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Inside The Blair Witch Project: Il mistero della strega di Blair

THE BLAIR WITCH PROJECT – STORIA E ANALISI DI UN FENOMENO CINEMATOGRAFICO VIRALE

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
The Blair Witch Project – Locandina Ufficiale

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez: Studenti di cinema e appassionati di horror – L’incontro e l’idea

Nell’ormai lontano 1994 Daniel Myrick e Eduardo Sánchez, due giovani appassionati e studenti di cinema si incontrano nelle aule della University of Central Florida School of Film, dando inizio a una bella e duratura amicizia cinefila.

I loro nomi per il momento appartengono esclusivamente a una produzione indipendente di cortometraggi e prodotti straight-to-DVD per una divisione della Warner Home Video. Nessuno o quasi li conosce nell’ambiente e i due sono liberi di immaginare e creare ricevendo stimoli e osservando le modalità lavorative dei grandi studios.

I due creativi, come già detto, producono cortometraggi che però ottengono scarsa considerazione e per questo si ritrovano costretti a dover lavorare all’interno di progetti a basso costo occupando ruoli secondari che non possono che considerare superflui.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
Daniel Myrick, Eduardo Sánchez – I registi di The Blair Witch Project

Tutto cambia nel momento in cui Daniel ed Eduardo condividono una maratona di film horror, giungendo a una conclusione tanto semplice quanto definitiva per la carriera di entrambi, ossia rendersi autori di un prodotto cinematografico nostalgico, inquietante e dalla facile realizzazione.

Un prodotto cinematografico inevitabilmente legato al genere che i due amano più di ogni altro: l’horror

Le origini del loro unico e grande successo sono da identificarsi dunque nella consapevolezza reciproca di dover scrivere e dirigere un film horror in grado di affondare i denti sulla realtà e non sul fantastico e l’incredibile.

Un film non tanto per il pubblico quanto invece per loro stessi.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
The Legend Of Boggy Creek – Film d’ispirazione per il duo di Blair Witch

Erano nostalgici di quei prodotti che da bambini erano riusciti a spaventarli e che negli anni sembravano essere scomparsi senza alcuna spiegazione.

Forti di una conoscenza sterminata del cinema horror e del documentaristico, Daniel e Eduardo riprendono tra le mani titoli come The Legend Of Boggy Creek, In Search Of… with Leonard Nimoy, Shining e via dicendo, pur di inseguire uno stile cinematografico ibrido: un po’ documentario, un po’ racconto di finzione, in cui è sempre la paura a dettare le regole.

Da tutto questo nasce l’idea di The Blair Witch Project: Il mistero della strega di Blair.

La lavorazione di The Blair Witch Project – I luoghi, gli attori e la scrittura

Dove, ma soprattutto come ha inizio la vicenda cui il film si interessa?

I due giovani registi non hanno alcuna intenzione di ambientare il loro primo film in una grande città o comunque nel caos di una metropoli, poiché la loro paura più grande è quella di non riuscire ad avere il pieno controllo sui luoghi e sulla folla.

Ecco dunque la scelta immediata di un’ambientazione boschiva e prima ancora di una piccola comunità americana (chiaramente fittizia) immersa nelle campagne del Maryland. Seguita da soli tre personaggi principale e niente di più.

Evidente fin da subito quanto Myrick e Sánchez non siano interessati a mostrare e raccontare per intero la comunità che ospita e che in qualche modo ha dato origine alla leggenda che i protagonisti del film, tre giovani studenti di cinema, intendono indagare.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
Burkittsville; Maryland – Location di The Blair Witch Project

Piuttosto i due si soffermano quasi principalmente su alcuni luoghi cardine della comunità rurale di Burkittsville nel Maryland (luogo realmente esistente).

Dal diner al cimitero in cima alla collina, fino all’unico market locale e la via principale che diviene molto presto il luogo delle interviste che i tre ragazzi conducono sempre a metà strada tra stile documentaristico, reportage e cinema di finzione.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
Il cimitero in cima alla collina di Burkittsville

Interviste che sono legate indissolubilmente alla sceneggiatura del film (se così si può chiamare) scritta dagli stessi Myrick e Sanchez. Fatta eccezione per una sola di queste:

Heather Donahue: «Lei crede alla stregoneria?»

Anziano religioso: «No!»

 Heather Donahue: «No?»

Anziano religioso: «Nossignore!»

Heather Donahue: «È religioso?»

Anziano religioso: «Sì»

Heather Donahue: «Grazie»

Un’intervista assolutamente reale, per certi versi divertente, ma incredibilmente esemplificativa di ciò che le persone del luogo hanno pensato e tutt’ora pensano del film. Non di quello fittizio girato dai tre studenti di cinema, ma proprio di The Blair Witch Project, del duo Myrick/Sanchez.

Ciò che però non è stato approfondito o indagato a fondo è prima di tutto l’esistenza o comunque il contenuto concreto e provato della sceneggiatura del film e in secondo piano la sua lavorazione e che cosa essa ha significato nel tempo per gli attori e per gli abitanti del luogo in cui The Blair Witch Project è stato girato.

Tutto nasce da una volontà reciproca dei due registi di creare una backstory credibile, angosciante e per certi versi fortemente drammatica su alcuni casi accaduti in un piccolo paesino di campagna, come appunto poteva essere Burkittsville.

Casi non soltanto di cronaca nera efferata ma anche e soprattutto di misteriosi e inquietanti ritrovamenti e avvistamenti di streghe, creature mostruose e mitologiche e fantasmi.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
The Blair Witch Project – Heather Donahue batte il Ciak

Ognuna di queste basi di scrittura rappresenta di fatto un segmento di sceneggiatura, o meglio una traccia narrativa.

Poiché fin dal principio, in quanto interessati principalmente a un film documentaristico, Myrick e Sanchez prendono una decisione netta e profondamente giustificata: non voler affatto scrivere una sceneggiatura cinematografica. Piuttosto annotare fatti, accadimenti, linee generali per gli sviluppi della narrazione e poi ancora interviste ed elementi interessanti da presentare agli attori (sottoposti spesso e volentieri a condizioni logoranti e sorprese bizzarre) e successivamente al pubblico.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
Heather Donahue – Inquadratura celebre – Fuga notturna e addio ai genitori

Prima ancora di approfondire la mitologia, le leggende e le credenze locali però è necessario aggiungere, per tornare a quell’unica e brevissima intervista reale e nient’affatto preparata, quanto Burkittsville e i suoi abitanti si siano dimostrati fin dal primo momento assolutamente impreparati, infastiditi e davvero poco propensi a ospitare un racconto cinematografico come quello sulla strega di Blair.

È infatti interessante notare come Myrick e Sanchez abbiano deciso di raggiungere Burkittsville qualche tempo prima dei tre attori selezionati – Heather Donahue, Joshua Leonard, Michael C. Williams – per placare gli animi, per concordare le risposte delle persone da far intervistare ai tre attori e infine per aver il tempo di collocare nel bosco (scelto come location principale), oggetti, strumenti e alterazioni della natura inquietanti, bizzarre e spaventose, in grado di creare atmosfera e destabilizzare i tre giovani attori.

Gli abitanti del luogo fin da subito si dimostrano contrari. Un po’ per evitare dicerie, un po’ per evitare il tran tran della troupe del film, ridotta in fase di riprese a sole sette/otto persone e un po’ per scongiurare future conseguenze relative all’uscita del film e alla leggenda a esso legata.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
Visite a tema organizzate a Burkittsville post uscita del film

Un timore quest’ultimo nient’affatto immotivato, poiché come pochi sanno, la città di Burkittsville, dove è ambientata la prima parte del film, viene poco tempo dopo invasa dai fan.

Il cartello della città viene rubato più volte e si ripetono le profanazioni nel cimitero locale che costringono gli abitanti e il sindaco a chiedere una protezione extra della polizia.

Il cinema locale decide infine di non proiettare il film, nonostante la clamorosa accoglienza da parte di pubblico e critica più o meno globalmente.

Tornando alla lavorazione del film e soprattutto allo sforzo sostenuto dai tre attori principali è importante considerare quello di The Blair Witch Project un vero e proprio caso cinematografico che non vuole essere del tutto cinema di finzione, muovendosi sottotraccia tra documentario, teatro e reportage.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
The Blair Witch Project – Stickmen

A testimonianza di ciò, non soltanto la spoglia sceneggiatura di cinquanta pagine, priva o quasi di indicazioni e battute di dialogo, ma anche la particolare pratica registica adottata dal duo Myrick e Sanchez.

Una pratica registica tanto pericolosa quanto improvvisata, necessaria a loro due per provare a calare il più possibile i tre giovani attori esordienti nelle parti e nel clima di quella che era a tutti gli effetti una volontà metacinematografica ma anche giornalistica: un film dentro un film, il falso nel falso, il vero nel vero, inserita pur sempre in un modello documentaristico, dunque aperto all’improvvisazione.

Il duo di registi stabilisce infatti otto giorni di riprese, pur essendo privo di storyboard e sceneggiatura (è importante continuare a ricordarlo), trasportando quasi improvvisamente i tre attori dalla loro abitazione cittadina ai fitti boschi del Maryland senza dar loro troppe spiegazioni.

Daniel Myrick e Eduardo Sánchez con The Blair Witch Project indagano l'oscurità ed il male invisibile tra documentario e cinema di finzione.
L’intervista a Mary Brown – La pazza del paese, nonché ballerina, storica e scienziata del dipartimento d’energia.

Se non fornendogli esclusivamente la backstory dei luoghi (fittizia ma fatta passare per reale), dei walkie-talkie per rimanere in contatto con la troupe lontana da quel luogo, un GPS per non perdersi (cosa che accadde dalle tre alle cinque volte), alcuni bigliettini contenenti linee guida su cosa fare quel giorno e infine pochissime quantità di cibo.

Un altro stratagemma questo in grado di acuire la rabbia e la volontà degli attori di uscire il più velocemente possibile da quei boschi.

La mitologia, le leggende e le credenze locali – La strega e le sparizioni – Realtà o finzione? – Il libro, il fumetto e le interviste

Per accompagnare l’uscita del film e accrescere dunque il mistero e l’inquietudine che esso proponeva al suo pubblico, Myrick e Sanchez pubblicano un libro, un fumetto e dirigono ben due documentari televisivi (Curse of the witch; Sticks and Stones).

Il libro si propone come una sorta di sequel, o meglio un dossier con tanto di documenti e immagini sulle indagini svolte sul caso: testimonianze, articoli di giornale, verbali di polizia.

Mentre il fumetto anticipa e racconta in qualche modo la nascita della mitologia della strega e degli accadimenti macabri e oscuri di Burkittsville e più in generale del Maryland.

Ecco alcuni esempi:

«Nel 1786, molti bambini denunciarono ai genitori una donna irlandese, proprio la signora Elly Kedward, accusata di averli obbligati ad andare nella propria abitazione per prelevare loro dei campioni di sangue. La donna venne immediatamente bandita e cacciata dal villaggio per stregoneria. Durante l’inverno successivo, molto rigido, tutti gli abitanti del villaggio diedero la donna per morta. La scia di sangue però non cessò, anzi. Nell’agosto 1825, molti popolani videro una ragazza del posto (Treacle Eileen) venire trascinata nel torrente da una figura femminile. Il torrente non era molto profondo, circa un metro e venti, ma nonostante ciò il corpo della ragazza non fu mai ritrovato. Inoltre furono ritrovati sia nel fiume che nel bosco, per oltre tredici anni, strane figure di forma umana composte da legnetti intrecciati tra loro. Nel marzo del 1886 un’altra fanciulla di nome Robin, di soli otto anni, sparì misteriosamente. Subito partirono le squadre dei soccorritori, ma dopo un giorno la bambina ritornò a casa da sola e furono proprio i soccorritori della prima squadra a scomparire nella foresta».

(Van Meter, Lee Edwards, Davis e Mireault, “The Blair Witch Project – The Comic Book”) 

«Nel 1785 alcuni bambini di Blair, nel Maryland, accusano una vecchia tormentata da una maledizione, Elly Kedward, di avere loro “preso del sangue”. Accusata di stregoneria, è condannata ad essere abbandonata d’inverno nel bosco di Blair, dove – si presume – non potrà sopravvivere. Ma nell’inverno successivo del 1786 metà dei bambini di Blair sparisce. Non saranno mai ritrovati, e la popolazione, spaventata, abbandonerà Blair, ricostruita solo nel 1824 con l’attuale nome di Burkittsville. Anche la nuova città ha i suoi problemi: non passa un anno e nel 1825 davanti a undici testimoni una bambina di dieci anni, Eileen Treacle, è trascinata in un ruscello da una mano misteriosa che emerge dalle acque. Il suo corpo non sarà mai più ritrovato e l’acqua del ruscello, avvelenata, causerà un’epidemia. Nel 1886 sparisce un’altra bambina, Robin Weaver. Due gruppi di abitanti del paese vanno a cercarla nel bosco. Robin torna (in stato confusionale, che durerà tutta la vita), ma i componenti del secondo gruppo che la cercava vengono trovati morti nel bosco, legati insieme per le mani e i piedi e con le viscere estratte dal corpo. Infine nel 1940-1941 un eremita che si è costruito una casa nel bosco, Rustin Parr, rapisce sette bambini e li uccide nella sua casa uno per uno costringendo gli altri ad ascoltare le loro grida con la faccia rivolta al muro. Solo il settimo bambino (Kyle Brody) è lasciato libero, anche se finirà in manicomio. Parr confessa ed è impiccato, ma afferma che la voce della strega ha guidato tutte le sue azioni».

(Van Meter, Lee Edwards, Davis e Mireault, “The Blair Witch Project – The Comic Book”) 

The Blair Witch Project – Il libro/dossier

Considerando invece quanto offerto dal film in termini di mitologia, tre sono i casi importanti che necessitano di un maggior approfondimento: Il racconto su Rustin Parr l’assassino di bambini che avrebbe agito su volontà della strega; L’avvistamento della strega da parte dell’anziano pescatore e infine il racconto dell’anziana Mary Brown, anch’essa testimone dell’avvistamento della strega.

Rustin Parr è uno del posto. Un eremita che su volontà della strega si isola nei boschi, allontanandosi quasi totalmente dalla comunità, per poter farsi carico dei sacrifici alla strega. Una leggenda fittizia che ha del vero, è infatti noto come nei boschi del Maryland un caso molto simile sia accaduto tra gli anni ’80 e i primi ’90.

L’anziano pescatore che racconta ai tre ragazzi di aver avvistato la strega, osservata sotto forma di curiosa nuvola bianca sospesa nell’aria. Un racconto chiaramente poco credibile che assume tutt’altro peso se considerati gli avvistamenti bizzarri (e apparentemente reali) segnalati nello stato dal Maryland dagli anni ’80 in avanti.

Infine Mary Brown, probabilmente la figura più interessante del film di Myrick e Sanchez. La pazza della comunità, convinta di essere non soltanto una storica, ma anche una ballerina e una scienziata del dipartimento d’energia. Figura curiosa ma stranamente inquietante.

Abbastanza evidente dunque il pullulare di epica e mitologia folkloristica all’interno del film, portata avanti man mano che i tre giovani procedono nei boschi con il loro documentario, attraverso non soltanto i mucchi di pietre, i legnetti a forma di individuo umano, gli angoscianti suoni notturni di passi e risate.

Ma anche e soprattutto attraverso l’uso della casa diroccata (Rustin Parr), con le impronte infantili sui muri, in grado di richiamare una potenza narrativa e poi cinematografica horror, angosciante e cupa davvero rara.

The Blair Witch Project – Merchandising

IL FENOMENO MARKETING PUBBLICITARIO – IL SITO, I VOLANTINI E LA PRIMA INCREDIBILE TECNOBUFALA

Nell’ottobre del 1994 tre studenti videoamatori scomparvero in un bosco nei pressi di Burkittsville nel Maryland mentre stavano girando un documentario…

Un anno dopo fu ritrovato il loro filmato.

Opening scene – The Blair Witch Project

Con queste parole comincia il film che è stato fin dal principio ed erroneamente dichiarato come uno dei primi grandi casi di Mockumentary, ossia un finto reportage, con tanto di interviste e altri elementi tipici, quali una fotografia curata e riprese statiche.

Nulla di più lontano dal vero. The Blair Witch Project (che infatti dà inizio ad una lunga faida cinefila/critica tra Italia e America) non si propone affatto come iniziatore del Mockumentary, bensì come iniziatore del Found Footage, l’artificio narrativo del “video ritrovato”. Caratterizzato spesso da riprese (finto)amatoriali. Stile che può essere utilizzato per l’intera pellicola o solo per una porzione di essa.

In questo caso però la sua tecnica da video ritrovato viene accompagnata per la prima volta da un fenomeno incredibilmente studiato e preparato dal team di registi, produttori e addetti stampa molto tempo prima dell’uscita del film.

I registi diffondono infatti in giro per le città e su internet finti volantini che raccontano della sparizione dei tre protagonisti e che in generale alimentano in ogni modo la leggenda della strega di Blair e il fatto che le immagini del film possano essere reali, come tutta la storia.

Viene poi pubblicato su Internet improvvisamente il seguente sito: www.blairwitch.com (attivo tutt’oggi e totalmente consultabile), che comprende la mitologia della strega di Blair, numerose leggende e racconti locali, fotografie e reportage d’inchiesta legate alla scomparsa dei tre giovani studenti di cinema protagonisti del film. Poi ancora finti rapporti di polizia sugli eventi raccontati dal film ed infine alcune interviste alle famiglie dei ragazzi scomparsi.

Tutto il mondo per un momento si inquieta e affidandosi ai maggiori siti di cinema che riportano testualmente: «I tre protagonisti del film sono spariti, forse morti», si ritrovano a dover credere. Considerando poi i finti volantini di scomparsa fatti appendere un po’ ovunque (anche nelle università) tra i vari stati americani il gioco è fatto. Lo stesso accade al Sundance Film Festival dove il film ottiene la sua prima presentazione al pubblico e poi ancora al Cannes Film Festival, dove qualcuno comincia a parlare di bufala e finzione.

Joshua Leonard e Michael C. Williams prima della scomparsa

Nel 2000, quando il film arriva in Italia, diversi mesi dopo l’uscita negli Stati Uniti, Repubblica ne parla così:

«È la prima, vera tecnobufala perfettamente riuscita. Il primo, vero esempio trionfante della potenza di Internet: è solo grazie al passaparola sulla Rete che un film girato da due perfetti sconosciuti con mezzi assolutamente artigianali, e costato poche decine di migliaia di dollari, ne ha incassati oltre duecento milioni (400 miliardi di lire, più o meno). Perché alla radice del successo di “The Blair Witch Project”, o come vuole la traduzione italiana “Il mistero della strega di Blair”, da domani nelle nostre sale, c’è una semplice leggenda metropolitana mandata online, con tanto di sito-verità: il racconto della
scomparsa, nel ’94, di quattro giovani cineasti in una foresta del Maryland, e di cui, qualche anno più tardi, è stato ritrovato un agghiacciante filmato in presa diretta. Realtà? No, pura finzione, ma con tutte le apparenze della verosimiglianza».

(Repubblica)

Il successo di The Blair Witch Project si dimostra immediato, esplosivo e fortemente legato a una profonda e sempre più angosciata e poi incuriosita caccia alle informazioni da parte del pubblico.

D’altronde è da considerarsi che all’epoca la tattica di marketing usata era nuova e quindi in grado di spiazzare facilmente il pubblico creando grande scalpore e facendo diventare il
film un vero e proprio caso.

Quando l’horror viene percepito come reale, l’effetto è davvero spaventoso. Poiché per la prima volta (mettendo da parte per un attimo l’ormai cult Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato), la finzione nella sua componente orrorifica più spinta e difficilmente credibile, viene accettata più o meno universalmente come realtà dei fatti, non soltanto del passato ma anche del presente e causa stessa della scomparsa dei tre attori.

The Blair Witch Project – Riflessione conclusiva e attualità della paura

Il film di Myrick e Sanchez altro non è che un film sull’improvvisazione, la perdizione e il vuoto e poi ancora sul timore e l’angoscia che inevitabilmente scaturiscono dal non visibile. Da ciò che possiamo senza alcun problema immaginare o in alcuni casi udire, ma che non riusciamo a vedere.

Ci fa paura ciò che non vediamo. Una sensazione tutt’oggi molto potente nel cinema horror di alto livello.

Così come ci fa paura ciò che ascoltiamo, che sappiamo essere presente ma che si prende i suoi tempi per palesarsi realmente in tutta la sua componente agghiacciante e dunque spaventosa e destabilizzante.

The Blair Witch Project – Inquadratura celebre

Una riflessione sul buio, sulle paure infantili dell’oscurità e di quei suoi apparentemente naturali e generalmente messi a nudo da qualsiasi ipotesi di ambiguità o significato secondario.

Una discesa lenta e graduale nella follia che può inaspettatamente manifestarsi in ognuno di noi, fatta di conversazioni sempre più sconclusionate e disconnesse dalla realtà, urla, perdita di cognizione e di orientamento mentale e fisico. Fino alla perdizione e più probabilmente all’auto abbandono e alla scomparsa della razionalità.

Leggi anche: Il Terrore nel Cinema – Come un film può fare davvero paura

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