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Nuovi Sguardi – Eleonora Privitera, una documentarista in giro per il mondo

Così sommersi dalle migliaia (se non milioni) di contenuti che tv, cinema e rete ci mettono a disposizione, spesso commettiamo l’errore di non dare forza a quanto di più bello ci sia nella nostra capacità di essere umani: la ricerca, la curiosità e l’interesse sono troppo spesso parole e sensazioni che dimentichiamo, convinti che quanto con facilità viene mostrato noi, ci basti per sapere tutto, o colmare i nostri desideri. Se questi moniti sono da tenere a mente nella vita di tutti i giorni, lo stesso pensiero possiamo averlo presente quando parliamo di settima arte. Eleonora Privitera è una giovane regista italiana che da anni, viaggiando per tutto il mondo, porta avanti un’idea di cinema lontana da tutto quello che è fruibile, ma al contempo di fondamentale importanza.

Si tratta dell’interesse per una cinematografia diversa, ancora inesplorata, che va dritta al cuore delle persone, riportando in auge le sue contraddizioni, i sogni e le speranze, le diverse condizioni di vita che abitano il nostro pianeta. Abbiamo trovato qualcosa di raro nell’opera di questa giovane autrice, ed è con immenso piacere che posso raccontare di quella bella chiacchierata che abbiamo fatto insieme sulla passione verso la settima arte e su come essa possa essere, ancora oggi, il mezzo migliore per indagare gli aspetti della nostra vita.

Dunque, prima di tutto, ti ringrazio per aver accettato il nostro invito. La prima domanda è la più classica che potessi farti, com’è nata in te la passione per il cinema e quando hai capito che volevi intraprendere questa strada?

Eleonora Privitera

Ho sempre avuto una passione per i documentari, tanto da coltivarla partecipando a tanti film festival come spettatrice. Ma è stato durante il master in Fotogiornalismo contemporaneo, diretto da Emiliano Mancuso presso le Officine Fotografiche di Roma, che ho scoperto di avere una vera e propria vocazione per il video documentario. Avevo da poco terminato un master di ricerca in Antropologia, durante il quale mi ero sempre più resa conto di non essere fatta per il mondo accademico, per cui ho voluto cercare un modo alternativo per raccontare le storie delle persone, e ho trovato nel documentario la perfetta combinazione tra ricerca, indagine sull’essere umano, impegno civile e arte.

Hai lasciato l’Italia giovanissima per spostarti a New York e proseguire qui studi e carriera. Credi che sia questo il posto “migliore” per una giovane regista oggi? E quali sono, se ne hai trovate, le differenze maggiori con il nostro paese, sia a livello di produzione sia di interesse reale nel cinema?

Eleonora Privitera

Non mi sento di dire in modo assoluto che New York sia il posto migliore per una giovane regista, ma credo di essere arrivata alla consapevolezza che sia il posto giusto per me, almeno per il momento. In questa città ho avuto la possibilità di conoscere tante persone stimolanti e appassionate per il loro lavoro, e c’è uno scambio/confronto infinito di idee e progetti. La differenza principale che ho trovato è che qui a New York molti ruoli predominanti nel mondo del cinema e del documentario sono rivestiti da donne, a differenza che in Italia, dove credo sia ancora un settore prevalentemente maschile, purtroppo.

Anche nell’Accademia di cinema dove ho studiato, ho avuto la fortuna di lavorare e formarmi con donne che hanno una carriera di successo nel settore documentaristico. New York dal punto di vista artistico, creativo e cinematografico offre tantissimo. Si trova qualsiasi cosa tu stia cercando: dai cinema commerciali, al cinema di autore, residence art e produzioni indipendenti, che sostengono la produzione di film d’autore e alternativo.

Quattro chiacchiere con Eleonora Privitera, una giovane documentarista italiana con cui abbiamo parlato di cinema, speranza e sogni futuri.
Un’immagine dal documentario Rebirth

Abbiamo ammirato i tuoi documentari, scoprendo un’autrice che riesce a raccontare e indagare – con delicatezza e sincera curiosità – diverse porzioni di vita, passando da storie molto private a problemi di più larga scala. Com’è nato l’interesse per gli altri e perché credi che il documentario, in questo momento, sia il modo migliore per raccontare le tue storie?

Eleonora Privitera

A diciotto anni ho avuto la fortuna di iniziare a collaborare con un’organizzazione che lavorava nelle baraccopoli di Nairobi, in Kenya, dove sono stata per lavoro diversi anni. Le relazioni costruite con le persone all’interno dell’organizzazione e il lavoro svolto con le comunità locali, che vivevano in condizioni di vita disumane, hanno inciso profondamente nelle mie scelte di vita successive. Da lì ho cominciato a sentire l’esigenza di voler indagare e raccontare storie di persone diverse e meno privilegiate di me. Come ho già accennato, inizialmente avevo visto nell’Accademia un canale per indagare, studiare per poi contribuire sulle vite degli esseri umani, ma ho trovato il mondo accademico molto autoreferenziale ed eccessivamente teorico.

Nel documentario ho trovato un canale attraverso cui esprimere e condividere la mia visione sul mondo.

Oltre alla bellezza di tutto ciò che risiede nel suo aspetto artistico e creativo, per me è estremamente importante l’approccio etico che si utilizza nel raccontare determinate storie e le relazioni che si costruiscono durante la produzione del film.  Mi piace molto approcciare ai soggetti dei miei film con l’intenzione di voler realizzare il film insieme, con la stessa intensità nella motivazione e nel coinvolgimento emotivo. Questo per me ha un potere infinito, perché è un canale in cui sia il regista che le persone coinvolte a raccontare la loro storia hanno la possibilità di rappresentare se stesse ed esprimersi.

In Rebirth documenti una storia molto privata e intima che coinvolge la tua famiglia, realizzando un documentario meraviglioso, emozionante, evitando di essere didascalica, tagliando la retorica senza escludere anche momenti di gioia e speranza, e soprattutto mostrando una capacità di raccontare il dolore con una sincerità tale difficile da trovare. Avevi, per quanto possibile, delle idee su cosa mostrare o hai deciso di riprendere in maniera “libera”, e poi quanto è stato difficile raccontare una storia così personale?

Eleonora Privitera

Appartenere alla famiglia che avevo deciso di filmare mi ha dato sicuramente il vantaggio di accedere a tante sfumature e dettagli dei miei genitori che, come figlia, conoscevo già. Per cui sì, in parte avevo una sorta di short-list che ho tenuto a mente durante le riprese, ma una volta tornata a casa, ho acceso la telecamera e semplicemente ho osservato e ripreso tutto ciò che succedeva. Ho seguito l’approccio del cinema-vérité, che si basa su un rapporto molto intimo tra regista e soggetto, dove la cosa fondamentale è una profonda capacità di osservazione e di ascolto, che permette di accedere a ogni realtà, e raccontarla da dentro.

L’inizio di questo film è stata la parte più difficile, ero molto titubante sul fare un film così personale. Avevo timore che non avrebbe suscitato l’interesse di nessuno vederlo, e  molta paura del giudizio sulla mia famiglia. Ma, una volta iniziato, mi sono immersa totalmente e ho trovato la strada che sentivo più allineata a me. Sentivo la necessità di mettere a nudo le inadeguatezze, la vulnerabilità, e l’amore che vedevo nei miei, e per me filmare è stato quasi come confessarmi dietro a un diario. In questa scelta, il supporto e la spinta di alcune persone che ho avuto vicino sono stati fondamentali.

Una domanda più leggera, di quelle che suscitano sempre curiosità nei lettori: quali sono gli autori che maggiormente hanno influenzato la tua passione per il cinema e, se dovessi scegliere una manciata di film fondamentali per te, quali sarebbero?

Eleonora Privitera

Tra coloro che hanno avuto una maggiore influenza sul mio stile ci sono sicuramente  registe che hanno fatto un cinema sperimentale, come Agnes Varda e Chantal Akerman, ma anche registi come Bertolucci, Sorrentino, Kubrick, Cuarón, Almodovar e Kusturica. E tra i film/documentari menzionerei sicuramente: Nanook of the North di Robert Flaherty, Etre et Avoir di Nicolas Philibert e Le conseguenze dell’amore di Sorrentino. 

Quattro chiacchiere con Eleonora Privitera, una giovane documentarista italiana con cui abbiamo parlato di cinema, speranza e sogni futuri.
Immagine dal documentario It’s Still Me, Mom

Quest’estate hai realizzato diversi reportage sul movimento Black Lives Matter e, in passato, hai diretto It’s still me, mom, documentario su una transgender discriminata dalla sua stessa famiglia. Quant’è importante per te il tema della discriminazione e da cosa nasce questo interesse antropologico così forte?

Eleonora Privitera

Da antropologa, nelle mie ricerche mi sono sempre mossa in contesti circoscritti, marginali, quelli che Lévi-Strauss ha chiamato le «pattumiere della storia», tentando di svelarne e comprenderne relazioni e dinamiche sociali. Con un approccio che vuole essere lontano da quello caritatevole e missionario, tento quindi sempre di costruire insieme all’altro un lavoro in cui ognuno ha la possibilità di esprimersi e di far sentire la propria voce, non secondo quindi le mie sole esigenze da regista, ma soprattutto quelle dei protagonisti dei miei lavori.

In ultima battuta, una domanda di quelle classiche: ora sei a New York, immaginiamo che il tuo interesse documentaristico ti porterà a girare il mondo ancora per molto tempo. Cosa ti aspetti dal futuro, quali speranze nutri in esse e soprattutto, credi che l’Italia potrà diventare il punto fermo da dove raccontare le tue storie?

Eleonora Privitera

New York per ora è una buona base, ma coltivo l’idea di tornare in Italia un giorno. Il mio obiettivo è fondare una casa di produzione indipendente per continuare a realizzare documentari in diverse parti del mondo, con un forte e concreto impatto sulle vite delle persone. Inoltre, ho cominciato a collaborare con Synaptica Project, un collettivo internazionale impegnato a sostenere e creare modelli di vita sostenibili, utilizzando l’economia circolare e l’arte. Abbiamo molti progetti di documentari da avviare anche in Italia. Sono originaria della Sicilia, e avendo un legame viscerale con quella terra e le sue persone, sogno di stabilirmi e lavorare a Palermo una volta tornata in Europa.

Quattro chiacchiere con Eleonora Privitera, una giovane documentarista italiana con cui abbiamo parlato di cinema, speranza e sogni futuri.
Immagini tratte dal reportage di Eleonora durante le proteste del movimento Black Lives Matter

Leggi anche: Stefano Virgilio Cipressi – L’Essenza del cinema, Fujakkà e Una Psichedelia Nera | Nuovi Sguardi

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