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Trump vs Bane – Le ombre della sconfitta

Il clima surreale di questi giorni ha incrinato il termometro della realtà, tanto che non ci sono apparenti motivi per non veder combattere fra loro il 45° Presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump e il temibile Bane. Lo spazio dell’immaginazione, d’altra parte, non ha rigidi confini né muri eretti per proteggersi dalla propria ignoranza.

Il luogo dell’incontro è imprecisato. Poco riescono a scorgere gli sguardi non abituati a un’oscurità così fitta, e quel poco non è comunque sufficiente a distinguere dei contorni definiti. L’unico senso che si dimostra efficace nel seguire i frammenti di una simile lotta clandestina è l’udito.

Il silenzio, tuttavia, è indecifrabile, ostacolato, seppur con riverenza, solo da densi respiri e rumorosi pensieri. Nel giro di poco non sarebbero rimasti che gli avanzi di quella sordida quiete iniziale. La trappola è scattata e non rimane che affrontare le ombre della sconfitta.

Il clima surreale di questi giorni ha incrinato il termometro della realtà, tanto che non ci sono apparenti motivi per non veder combattere Trump e Bane.
Trump, con i pugni nelle mani

La follia di Trump, estensione antropomorfizzata di se stesso, lo trascina in un ambiente ostile.

Trump: «Hai commesso un grave errore».

Bane: «Non grave quanto il tuo, temo, signor Trump».

Trump: «Bane!».

Bane: «Vedo che sconfitta e follia ti stanno rincorrendo!».

Trump: «Non ci sono urne che possano sconfiggermi: figuriamoci la mia immaginazione».

Bane: «Questi elettori ti sono costati la tua forza. La tua vittoria di cinque anni fa ti ha sconfitto».

Trump: «Tu non sei reale, e io ho vinto. È irrilevante il consenso quando si è nella mia posizione».

Bane: «È vero l’esatto contrario. Altrimenti si parlerebbe di colpo di stato».

Trump: «Ma anche per un colpo di stato ci vuole consenso».

Bane: «Il problema è che a te manca sia il consenso per guidare un colpo di stato – tolti alcuni scappati di casa – che quello per evitare di subirlo. Mica siamo in un film, dove basta una supercazzola sulla fallibilità della giustizia per distruggere un sistema».

Trump: «Sono confuso. Non ho capito se questo è un comizio, se io sono ancora Presidente in carica, financo se tutto questo è reale. E poi perché siamo su questa scalinata?».

Bane: «Non preoccuparti. Ci arriveremo più tardi».

Trump: «Non capisco. Posso almeno raccontare una barzelletta sui messicani ai miei sostenitori?».

Bane: «La teatralità e l’inganno sono strumenti potenti con cui addomesticare chi è sprovvisto di senso critico. Nondimeno sei il messia della setta di QAnon, che ha ben poco da invidiare a quella delle Ombre: dunque questo, che le menti deboli siano facili da controllare, voi tutti, lo sapete molto meglio di me».

Trump: «Sei soltanto uno stramaledettissimo messicano!».

Bane: «In effetti c’è un muro invisibile, ma quello che non hai ancora capito è che siamo dallo stesso lato».

Ogni verità farlocca crolla sotto i colpi della realtà, infrangendosi al suolo. Non c’è nemmeno il tempo di farsi un cocktail di candeggina e schizofrenia endovena, quantomeno per addolcire quell’amara pillola rossa che prima o poi dovrà esser inghiottita. D’altronde, nemmeno l’alienazione servirebbe per uscire vincitore da questo match.

Bane

Trump: «Io non merito di stare qui. Mi hanno candidato al premio Nobel per la pace».

Bane: «Mica avrai pure bonificato qualche palude o fatto arrivare i treni in orario?».

Trump: «WTF?».

Bane: «Colpa mia. Ho sbagliato megalomane».

Trump: «Ma io sono il cavaliere oscuro che gli Stati Uniti d’America non meritano, ma di cui hanno bisogno».

Bane: «Tu al massimo sei un cavaliere arancione, fottutissimo malpelo. Sembri uscito da una novella del Verga».

Trump: «Quel che a te sembra arancio è un rosso acceso, come il fuoco con cui posso persino incenerirla l’oscurità in cui siamo precipitati».

Bane: «Pensi che l’oscurità ti sia amica, e che il personaggio macchiettistico che sei diventato ammortizzi le tue responsabilità. Ma tu le hai semplicemente adottate le tenebre, per fini personali: io ci sono nato. Non ho bisogno di gettar luce sulla parodia di me stesso solo per celare il buio della mia vera natura. Ho scrutato dentro l’abisso, e adesso fa parte di me, così come io faccio parte di lui».

Trump: «Luce, oscurità, bene, male: che importa? Io ho reso l’America grande, ancora una volta».

Bane: «Sei soltanto schiavo della tua stessa retorica, così come lo sono, ancora, milioni di americani. Nemmeno vi siete accorti del paradosso della democrazia, che lascia spazio anche agli antidemocratici come voi. È come se, nella sua primissima formulazione, l’idea politica più socialmente condivisibile della storia dell’umanità avesse lasciato una cazzo di backdoor in grado di distruggerla».

Trump: «La politica, così come la giustizia, si regge sull’utile del potere costituito. In altre parole, sull’utile del più forte».

Bane: «Già, mi ricordo del bel discorsetto che hai fatto sulla scalinata della Casa Bianca, mentre intorno imperversavano disperazione e fiamme. Ci hanno ingannato, gli idoli sono caduti, una nuova verità si sta facendo strada e non resta che seguirne le orme, se non si vuole rimanervi schiacciati, hai detto».

Trump: «Che strano. Mi sono familiari queste parole, eppure non ricordo di averle mai dette».

Bane: «Come no? Hai detto anche che avresti liberato le coscienze dalla prigione del politically correct, restituendo libertà a tutti coloro che erano abbastanza forti da accettarla. Che i fiumi di corruzione che scorrevano in città si sarebbero prosciugati di fronte a te. Che eri il simbolo della caduta di ogni simbolo».

Trump: «Ora ricordo, Bane! Non sono parole pronunciate da me, bensì da te. Sento tuttavia qualcosa di magneticamente familiare in ogni atomo da cui sono costituite».

Bane: «Parole mie, parole tue: che differenza fa? Mi sorprende che tu ancora non sia riuscito a capirlo. Eppure tu sei me, così come io sono te. E sappiamo entrambi qual è la prima regola: mai parlare del fight club!».

Leggi anche: Mariano e Mourinho – Dialogo immaginario su(l) Conte

Edoardo Waseschahttps://www.artesettima.it/author/edow91/
Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Mescolare ma non agitare. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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