i migliori, perché d’altronde si è americani, e non c’è spazio per il fallimento. Ma se questi non sono dettagli è perché appunto scivolano via senza lasciare traccia, sono forzature evanescenti, che come un fantasma abbassano il loro lenzuolo su chi è pronto ad addormentarsi per fare il prossimo sogno, o continuare quello che si sta già facendo da un po’.

Perché la luce spesso si annida nel buio degli interstizi, nei più lievi accenni di senso che alzano il vento sulle cose piccole, ed è a partire da questo che può dischiudersi una riflessione sui grandi contradditori di un mondo oltreoceano, che è oltre perché è altro, non perché supera le attese, anzi, forse le prolunga nel tempo senza esaudirle mai. Se il sogno americano parla non lo fa per esaltare le voci stonate, non allineate col pensiero dominante, ma per creare un rimbombo che fa solo rumore. Da qui l’esigenza di dare voce, attraverso un’analisi sull’uso dei dettagli in tre film, al grande non detto di una illusione altrettanto grande.

American Beauty

Ma c’è chi in tutto questo scorge bellezza, chi si è impegnato per non smarrire la strada secondaria e dover ripiombare per forza in quella già tracciata, uno come Ricky Fitts che nel film del 1999 (American Beauty) diretto da Sam Mendes, grazie a una videocamera, piccolo indice di quello che di grande il cinema può fare, riesce a concentrarsi sui dettagli della ragazza che ama, a ingrandirne le fragilità e a districarsi uno spazio di sollievo.

american
Ricky Fitts riprende Jane con la videocamera

Angela: «Per me non c’è niente di peggio che essere una qualunque».

Non c’è niente di peggio che veder diluita, svuotata, dagli altri la propria personalità, quando questa perde di peso e il suo valore è neutralizzato; i dettagli che la contraddistinguono vengono così spazzati via e si perde quelle minuta parte di sé che è anche la più preziosa. Ma è ancora una volta Ricky a catturarne il senso con la sua videocamera, e a non lasciare che scivoli via: il volo di una borsa della spesa, che aleggia nell’aria sospinta da un turbinio di foglie, gli ruba il cuore, lo fa riflettere su quanta bellezza attraversi il mondo e forse anche sul potere che ha il cinema di salvaguardare questo splendore.

american
I dettagli fanno la differenza

Jane è stra-ordinaria, lui l’ha capito, l’ha colto, come una rosa. La sua forma, la sua figura è oltre ogni regola che potrebbe incastrarla in uno spazio che non le appartiene, a meno che quel luogo non siano le inquadrature del proprio volto riflesso nello specchio della cameretta. E queste sono infatti filmate da chi ha compreso che non si può limitare la radicale particolarità di qualcuno alla sua visione d’insieme, al campo lungo, alla generica immagine che astrae dai quei dettagli che sono e fanno la differenza sulla sua persona.

E se non si può dissimulare la propria specificità, è perché questa sprigiona prima o poi i suoi colori, come fanno le rose rosse del film, che esibiscono senza vergogna il loro colore brillante, il tratto caratteristico che coglie la loro essenza senza dover recidere la loro bellezza.

Se quindi per Ricky i dettagli nascondono gli aspetti più belli della vita, è una lettura sbagliata di questi a chiudere in tragedia la vita del vero protagonista della storia, Lester Burnham, come già preannunciato da lui stesso nei primi secondi del film. La «stupida piccola vita» di questo uomo di mezza età e della sua famiglia si aggrappa con tutte le forze a un piccolo margine di normalità, quando questo nemmeno esiste, ma, si sa, «mai sottovalutare il potere della negazione» dice Ricky, e di questo potrebbe risponderne il protagonista di un’altra pellicola americana nel titolo e nelle intenzioni.

American Psycho

American Psycho (2000) della regista Mary Harron, tratto dal romanzo omonimo di Bret Easton Ellis, racconta infatti, attraverso la figura di Patrick Bateman, la storia di uno dei tanti broker di Wall Street che arriva a perdere se stesso per rincorrere il miraggio di quello che non è. Lo scopo della sua vita è arrivare a un tal grado di perfezione per il quale poi i dettagli fanno drammaticamente la differenza, segnano fratture vertiginose tra chi ha il biglietto da visita più bianco pallido dell’altro.

american
Patrick Bateman che si toglie (o si mette) la maschera

L’american dream non risparmia qui le proprie macchinazioni e, anzi, getta spietatamente Patrick in un cortocircuito in cui a essere esaudito è un incubo piuttosto che un sogno. L’intera narrazione vincola il protagonista a sbavare dietro una sete di sangue che mitighi il suo irrisolto bisogno a guadagnarsi sempre il podio.

I ristoranti devono prestare una cura maniacale ai piatti che gli servono, nulla può essere fuori posto, anche se è lui il primo a non sapere dove stare al mondo; la segretaria non deve permettersi di lasciare al caso il proprio stile di abbigliamento, ogni cosa deve rispondere a una legge deterministica, perché se le cose sono prevedibili, Patrick le può manipolare.

Il nostro broker di New York non ha nessuna caratteristica che lo renda unico, il suo mostrarsi sempre impeccabile non testimonia la cura della persona che creme per il viso ed esercizio fisico vorrebbero confezionargli, ed è forse perché lui delle persone non ha cura alcuna, sia nel lavoro che conduce, che non guarda in faccia a nessuno, sia nelle relazioni che intrattiene con le donne.

La violenza e la precisione con cui fa (o sogna di fare) a pezzi le sue vittime mostrano il lato degenerato di chi, illuso di poter arrivare ovunque i desideri lo spingano, esplode quando anche i più minimi ostacoli della vita si frappongono fra lui e l’irraggiungibile idea di sé su cui non può mettere mano.

Patrick Bateman in American Psycho (2000)

Gli estenuanti panegirici che compone quando fornisce i dettagli della discografia dei cantanti che ascolta sembrano riempire i silenzi che si porta dentro, ma è la musica in realtà ad accompagnare la sua furia psicopatica, e a fare da sottofondo quando deve scegliere l’arma migliore per infliggere al prossimo la condanna di essersi distinto troppo, di aver fatto notare a Patrick la propria ordinarietà.

L’ossessione nel forgiare un’immagine di sé marmorea è ciò che rende la cura per i dettagli in questo personaggio degenerata, senza possibilità di redenzione, perché è stata pervertita l’idea che i dettagli contino non perché inquadrano aspetti unici, ma perché esibiscono differenze gerarchiche.

American Sniper

Ed è nel mostrare questa ambivalenza che si colloca il film di Clint Eastwood del 2014, American Sniper, nel quale la vera storia di un cecchino americano in Iraq, Chris Kyle, è proposta in chiave biografica. Questo è il caso in cui il dettaglio non solo fa la differenza, perché sbagliare anche di un millimetro nel colpire l’obiettivo può pregiudicare le sorti di un’intera nazione, ma è anche incredibilmente necessario per la sua salvezza.

Chris Kyle, il cecchino

L’acuta vista di Chris è tale perché minimi sono i dettagli che non si lascia fuggire, non perché questi siano irrilevanti, ma perché riconoscerli significa anche farsi carico delle conoscenze che a questi si accompagnano: sapere dove si trova il cecchino avversario, avere trovato l’apparente soluzione nel dettaglio di un telo che svolazza più del dovuto può cambiare le sorti di una intera squadra di uomini.

Eastwood colloca quindi in maniera alterna lo sguardo dello spettatore dentro e fuori la visuale di Chris, dentro la sua arma di precisione, in cui il mirino segmenta lo spazio per permettere una meticolosità chirurgica allo sparo, e fuori da essa, ma nella sua coscienza, con l’inquadratura che allarga sugli occhi del cecchino quando questi deve prendere le decisioni più cruciali.

Scelte che compromettono il suo stesso stare al mondo, che diventa uno stare allerta verso qualsiasi vibrazione molesta, quando in realtà il pericolo maggiore può essere il tuo vicino di casa, americanissimo come te, che per tutelarsi può scegliere di non fare appello alle istituzioni, ma di farsi giustizia da solo.

Chris perde l’orientamento in Iraq quando una tempesta di sabbia annulla i contorni di ogni cosa, ma abita un Paese che ha perso traccia di quali siano i propri di limiti.

L’importanza di un dettaglio

La vita di un bambino è decisa da quello che non solo sembra, ma è, a tutti gli effetti, un dettaglio: l’aver sorretto per un istante un’arma mortale avrebbe potuto comprometterlo per sempre. Ma osservare i dettagli implica anche fare attenzione al significato di cui sono portatori: «non puoi sparare a chi non vedi» dice Chris, ma puoi anche non sparare a chi vedi, puoi anche non farti abbagliare dalla prima evidenza.

Ed ecco che d’un tratto esibire un fare critico si trasforma nell’unica luce la cui ombra fa da comparsa e non da protagonista sulla scena.

Se allora in American Psycho la ricerca compulsiva della precisione svelava un lato patologico dell’uomo americano, e in American Beauty invece sanciva lo spazio in cui trovare davvero qualcosa di irripetibile, in American Sniper il dettaglio, come luogo millimetrico, è sia un modo per difendere la patria sia un inevitabile strumento di morte. La virtù di un gesto per difendere i compagni è lapidaria per altri.

Se Mendes confeziona un film in cui i dettagli sono al centro delle inquadrature, che sono poi quelle di Ricky, e degli spazi che abitano i personaggi (le rose accompagnano quasi ogni sequenza, tanto che un petalo spunta perfino dalla bocca di Lester a un certo punto), per la Harrow è la caratteristica del protagonista del suo film a portare l’attenzione dello spettatore sui dettagli e la potenza che hanno di corrompere l’integrità di una persona; e infine c’è Eastwood, che nel proporre il racconto della vita di un eroe di guerra, mette in luce tanto gli onori quanto i dolori di, chi smarrito, centra però l’obiettivo.

L’unico modo d’essere che il sogno americano ammette nasconde quindi infinite strade nascoste, infiniti indizi che gridano per essere notati: e forse non è “solo” questione di dettagli, se di questi è merito non trascurabile interrompere al risveglio i capricci di una realtà che insiste irrimediabilmente a farsi sogno.

Leggi anche: American Beauty – Sul Significato Esistenziale della Bellezza

Sofia Politi
Ho rimpianto per ogni parola che sfreccia casuale -Chandra Livia Candiani

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

LEGGI ANCHE

Il finale di Seven – Il mondo (non) è un bel posto

Nella stragrande maggioranza dei thriller polizieschi, l'epilogo prevede il ripristino dell'ordine. Non importa con quanta corruzione, violenza e cattiveria umana gli eroi si siano...

BLUE – Il testamento blu di Derek Jarman

«Blu è l'invisibile che diventa visibile». (Yves Klein) Blu è un fotogramma. Il rumore delle onde. Musica che accarezza, che rende la realtà  raccontata onirica, quando...

Animali notturni – La favola della vendetta

Questo momento, quello in cui il quadro Revenge fa capolino sullo schermo, è quello in cui Tom Ford esplicita di cosa parla Animali notturni....

Birdman e Pirandello – L’imprevedibile virtù della crisi dell’Io

Agli albori del Novecento, uno scrittore siciliano che presto sarebbe divenuto un gigante della nostra letteratura, teorizzò la nuova frontiera dell’inconscio umano: la crisi...