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Mank e gli anni Trenta – Il rigurgito dell’uomo tradito

Se vi manca il cinema, o un certo tipo di cinema, allora dovreste assolutamente guardare Mank (2020). Ormai da mesi si vociferava a riguardo dell’ultima fatica cinematografica di David Fincher, un ambizioso progetto che toccava direttamente il cinema americano nel suo più decantato emblema: Citizen Kane (1941).

Quando nel 1941 il venticinquenne Orson Welles divise l’opinione critica spiazzando la scena hollywoodiana con un film che rompeva con qualsiasi pedissequo e accademico canone di scrittura o rappresentazione scenica, il cinema entrò in una nuova fase già probabilmente preannunciata, ma che da questo punto in poi subì una forte spinta. Tale spinta si sarebbe propagata per i decenni a venire creando un rinnovamento epocale all’interno della settima arte e del suo sistema produttivo ed estetico. Questo è però un altro discorso. Facciamo un passo indietro.

Siamo nel 1940, lo sceneggiatore Herman J. Mankiewicz (che d’ora in avanti chiameremo Mank) è una mina vagante all’interno dei sistemi di potere hollywoodiani, dedito all’alcolismo: «bibamus, moriendum est», egli viene allontanato dalla città e dai suoi vizi e distrazioni (compresa sua moglie, la “povera” Sara) per volere di Orson Welles, talentuoso giovane outsider noto all’epoca per i suoi interventi radiofonici.

Welles aveva chiuso nel 1940 un contratto con l’RKO Pictures, la quale, in enorme difficoltà, aveva dato al giovane carta bianca dal punto di vista autoriale e di montaggio. Tra i suoi privilegi figurava anche quello di scegliersi qualsiasi collaboratore avesse voluto, ed ecco che la sua scelta ricadde proprio su Mankiewicz.

Eccoci dunque catapultati di dieci anni indietro in una decadente California che negli anni trenta stava vivendo la più paradossale delle recessioni economiche, la crisi dell'abbondanza.
Mank

Ci troviamo dunque catapultati di dieci anni indietro in una decadente California che negli anni Trenta stava vivendo la più paradossale delle recessioni economiche: la crisi dell’abbondanza. Il mercato non riusciva a garantire la circolazione delle enormi quantità di risorse e ciò portava una larga fetta di popolazione nella povertà assoluta.

In questo clima teso e confuso lo spettro del socialismo era incarnato da Upton Sinclair, instancabile attivista e apprezzato scrittore che da tempo era ormai divenuto celebre nella scena sociopolitica statunitense. Dalla sua penna era nato qualche anno prima Oil! (1926), romanzo che avrebbe ispirato Paul Thomas Anderson per il suo There will be blood (2007).

Sinclair si presenta come candidato democratico per la carica di governatore della California durante la crisi degli anni Trenta, affrontando il repubblicano Merriam. Quest’ultimo era appoggiato da diversi potenti personaggi dello studio system hollywoodiano, tra cui Louis Mayer, dispotico personaggio a capo della Metro Goldwyn Mayer, uno degli Studios più potenti dell’epoca.

Attraverso una elegantissima galleria di nomi e personaggi, tra cui figurano sceneggiatori e produttori (come David Selznick, che di lì a breve avrebbe prodotto uno dei più grandi successi della Hollywood classica, Gone with the wind) capiamo subito quanto Mank sia in questo ambiente un pesce fuor d’acqua, un topo in trappola come si definirà lui stesso, proprio come “il minaccioso bolscevico” Sinclair lo era nei rapporti politici di potere che bilanciavano gli Stati Uniti, o meglio una certa porzione di popolazione degli States.

Mank ha collaborato con gli Studios per anni, firmando sceneggiature, stringendo particolari rapporti con alcuni dei personaggi del settore, seppur non condividendo gran parte dei valori e delle circostanze che lo circondavano. La sua armatura era la fuga nell’ironia, unita alla tensione quasi romantico-decadente per la bottiglia. Citizen Kane nasce nella sua testa, come germe, nel momento in cui conosce William Randolph Hearst, ossia uno degli uomini più potenti di tutta l’America, magnate della stampa e famoso per la sua smisurata ricchezza.

Hearst era molto vicino a Mayer e alla sua casa di produzione, in virtù di ciò avrebbe fatto il possibile per scatenare il suo impero mediatico (come aveva già fatto qualche anno prima, influenzando in maniera netta l’elezione del presidente, seppure repubblicano, Hoover) e il suo nuovo peso nel mondo del cinema per evitare la realizzazione di quello che sarà Citizen Kane.

Il decennio dei Trenta diventa il lasso temporale nel quale Mank elabora nella sua mente la storia che avrebbe raccontato, la sua ispirazione viene direttamente dall’ambiente che frequentava, o meglio, era costretto a frequentare, dalla gente con cui conversava pur non riuscendo spesso a comprendersi per matrici ideali opposte.

Ecco che il seme della discordia, il limite della sopportazione e della “pacifica convivenza” con quel marcio sistema, giunge quando si vede chiedere da uno dei produttori di vetrina dell’epoca, Irving Thalberg, collaboratore, produttore e amico dei fratelli Marx, di unirsi alla campagna propagandistica contro il candidato socialista Sinclair. Ormai a questo punto è chiaro, Mank è un socialista che si trova a vivere tra orridi e spietati capitalisti simboleggiati da Mayer, che non batte ciglio alla prospettiva di simulare una sincera commozione quando, parlando ai propri dipendenti, invita loro a dimezzarsi i salari, in virtù dell’arte e del bene comune, e promettendo sulla sua “sacra” parola un risarcimento che nessuno vedrà mai.

Assistendo a tale riprovevole scena, Mank sancisce ciò che appena successo sotto i suoi occhi con una lapidaria precisazione: «non è nemmeno la cosa più deplorevole che abbia mai visto».

Mank

Con la sua solita e provocatoria ironia Mank discute con i personaggi che incontra, grandi nomi nel sistema, di socialismo e comunismo, delle differenze tra i due sistemi, di solidarietà e statalizzazione delle ferrovie. Fiato sprecato, una lotta contro dei mulini a vento, e il vento è il capitale. Passano gli anni, il New Deal di Roosvelt punta a riaprire le banche e risollevare l’economia americana, ci riesce, viene nuovamente issata la vela dei guadagni privati. Mank e Sinclair, il socialismo e la speranza per un sistema più giusto vengono sconfitti.

C’è del marcio nel sistema hollywoodiano e tra gli Studios, sembra volerci dire Mank, usando le parole di Amleto, sono stati capaci di far credere che King Kong fosse alto dieci piani e di conseguenza anche che un eretico socialista andasse messo al rogo. A vent’anni di distanza ci sarebbe stata la follia collettiva del maccartissimo e la bieca società statunitense ci sarebbe ricascata; ancora una volta Hollywood ne sarebbe stata protagonista.

Veniamo adesso alla scena che reputo essere quella madre del film, scena che racchiude in un monologo e in un gesto tutte le questioni finora affrontate. Siamo nel 1937 e nella mente del protagonista si è ormai delineato ciò che vorrà raccontare col suo script. Durante una cena organizzata nel castello privato di Hearst (Xanadù), Mank si presenterà ai commensali decisamente ubriaco e volenteroso di dire la propria, oltre che in una forma smagliante in quanto a ironia. Durante la cena giustificherà il suo ritardo menzionando un sequestro da parte di un venditore di aspirapolveri, chiedendo a tutti i presenti se sapessero cosa fosse un’aspirapolvere.

La natura guerresca della sua visita è già espressa da questa ironica sentenza lanciata sui decadenti aristocratici che ha davanti a sé.

Dopo aver rotto un bicchiere, Mank annuncerà alla sala di aver avuto una grande idea per un film e comincerà a spiegarne i meccanismi. Un uomo che combatte contro i mulini a vento, un moderno Don Chisciotte, William Randolph Hearst, un giornalista che voleva più della fama, più del rispetto, era desideroso di amore e lo desiderava con la prepotenza di un uomo smisuratamente ricco.

Ciò tuttavia non basta, per non perdersi nell’anonimato del suo materiale denaro, a questo moderno Chisciotte servono degli ideali, ideali nei quali la gente possa rispecchiarsi durante la miseria della grande depressione: un inganno, come quello che il suo compare Sancio Panza (Mayer) aveva propinato ai suoi poveri dipendenti. Un inganno su scala ancora più grande, a essere ingannati sono stati infatti i cittadini della media popolazione statunitense.

William Randolph Hearst e Louis Mayer

Durante gli anni che lo avrebbero portato a costruire un impero, Hearst si era dichiarato favorevole alle otto ore lavorative, all’equità delle tasse e, immaginate un po’, alla statalizzazione delle ferrovie californiane a scapito degli interessi privati. Come chiamiamo questa gente, chiede Mank ai suoi ammutoliti ascoltatori? Comunisti.

Lo smascheramento del magnate della stampa avviene attraverso il mascheramento del suo stesso personaggio, un paradosso in un uomo soltanto, un uomo che Sinclair apparentemente suo nemico, aveva anni prima designato come colui che avrebbe portato la rivoluzione socialista negli States.

Eccolo, William Randolph Hearst nel 1937, un socialista che invece di portare la rivoluzione si è dedicato a riportare scandali sui suoi giornali e a danzare là dove c’erano la fama e il denaro, a costruirsi torri d’avorio come meccanismo di autodifesa, come la scimmietta nel suo racconto, scimmia che dimentica presto la sua natura selvaggia (anarchica, o se vogliamo comunista) in nome dell’agio e del lustro, continuando a esibirsi all’apice del suo narcisismo per permettere al povero suonatore, pezzente, di guadagnarsi da vivere, non curandosi però del come. La metafora è chiara e mostra la piena coscienza che Hearst possiede di sé.

A questo punto, la prosopopea di Mank si chiude con un meraviglioso vomitare sul pavimento della sala impeccabilmente ornata di ricchezze. Citizen Kane è pronto.

Non sono poi così diversi Mank e Hearst, entrambi si sentono vicini a quella scimmietta, entrambi continuano a ballare affinché la musica continui, seppure tradendo i propri ideali. Nessuno dei due è riuscito a cambiare il mondo, nemmeno Sinclair ha potuto, nemmeno l’impeccabile sceneggiatura con la quale Mank in fondo spera di farlo, potrà.

Citizen Kane vincerà l’Oscar proprio alla migliore sceneggiatura, e a premiarlo sarà l’Academy, creata nel 1929 da una élite tra cui spicca Louis B. Mayer, Sancio Panza. Mank sarà premiato da coloro che non volevano permettere la realizzazione del film e da coloro che il film prendeva di mira.

Quel meraviglioso vomitare sul pavimento del castello di Hearst resta il gesto più autentico, nobile e carico di significato che un socialista in questa società, questa come allora, potesse fare.

Leggi anche: Perché a Nietzsche sarebbe piaciuto Quarto Potere

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