Lolita – Dov’è l’amore?

«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi.

[…]

Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla».

(Vladimir Nabokov, “Lolita”)

L’incipit di Lolita, il romanzo di Vladimir V. Nabokov del 1955, racchiude in poche frasi il senso di un’intera narrazione. Senso che, nonostante la sua resa eccellente, non emerge dalla più nota pellicola dedicata a Humbert Humbert e Dolores Haze, Lolita del 1962 di Stanley Kubrick. Farsi convincere dall’ironia pungente del narratore, lasciarsi coinvolgere da una vicenda scabrosa ma animata da intenti puri è l’operazione interpretativa necessaria per godersi questo capolavoro. Perché Lolita, sia nelle pagine, che nel grande schermo, parla di amore. Bisogna solo capire dove cercarlo.

Il romanzo di Nabokov del 1955 fece scalpore. L'adattamento del 1962 di Kubrick fu ampiamente censurato. Ma di cosa parla davvero Lolita?

Affrontare la storia di Lolita, anche nel 2020, rimane ancora complicato. La patina che avvolge ciò che si racconta essa sia spesso e volentieri copre il vero contenuto. La mitologia del lolitismo, inaugurata da Nabokov ma senza dubbio amplificata dalla trasposizione cinematografica di Kubrick, supera in popolarità quello che è il senso di una narrazione come questa, e rende per questo difficile analizzarne gli aspetti senza essere complici e vittime di quell’ambiguità di cui si nutre.

È buona abitudine quando ci si approccia a un film (nel caso specifico a un film basato su un romanzo), chiedersi sempre «perché questa storia viene narrata?».

E perché, nel caso di Lolita, raccontare una vicenda di pedofilia o, per essere più precisi, di ebefilia? Se il romanzo parzialmente risponde alla domanda con le riflessioni finali dell’autore, chiamate A proposito di un libro intitolato Lolita (che non inserisco qui per non rovinare la sorpresa a chi vorrà leggerlo), il film di Kubrick non ha, ovviamente, uno spiegone finale. Questo, insieme ad alcune scelte rappresentative di cui ci apprestiamo a parlare, ha paradossalmente implicato una comune percezione del film persino più scabrosa del libro, senza che il primo però contenga in maniera esplicita alcuna delle scene elegantemente lasciate solo intendere nel secondo.

Cominciare dal protagonista può essere utile per individuare immediatamente l’equivoco.

Humbert Humbert è, nel film, presentato come una persona comune (interpretato dal divo James Mason), nulla si sa del suo passato se non che viene dall’Europa, fa il professore e sta cercando una sistemazione nel New England. La trova presso l’abitazione dell’invadente e fastidiosa Charlotte Haze, il cui unico merito, dal punto di vista del professore, è essere madre di una ragazzina di quattordici anni (dodici nel romanzo) chiamata Dolores, detta Lolita (Sue Lyon). È proprio la vista della ragazzina in costume da bagno nel giardino di casa che convince il protagonista ad accettare quella sistemazione.

Il romanzo di Nabokov del 1955 fece scalpore. L'adattamento del 1962 di Kubrick fu ampiamente censurato. Ma di cosa parla davvero Lolita?

L’impostazione immaginifica data dalla pellicola è frutto di un’interpretazione e, per questo motivo, potenzialmente fuorviante.

Nel corso della prima parte del film (cioè quella in cui Humbert convive con Charlotte e Lolita, scrive il suo diario in cui morbosamente descrive il suo amore per la ragazzina e partecipa alla fastidiosa vita sociale di Ramsdale) l’ambiguità del romanzo viene completamente persa, visto che la bambina viene rappresentata come molto maliziosa e a tratti ben conscia del fatto che alcuni suoi comportamenti possono essere letti come una provocazione dal professore.

La verità romanzesca, tuttavia, è diversa. La mancata presentazione del passato di Humbert è una mancanza che non può che avere, come conseguenza, una pellicola per ampi tratti solo scabrosa. Nabokov, invece, mette subito in chiaro che il narratore, nonché protagonista, entrerà di diritto in quella cerchia di narratori parzialmente inaffidabili. Humbert è evidentemente afflitto da una forma di disturbo della preferenza sessuale, che lui non minimizza ma al tempo stesso sceglie di idealizzare.

Tutta la mitologia della “ninfetta”, infatti, funge da evidente ammissione di colpevolezza di Humbert, che ha nella vita cercato bordelli pieni di lavoratrici giovanissime (il più possibile “bambine” nelle sembianze), si è visto distruggere un matrimonio a causa del tradimento della moglie e, infine, ha passato mesi in un ospedale psichiatrico per l’esaurimento nervoso susseguente. È con questa storia alle spalle che Humbert fa la conoscenza di Lolita.

La genialità narrativo-adattatrice del film, invece, si trova nel riuscire a trasportare in maniera originale quelle parafrasate descrizioni dei rapporti più intimi tra il professore e Lolita (dai baci agli atti sessuali): Kubrick e Harvey (direttore del montaggio) scelgono la tecnica della dissolvenza ogni qualvolta che i due protagonisti si avvicinano “troppo”. Non è una scelta buonista, ma semplicemente di buon gusto: nessun motivo aveva Nabokov di descrivere quelle scene, men che meno ne aveva Kubrick di farle vedere.

Lolita è, a tutti gli effetti, in ostaggio di Humbert, anche se gioca e si diverte a interpretarne la fidanzata, ma per la ragazzina rimane un gioco.

Infatti, appena si stancherà, inseguirà l’autore di un altro, il perfido Clare Quilty (interpretato dal sempre drammaticamente comico Peter Sellers), sparendo dal radar di Humbert, che la ritroverà pochi anni dopo incinta del giovane Dick. Dov’è, dunque, l’amore?

Proprio la citazione inizialmente riportata e la vicenda del ritrovamento dei due protagonisti può permetterci di rispondere a questa domanda. In quello che sarà l’ultimo viaggio insieme, Lolita ha segretamente escogitato un piano per farsi “rapire” da Quilty. Trasformandosi a tratti in una vera e propria spy-story, il film conclude questo finto inseguimento del professore con l’effettiva fuga della ragazzina e la sua scomparsa per tre anni. Humbert riuscirà a ritrovare la figlia adottiva solo perché quest’ultima gli manderà una lettera chiedendogli del denaro, spiegandogli che è incinta e che senza quel denaro lei e il suo compagno Dick non sarebbero riusciti ad andare avanti.

In questo frangente, nel comportamento di Humbert, si rileva tutto il senso del romanzo. L’uomo, furioso, pesa che questo Dick sia colui che le ha rubato Lolita, ma la ragazzina gli spiega che si sbaglia e che quello a cui, se proprio ne ha bisogno, deve dare la caccia è Clare Quilty. Chiarita la situazione, Humbert propone a Lolita di fuggire con lui, abbandonando tutto in memoria dei vecchi tempi. La giovane donna, ovviamente, rifiuta e anzi minaccia di cacciarlo.

Il romanzo di Nabokov del 1955 fece scalpore. L'adattamento del 1962 di Kubrick fu ampiamente censurato. Ma di cosa parla davvero Lolita?

Allora Humbert, in un impeto di purezza e cieca generosità, le consegna tutti i i soldi che lei aveva chiesto e molti altri, scoppiando in lacrime perché non riesce a dire no al suo amore che, di fatto, non lo aveva mai ricambiato. Ed ecco, tratto dal romanzo, un passo che può spiegare più di ogni descrizione ciò che è avvenuto (ed è ben rappresentato nel film):

«Un’ultima parola,» dissi nel mio inglese disgustosamente scrupoloso, «Sei proprio sicura che, be’, non domani certo, e non dopodomani, ma… be’ un giorno, qualsiasi giorno, non verrai a vivere con me? Creerò un Dio nuovo di zecca e lo ringrazierò con grida lancinanti, se mi dai questa microscopica speranza»

«No,» disse sorridendo, «no».

«Sarebbe stato tutto diverso» disse Humbert Humbert.

Poi estrassi l’automatica…cioè, questo è il genere di stupidaggine che il lettore potrebbe aspettarsi da me. Non mi passò neanche per la testa di farlo.

(Nabokov)

Niente, assolutamente niente può fare Humbert Humbert nei confronti di ciò che ama. Le ha già fatto troppo male, stravolgendole la vita negli anni precedenti.

La freddezza di Lolita è sintomo del fatto che, come anticipato, per la ragazzina quello vissuto con il professore altro non era che un gioco (diventato brutto, a un certo punto), mentre per l’uomo era la più grande esperienza amorosa della sua vita.

Avrebbe potuto sopraffarla, riprendersi i soldi, sfogare la sua rabbia sul povero Dick, una volta avuta la certezza che non l’avrebbe mai più vista e mai più avuta. Ma non è ciò che fa. Humbert Humbert, un uomo malato ma capace di amare, sale in macchina e

«…Dopo non molto guidavo nella pioggerellina del giorno morente, coi tergicristalli in piena azione ma incapaci di tener testa alle mie lacrime».

(Nabokov)

 

Leggi anche:Arancia Meccanica – Simboli e significati del film di Kubrick

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