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Torino Film Festival: Il buco in testa – Sfocata foto di anni bui

«A volte reagire è l’undicesimo comandamento»: questa sembra essere la filosofia di vita portata avanti da Maria Serra (Teresa Saponangelo) in Il buco in testa (2020), che potrebbe essere una donna come tante se la sua vita non fosse stata segnata ancora prima di venire al mondo. A metà del maggio del 1977 suo padre, vicebrigadiere di polizia a malapena ventenne, venne ucciso da un proiettile in testa nel corso di una manifestazione politica a Milano.

Quel lutto la tormenta a tal punto da aver creato un buco anche nella sua testa, un vuoto e un dolore che ha il disperato bisogno di colmare. A quarant’anni scopre chi ha sparato a suo padre e decide di prendere un treno per Milano per affrontarlo, per sputargli in faccia tutto l’odio che cova nel cuore.

La storia raccontata da Il buco in testa di Antonio Capuano, suo decimo lungometraggio presentato in questi giorni fuori concorso al Torino Film Festival, si presenta come una libera interpretazione di fatti realmente accaduti: la vicenda di Maria Serra è difatti quella di Antonia Custra e di suo padre Antonio, ucciso il 14 maggio 1977 mentre prestava servizio durante una manifestazione in via De Amicis a Milano.

Il suo assassino, Giuseppe Memeo, venne catturato grazie a una fotografia, diventata poi simbolo degli anni di piombo, che lo ritraeva con le ginocchia piegate e la pistola ad altezza d’uomo. Trent’anni dopo Antonia ebbe modo di incontrarlo, proprio sul luogo della sparatoria. Se i giornali all’epoca titolavano di lei: «soffro, ma perdono. Voglio incontrare chi ha ucciso papà», la prima reazione di Maria Serra è invece «adesso so chi odiare».

il buco in testa
Il buco in testa (2020)

Antonio Capuano vuole far emergere il dolore provato dalla sua protagonista in ogni aspetto del suo film: dalla sua città natale, Torre del Greco, sospesa tra un vulcano e il mare, tra l’essere cenere e cibo per i pesci, ma anche dalla scelta di far rompere la quarta parete al personaggio di Maria, dandole il difficile compito di portare avanti la parte più difficile dell’esposizione.

Il lavoro fatto da Teresa Saponangelo è preciso e feroce e i suoi occhi “pungenti”, come descritti da un personaggio nel corso della narrazione, tengono lo spettatore in bilico. Da un lato gli chiedono di riconoscere il suo dolore, ma dall’altro lo respingono proprio per quel rancore che da troppo tempo cova dentro di sé.

La sua interpretazione però rischia di essere annullata da un montaggio che viaggia confusamente tra passato e presente nel tentativo di entrare nella mente di Maria e mostrare da vicino quel buco nella sua testa. Se l’intuizione poteva essere interessante, purtroppo finisce solamente per rendere la narrazione frammentaria e frustrante.

Il buco in testa rimane un tentativo interessante e rispettoso di catturare un momento della storia italiana così complesso come gli anni di piombo, più azzardato nella forma – a dimostrazione di una precisa cifra stilistica da parte di Capuano – rispetto a Padrenostro (2020) di Claudio Noce, altro film che quest’anno ha provato a compiere la medesima impresa.

La storia però soffre per la mancanza di comprensione della sua protagonista, relegando così tutto questo conflitto scalpitante a quel buco nella sua testa, senza che questo possa mai uscirne.

Leggi anche: Torino Film Festival: The Evening Hour – Il dramma dell’empatia

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