Home Nella Storia del Cinema Così divenne leggenda BLUE - Il testamento blu di Derek Jarman

BLUE – Il testamento blu di Derek Jarman

«Blu è l’invisibile che diventa visibile».

(Yves Klein)

Blu è un fotogramma. Il rumore delle onde. Musica che accarezza, che rende la realtà  raccontata onirica, quando in verità di onirico c’è ben poco: non siamo in un sogno. Siamo dentro la testa di Derek Jarman. Dietro quelle retine addormentate, sdraiati a osservare il mare e l’oceano da un letto d’ospedale.

Si tratta di un film “anomalo”, che visivamente consiste in un solo, immobile fotogramma, su cui viene modulata la componente sonora, che consiste nelle musiche composte per il film e nella voce di Jarman stesso che è la vera protagonista.

Un’entità cammina tra le membra, nella carne e sembra essere affamata e mai sazia. Il corpo si sta dissolvendo, si ingrigisce e raggrinzisce. I buchi degli aghi.

Quando non possiamo più vedere, togliamo le briglie alla nostra mente e lasciamo che colori il monocromo davanti a noi.

Derek è allo stadio terminale di una malattia che sta dilagando negli anni ’80 e che lascia dietro di sé disperazione e caos: l’AIDS.

BLUE sono gli ultimi respiri di un artista meraviglioso che si guarda indietro, che riflette sulla sua vita. Che guarda all’attualità, alla diffusione di questo mostro invisibile chiamato AIDS che sta rendendo le persone invisibili. E lui sta diventando invisibile, sente che sta scomparendo.

Egli si rifugia in un colore, dove può trovare il suo spazio, quella pace essenziale, quella tranquillità per osservare la natura, la vita, non con gli occhi ma con la mente.

Quel colore è il Blu, il colore più profondo, spirituale e rassicurante che esista.

Blu
Derek Jarman

1993. Imperversa la Guerra in Bosnia ed Erzegovina e in un bar affollato Derek lo sente dalla televisione.

Le retine dei suoi occhi si comportano in modo strano. Macchie, il giallo del pus, il sangue, la voce dell’ oculista dietro il suo strumento che punta la luce nei suoi iridi vittime di un’infezione. Gli indica di guardare su, di guardare giù, di guardare a destra e di guardare a sinistra.  Confida al dottore che la sua retina gli sembra come un pianeta distante. Sente che sta diventando cieco.

Si odono onde che si distendono in spiaggia, sente le farfalle.

Derek ricorda i suoi amici portati via da questo virus che cammina sotto forma di coltre blu. Sudori notturni, ghiandole gonfie, tumori e voci impastate. Il colore blu prende la forma di questo maledetto ospite che piano piano si ciba della cute e degli organi interni, dipingendoli tutto di blu. La malattia è blu, è una macchia che si stende e che si fa strada tra le vene.

Diventano frammenti di cielo perduti per sempre. Derek li chiama, li chiama uno per uno.

«L’aspetto peggiore della mia malattia è l’incertezza».

(Derek Jarman)

La musica prende un ritmo ripetitivo, emulando il suono della goccia della flebo che cade. Un rintocco che scandisce i secondi e le ore che scorrono.

La vista che va sempre più ritirandosi lasciando posto alla rassegnazione che quest’ultima non tornerà. La visione periferica si chiude sempre più, come dei sipari in un teatro. Un teatro sommerso dal senso della realtà.

Tanto dalla piccola televisione si comincia a sentire il mondo esterno che sputa sentenze. «SI PUÒ VIVERE CON L’AIDS, CON L’HIV, AIDS, HIV, HIV, AIDS». Non vengono date informazioni sul sesso sicuro perché gli omosessuali non ci sono e Derek risponde che non è vero, che non è vero.

Cerca la sua anima, cerca le risposte come l’infermiera cerca la vena sulle sue braccia grigie per l’ago. Questi aghi così tanto nominati da tutti dentro l’ospedale. In sala d’attesa ascolta un paziente che parla solo di aghi, in continuazione.

Trenta pillole al giorno, punture e quintali di medicinali non efficaci in cure sperimentali e superficiali frutto di poca attenzione a questa malattia nuova, che non viene presa sul serio. Il corpo è debole, la pelle è come una camicia stropicciata. La mente è lucida ma il corpo cade a pezzi.

Derek sente  la morte nell’aria, nei corridoi, nelle stanze d’ospedale, con queste finestre aperte da dove entra il sole a illuminare l’intonaco secco e mal andato delle pareti. Il rumore delle gocce della flebo, ogni parola come un raggio di sole.

Tutti suoni che se messi su un pentagramma, sembrano formare le note di una canzone, che scoperchia il silenzio scuro della sofferenza tra i rumori meccanici delle macchine ospedaliere.

Fuori i girasoli appassiscono, ma nella mente del regista fioriscono corolle di ricordi. Da quando ragazzo si occupava della radio selezionando le canzoni di Natale e veniva per la prima volta a contatto con la sua sessualità, in un epoca impregnata di tabù. Conosce questa ragazza, che parla liberamente del suo orientamento sessuale e per lui è come un faro nella nebbia. Quella sessualità che ha affrontato in molte sue opere cinematografiche che ricorda con nostalgia. Sogna il Taj Mahal, l’India, terra della sua infanzia, tra i suoni dei bonghi e del sitar.

Ricorda le feste in discoteca con i ragazzi sudati, la musica house, le luci e li accoppiamenti, l’eros sotto forma di saliva che scivolava sulle labbra. Ritorna il suo amore, ricorda le sue carezze i suoi baci, lo chiama, chiede che lo baci ancora, «baciami ancora, baciami ancora, baciami ancora».

Hanno inizio una serie di visioni in cui i ragazzi come soggetti di Modigliani, con gli occhi spenti, svuotati delle loro interiora, pieni zeppi di blu, camminano su una spiaggia indaco sotto un cielo nero, salgono su un carro trasportato da cani. Hanno questi corpi, con questi lividi violacei. Derek racconta le loro morti tremende entrando nei dettagli con una musica sempre più incalzante che ci porta in fondo, ci porta oltre la concezione di vita e oltre la concezione di morte.

Sente urla, corvi che volano, occhi come fessure, il fetore del pus, serpenti che salgono dalle gambe. Attraverso le parole, egli mostra la cruda e straziante realtà della malattia.

La retina si fa sempre più secca e più bianca. La paura si deforma in note, lasciando andare una composizione del pianista Erik Satie: Gnossiennes 1. Che fa da cornice allo studio oculistico dove come dei Modigliani, i ragazzi con gli occhi neri fissano il vuoto. Dove un uomo tenta di leggere un giornale e poi lo getta via. Sui muri manifesti che pongono domande e non danno soluzioni: «HAI l’AIDS? HAI L’HIV?».

Derek non vede più.

«Pescatori di perle in mari azzurri, acque profonde che lambiscono l’isola dei morti, in baie di corallo anfora trabocca oro sull’immobile fondo marino. Noi giacciamo lì. Ci fanno vento le vele gonfie di navi dimenticate, scosse dai venti fluttuosi del profondo. Ragazzi perduti dormono per sempre in un tenero abbraccio. Labbra salmastre che si sfiorano. In giardini subacquei dita di freddo marmo toccano un sorriso antico. Suoni di conchiglie, sussurri di un amore profondo che trascina con sé in eterno l’ amore di lui, bello da morire. Nell’estate della bellezza con i blue jeans calati, gioia pura per il mio occhio spettrale. Baciami sulle labbra, sugli occhi. Il nostro nome sarà dimenticato con il tempo, nessuno ricorderà il nostro lavoro, la nostra vita passerà come le tracce di una nuvola, e si dileguerà come foschia braccata dai raggi del sole. Perché il nostro tempo, il passaggio di un ombra e le nostre vite corrono come scintille tra le stoppie.

Metto una pervinca blu sulla tua tomba».

(Derek Jarman)

Blue è il canto del cigno di un essere umano nel suo stadio più fragile. Ci da il permesso di entrare nella sua mente, di essere spettatori delle sue visioni, dei suoi ricordi.

Veniamo a contatto con un’anima, più grande dei cancelli imposti dal corpo, più grande dell’immagine e della forma, che sono limiti naturali che noi siamo in grado di distruggere. L’immagine è un limite per l’anima.

Noi siamo quell’indecifrabile che spesso non può essere spiegato, ma che contiene tutto il nostro “io”, tutto il nostro “essere”, tutta la nostra vita.

È come se ci stendessimo di fianco a lui, nel suo letto, chiudessimo gli occhi e lo ascoltassimo parlare, quelle parole che sgorgano che racchiudono l’assoluto significato dell’esistenza umana.

La forza di un uomo, di un artista coraggioso come pochi che ha fatto dei suoi ultimi momenti su questa terra, un’ opera arte. Ci ha donato la sua mente attraverso la forza più grande che esista: la poesia.

Tingendo l’oscurità che lo torturava di Blu. Quel colore benedetto e maledetto che tanto l’ha ossessionato. Quel colore che ha preso le sembianze della vita, della malattia, del mare, delle farfalle, delle mosche, degli occhi, dei fiori e della morte.

Il Blu tanto meraviglioso che racchiude l’infinito, quel Blu che spero gli abbia dato sollievo.

«Nel blu non esistono confini o soluzioni. Il blu è felicità».

(Derek Jarman)

Leggi anche: Wittgenstein di Derek Jarman – Quando la Filosofia arriva sullo schermo

 

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