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Birdman e Pirandello – L’imprevedibile virtù della crisi dell’Io

Agli albori del Novecento, uno scrittore siciliano che presto sarebbe divenuto un gigante della nostra letteratura, teorizzò la nuova frontiera dell’inconscio umano: la crisi dell’Io. Questo scrittore era Luigi Pirandello. Nel 2014 uscì al cinema Birdman di Alejandro G. Iñarritu, e capimmo che il crollo delle certezze e la frammentazione spirituale che hanno caratterizzato il Novecento erano ancora presenti.

Maschere ovunque

Il ritratto che Pirandello dipinge del mondo è caratterizzato da maschere. Maschere che indossiamo ogni giorno della nostra vita, senza accorgerci di soffocare e annebbiare il nostro vero Io. In Birdman si dà una leggera sfumatura a questo concetto, prendendo come nucleo la più celebre maschera dei nostri tempi: quella di un supereroe.

La maschera ingombrante di un supereroe dimenticato tormenta da sempre Riggan Thomson (Michael Keaton), affinché lui rivesta ancora una volta i panni che gli diedero la notorietà. Ma lui non lo accetta, rifiutando di indossare di nuovo quella maschera. Tuttavia, egli non è libero. Perché la maschera di Birdman è stata semplicemente sostituita da un’altra, ed è divenuta volto. Lui ora è, come lo descrivono i giornali, un attore e regista teatrale, un uomo di grande talento in cerca di riscatto. Un figlio dell’imprevedibile virtù dell’ignoranza.

Ma questo è, appunto, ciò che scrivono i giornali, da sempre abituati ad apporre etichette a ogni cosa e persona. Nessuno in realtà vede i tratti del suo vero volto. Né il pubblico né chi vive con lui.

Riggan Thomson (Michael Keaton)

Ci sono numerose affinità tra Riggan e Vitangelo Moscarda, protagonista di Uno, nessuno e centomila. Vitangelo è un uomo tranquillo e ordinario, ma si accorge che la percezione dell’esistenza è relativa. Lui si credeva unico, ma essendo diverso per ogni persona che lo giudica, è, di fatto, nessuno. Con questo ragionamento, l’antieroe di Pirandello capisce di avere sempre indossato delle maschere, e che nessuno lo ha mai conosciuto davvero. Forse neanche lui stesso. Da qui nasce la frammentazione dell’Io, un malessere psicologico estremamente doloroso, lo stesso di cui soffre Riggan Thomson.

«C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro. E quando stai solo, resti nessuno».

(Luigi Pirandello, “Uno, nessuno, centomila”)

Essere il personaggio

La seconda fase, dopo quella della drammatica scoperta di aver condotto da sempre una non-esistenza, è caratterizzata dall’umorismo. Colui che indossa una maschera accetta, in modo cinico, la sua condizione, e fa di tutto per evidenziare il suo status di personaggio, piuttosto che quello di persona. Riggan si comporta allo stesso modo.

Lui rinnega la maschera del supereroe alato e indossa quella dell’attore in cerca di redenzione per il pubblico, del padre finalmente presente per la figlia, e del collega premuroso e stimabile per tutti gli altri attori dello spettacolo.

Riggan si impegna molto affinché ognuna di queste maschere risulti credibile. Anche se lui stesso è consapevole del fatto che niente di tutto ciò sia reale. Lui sa che il suo vero Io continua a essere nascosto ai più, ma ciononostante prova a ottenere dei vantaggi da questi personaggi che interpreta.

In questo senso, Riggan è molto simile a Rosario Chiàrchiaro, protagonista della novella La patente di Pirandello. Rosario è un uomo visto dalla comunità come portatore di sventure. Dopo aver perso il lavoro, Rosario riesce a ottenere la “patente di iettatore”, grazie alla quale le persone che incontrerà lo pagheranno affinché lui non porti sfortune. Rosario, quindi, ottiene dei vantaggi dalla sua maschera, e questo grazie al fatto che lui è diventato il suo personaggio.

Birdman
Riggan e il suo alter ego Birdman

Riggan, nella seconda parte di Birdman, stanco delle continue umiliazioni, decide di riappacificarsi con la maschera del supereroe. Decide di essere quel personaggio. Per l’ultima volta, anticipando l’ultimo atto pirandelliano, ovvero il rimedio definitivo alla crisi dell’Io: la pazzia.

«Quando un personaggio è nato, acquista subito una tale indipendenza anche dal suo stesso autore, che può esser da tutti immaginato in tant’altre situazioni in cui l’autore non pensò di metterlo, e acquistare anche, a volte, un significato che l’autore non si sognò mai di dargli!».

(Luigi Pirandello, “Sei personaggi in cerca d’autore”)

La morte come unico momento della vita

L’ultimo atto del film si svolge a teatro, dove tutto è reale nella finzione. Oppure, viceversa, tutto è finto nella realtà. I confini non ci sono più. Riggan/Birdman torna nel suo camerino, pronto per l’ultimo spettacolo. Carica la pistola per l’ultimo atto. La follia esasperata, la morte, il suicidio, dove, poco prima della fine, un barlume di reale umanità riuscirà a emergere per la prima volta nella sua intera esistenza.

Riggan è come se fosse uno dei Sei personaggi in cerca d’autore (che non a caso è ambientato a teatro), e realizza la futilità dell’esistenza in relazione al relativismo. Anche Vitangelo Moscarda cade in preda al delirio, alla fine della sua storia. E nel delirio trova la vera essenza della sua esistenza. Ecco perché, nel vortice della sua pazzia, anche Riggan riesce finalmente a essere unicamente se stesso.

L’uomo che sale sul palco con la pistola carica non è né il personaggio della commedia rappresentata né Birdman né nessuna delle altre declinazioni della sua esistenza. È una persona, e non più un personaggio.

E poi, infine, lo sparo, l’applauso del pubblico che assiste alla tragedia della vita, il vortice di immagini che si mescolano, il sipario che cala. Tuttavia, come nell’aprosdoketon, il finale è leggermente diverso da come ce lo aspettiamo.

Sam (Emma Stone) nell’ultima inquadratura del film

Riggan è in ospedale, dove avviene la riconciliazione con la figlia Sam (Emma Stone), l’unica persona di cui gli sia mai davvero importato. E il film si conclude con l’ambiguo finale in cui Riggan salta dalla finestra dell’edificio. È riuscito a volare o è precipitato? Non troverete risposte qui. Ma di certo, nell’atto del salto, era vivo. Forse per l’ultima, eterna, volta.

Birdman come manifesto della coscienza moderna

Birdman è un film che si è fin da subito guadagnato un meritatissimo status di cult. Spesso viene però additato come un mero esercizio di stile fine a se stesso. Eppure dietro agli infiniti piani-sequenza c’è molto altro. È presente infatti un intero manifesto: la denuncia di noi che, nell’era social, siamo sempre tutti più personaggi che persone. Uno scenario profetizzato più di un secolo prima da Luigi Pirandello, il quale ci ha anche avvisati delle conseguenze di ciò: l’autodistruzione. E nel seguire il paradigma dello scrittore siciliano, Birdman è praticamente perfetto.

«Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire».

(Luigi Pirandello, “La carriola”)

Inoltre come ogni grande opera che si rispetti, Birdman non fornisce risposte. Fa il punto su un problema antico, la ricerca della nostra identità, e lo colloca perfettamente nel contesto presente. Ma non fa nulla di più. Perché non è sempre compito del cinema dare risposte. Come non lo è dall’arte in generale; basti pensare che neanche Pirandello ha parlato di antidoti che possano debellare la malattia esistenziale di cui soffriamo.

Luigi Pirandello

Su due piedi, la soluzione potrebbe essere ignorare il problema. Ma questo non è possibile nel caso di un’animale con logos come l’uomo, da sempre abituato a vagare anche e soprattutto con la mente.

Bisogna trovare un compromesso tra la consapevolezza, generatrice di sconforto e dolore, e l’ignoranza, la cui imprevedibile virtù è proprio l’assenza di dolore. Un vivere costantemente nel presente, concentrandosi unicamente su di esso, senza aspettative o rimpianti. Consapevoli del fatto di essere all’interno di un grande ingranaggio relativistico in cui un cambiamento è impossibile.

Leggi anche: Perché Birdman è un capolavoro?

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