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La metanarrazione prospettica tra Mank e Quarto Potere

La metanarrazione prospettica tra Mank e Quarto Potere

Mank: «La narrazione è un unico grande cerchio, è come una girella alla cannella. Non è una linea dritta che punta all’uscita più vicina. Non si può cogliere l’intera vita di un uomo in sole due ore, il massimo che puoi sperare è di darne un’impressione».

Un’impressione, nulla di più.

Ed è proprio un’impressione quella che abbiamo di Charles Foster Kane, un personaggio che nasce dalla penna di Herman J. Mankiewicz – detto Mank -, dalla messa in scena di Orson Welles e dalle vicende esistenziali di William Randolph Hearst.

Un’impressione dunque, e per di più pluriprospettica.

Sì, perché Quarto Potere viene scritto da Mank, uno scrittore di origine europea, biograficamente e culturalmente, affetto dal vizio dell’alcool e del socialismo; un outsider nella Hollywood degli anni ’30, un inattuale di nietzschiana memoria agli albori dell’operazione mitopoietica propria di quell’industria culturale, colpevole di aver condannato l’occidente alla fede verso il sogno americano.

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Herman J. Mankiewicz – detto Mank – nella vita reale e in Mank (Gary Oldman)

Nell’eterno limbo della danza tra favola e realtà, tuttavia, il personaggio di Charles Foster Kane si basa su una figura simbolo della storia americana, William Randolph Hearst, l’incarnazione del potere mediatico per eccellenza, dalla stampa alla produzione cinematografica, e dunque alla politica. Un uomo che Mank conosceva personalmente, partecipando per un certo periodo agli incontri interni al castello Hearst – quello che finì per diventare il castello di Xanadu -, e facendosi pagare inconsapevolmente una parte dello stipendio, semplicemente perché risultava simpatico al grande magnate americano. Fino a quando venne a conoscenza della pellicola, contro la quale scagliò tutto il suo potere economico, tentando invano di impedirne la realizzazione per poi, attraverso una violenta campagna mediatica, chiederne la censura.

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William Randolph Hearst in Mank e nella realtà

Ed è così che – sussurrerebbe l’eterno Nietzsche – «il mondo vero finì per diventare favola», e William Randolph Hearst finì per diventare Charles Foster Kane, il giornale San Francisco Examiner divenne il New York Inquirer e il produttore cinematografico della MGM Louis Mayer finì per diventare il braccio destro Bernstein; mentre la passione per il collezionismo d’arte, i fallimenti politici, la grande ricchezza dei genitori e l’insostituibile solitudine dell’infanzia e della vecchiaia, rimase invece la medesima.

Rita: «Bernstein rappresenta Louis Mayer?».
Mank: «Se la forma segue la funzione…».
Rita: «Mayer è lo stesso patetico cagnolino che scodinzola per il nostro Charles Foster».
Mank: «Bernstein è un personaggio molto più simpatico».

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Louis Mayer in Mank, nella vita reale, e Bernstein di Quarto Potere

In questa versione moderna del Don Chisciotte – come piace chiamarla a Mank -, il giornalista errante ha abbandonato i mulini a vento per inseguire eternamente l’illusione di un potere assoluto, accompagnato dal fedele sgobbone Sancho Panza e immerso nelle trame amorose della dolce Dulcinea. Quest’ultima – contadina trasformata dal protagonista in una nobile dama – assume le vesti moderne di Marion Davies, un’attrice americana che ottenne grande successo perché appoggiata dalla volontà del marito, trasposta cinematograficamente nei panni di Susan Alexander, una cantante di ben poco talento che divenne la seconda moglie di Charles Foster Kane.

Mank: «Lei non è lei. Lei è come le persone che non la conoscono immaginano che sia».

Marion Davies in Mank, nella vita reale, e Susan di Quarto Potere

Mank conosceva Marion Davis, ne intravedeva una figura divertente, avventurosa e più intelligente di quanto non apparisse; tuttavia, conosceva anche la sua immagine, la maschera pirandelliana con la quale la giovane attrice si mostrava al mondo di Hollywood. La Susan di Quarto Potere è dunque un’impressione, e nulla più, una tra le infinite prospettive eternizzata in una sequenza di fotogrammi in grado di trasformare la maschera in volto.

«C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno».

(Luigi Pirandello, “Uno, nessuno, centomila”)

Nel film di Fincher avviene l’incontro tra l’autore e il proprio personaggio, come se Cervantes condividesse un’avventura con Don Chisciotte, Tarantino bevesse una birra tedesca con il Dr. King Schultz, oppure se Pirandello incontrasse Mattia Pascal, o chi fu per lui. Mank, infatti, si relaziona con le ombre di quelli che saranno poi i propri personaggi, passeggiando nel castello con la propria Susan, discutendo di lavoro e politica con il proprio Bernstein e, completamente ubriaco, sbraitando l’infausta verità in faccia al proprio Charles Foster Kane.

In Mank si mostra, dunque, una realtà che finì per diventare racconto, una favola reale che si rivela di per sé metanarrativa.

Eppure Quarto Potere rimane un’impressione, una nata in particolare dalla prospettiva del suo sceneggiatore. In Charles Foster Kane, infatti, e inevitabilmente, è presente anche tanta realtà di Mank stesso: ricordi, pensieri e sensazioni che hanno preso il sopravvento insediandosi nelle trame del racconto, frammenti di vita che divengono parte integrante di quel personaggio; poiché, come rivela l’amica Marion Davis, «beh… ho letto il copione. È bello, Mank, a modo suo, e c’è molto di te».

Mank ne tratteggiò l’anima, tuttavia, Charles Foster Kane non potrebbe esistere senza l’espressione corporea del regista Orson Welles che, interpretandolo all’età di venticinque anni così come sul punto di morte in tarda vecchiaia, impregna il personaggio di sé e dei propri vissuti. Controllando la totale messa in scena cinematografica, Welles dona vita a un proprio Charles Foster Kane, ai quei meri segni neri su sfondo bianco della sceneggiatura, che andrà a fare propria. Questa dinamica è esplicata in Mank quando, dopo un’esplosione di rabbia discutendo con lo sceneggiatore, Mank nota nel regista un tratto da aggiungere al personaggio.

Mank: «Questo ci vuole quando Susan lascia Kane. Un atto di violenza purificatrice».
Orson Welles: «Può darsi».

Charles Foster Kane (Orson Welles)

Quarto Potere, dunque, è un’impressione sulla vita di un uomo, un’impressione che di per sé è pluriprospettica, in quanto frutto della poiesis creativa di Mankiewicz e Welles, basati sulle vicende personali di Hearst. Un’impressione che mostra le tracce della sintesi di tre uomini, rivelando l’ineliminabile prospettivismo anche nella costruzione del personaggio, in una danza a quattro tra Mank, Welles, Hearst e il tanto decantato Charles Foster Kane, nel quale ognuno trova il modo di rispecchiarsi. 

«Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!».

(Luigi Pirandello, “Sei personaggi in cerca d’autore”)

Da queste premesse dalle sfumature biografiche e poetiche nasce il film Quarto Potere, la favola reale di Charles Foster Kane, senza mai presentarne il punto di vista, ma narrata attraverso la prospettiva di cinque personaggi appartenenti alla sua vita e dall’immagine pubblica a cura del cinegiornale. Demolendo e ricostituendo la figura di Kane, non si rivela mai l’essenza e la realtà in sé del protagonista, ma, attraverso una sequenza di flashback, emerge l’irriducibile frammentazione di quella che è nulla più che un’impressione.

Il “protagonista” si mostra un soggetto molteplice e polimorfo, presentato con personalità differenti – un ragazzo ribelle, un celebre direttore, un amico presuntuoso, un marito insensibile ed egoista, e un padrone bizzarro -, come se con ognuno dei suoi cari indossasse diverse maschere, diverse forme-di-vita, rivelando come esistano uno, nessuno e centomila Kane.

La volontà prospettica si mostra nella narrazione e nel linguaggio filmico

Il film rappresentò la nascita del cinema moderno poiché, per la prima volta, venne mostrata l’assenza della presenza effettiva del protagonista, di un narratore onnisciente, di un lieto fine e di un racconto teleologicamente orientato, in favore di una narrazione prospettica, molteplice e non lineare. Quarto Potere fa parte di quella nuova forma di narrativa moderna che il filologo Erich Auerbach definisce “realismo letterario” – individuando in Virginia Woolf, James Joyce e Marcel Proust i massimi esponenti – caratterizzato dalla rappresentazione pluripersonale della coscienza, la stratificazione dei tempi, lo scioglimento dei rapporti nell’azione esteriore e il cambio del punto d’osservazione.

«Non sembra esistere fuori dal romanzo nessun punto dal quale vengono osservati gli uomini e gli avvenimenti e neanche una realtà obiettiva diversa da quella soggettiva della coscienza dei personaggi».

(Erich Auerbach, “Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale”)

Questa nuova forma di narrazione trova nel prospettivismo di Nietzsche la propria matrice teorica, riconoscendo nella morte di Dio annunciata dal filosofo la morte del narratore onnisciente, conferendo realtà ai singoli personaggi e al loro flusso di coscienza, negando la possibilità di una verità ultima o di un’unità risolutiva, poiché «non esistono fatti, bensì solo interpretazioni».

Collega giornalista: «Se avesse scoperto il significato di “Rosabella”, scommetto che avrebbe spiegato ogni cosa».

Giornalista Thompson: «No, non credo; no, il signor Kane era un uomo che ha ottenuto ciò che voleva per poi perderlo. Forse “Rosabella” è una cosa che non è riuscito ad avere o qualcosa che ha perso. Comunque, non avrebbe spiegato nulla… Non basta una parola sola per spiegare la vita di un uomo. No, penso che “Rosabella” sia solo… un pezzo del rompicapo… un pezzo che manca».

Rosabella rimane un’impressione dunque. Appare chiaro come Charles Foster Kane sia un personaggio concettuale, un’idea rappresentata tramite un agente narrativo ed estetico, un soggetto che incarna la visione prospettica nietzschiana rielaborata da Mank e Welles. Kane è come se diventasse il film stesso poiché, se come sostiene Nietzsche la verità emerge nello scontro tra prospettive, allora l’opera filmica Quarto potere – in quanto incontro e sintesi delle voci interpretanti che lo raccontano, delle prospettive più vicine e intime – rappresenta la verità propria di Charles Foster Kane.

«L’intento di avvicinarsi a una vera realtà obiettiva con l’aiuto di molte impressioni soggettive avute da molte persone (e in momenti diversi), è una caratteristica essenziale del procedimento moderno».

(E. Auerbach, “Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale”)

Prospettico è il personaggio di Kane dunque, ma anche sua costruzione. Prospettica è l’opera Quarto Potere dunque, ma anche il film che ne narra l’ideazione.

La pellicola di Fincher, infatti, ricalca nella forma quella di Welles in ogni sua sfaccettatura, richiamandosi a una narrazione frammentata, stratificata e a incastro, immersa in flashback costanti che riportano le differenti forme-di-vita dello sceneggiature. Ciò che ne rimane è un’impressione, e anch’essa prospettica e metacinematografica, poichè frutto della sintesi creativa di un padre e di un figlio, di Jack Fincher – alla sua prima e ultima sceneggiatura – e di David Fincher che decise di conferire realtà alla prospettiva del padre morto nel 1993, rendendolo così immortale.

Come Charles Foster Kane di Quarto Potere nasce dallo sguardo di Mank e Orson Welles su William Randolph Hearst; così il Mank di Gary Oldman nasce da quello di David e Jack Fincher su Herman J. Mankiewicz.

Mank è un’opera metanarrativa perché mostra il rapporto tra la realizzazione di una sceneggiatura che si basa su eventi interni al film stesso, gli eventi stessi e i personaggi “reali” che si relazionano ai propri personaggi filmici.

«Non basta una parola a spiegare la vita di un uomo, così come non bastano due ore, ciò che può rimanere è solo un’impressione», dirà Mank riferendosi alla propria sceneggiatura e, metacinematograficamente, al film Mank stesso.

Orson Welles e Mank

Leggi anche: Perché a Nietzsche sarebbe piaciuto Quarto Potere

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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