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Hannah Arendt – Le origini del totalitarismo narrativo

La filosofa Hannah Arendt, dopo «due guerre mondiali in una generazione, separate da un’ininterrotta catena di guerre locali e rivoluzione», nel 1951 pubblica Le origini del totalitarismo e, «non sperando più nel futuro ristabilimento del vecchio ordine mondiale», tenta di comprendere, di «portare coscientemente il fardello che il nostro secolo ci ha posto sulle spalle, non negarne l’esistenza, non sottomettersi supinamente al suo peso, […] ma affrontare spregiudicatamente, attentamente la realtà, qualunque essa sia».

In questo testo, analizzando «la Germania nazista e la Russia sovietica», Arendt scorge una inedita e inaudita forma dell’orizzonte politico che «dovunque ha imperato ha cominciato a distruggere l’essenza dell’uomo».

Il totalitarismo, negando la possibilità d’esistenza dell’essere umano, si rivela «diverso dalle dittature e dalle tirannidi» e, attraverso il partito unico, la polizia segreta, l’isolamento e l’alienazione degli individui, il controllo totale dei mezzi d’informazione, la propaganda e il terrore, mira a «distrugge il presupposto di ogni libertà», poiché «è nella natura del regime totalitario esigere un potere illimitato».

La formazione degli uomini-massa e il ruolo del capo

«La massa è un gregge docile che non può vivere senza un padrone. È talmente assetata di obbedienza da sottomettersi istintivamente a chiunque se ne proclami padrone».

(Sigmund Freud, “Psicologia delle masse e analisi dell’Io”)

Il Novecento, emerso dal profetico annuncio nietzschiano della morte di Dio, incarna totalmente il concetto di crisi che caratterizza la modernità, manifestatosi nel «crollo delle classi sociali» che, sostiene Arendt, frantuma un determinante processo di identificazione e riconoscimento, condannando l’Europa all’emergere di una «società di massa di individui atomizzati a cercare rifugio nella finzione»: soggetti smarriti, privi d’identità, «isolati e dunque impotenti per definizione», vittime di un’«apoliticità spirituale e sociale» che portò a una tragica «spersonalizzazione dell’uomo».

«D’altra parte, non nutrivano per gli eventi pubblici neanche quell’interesse minimo per capire che cosa stava succedendo. L’incapacità di comprendere salvaguardava la loro integrità mentale».

(George Orwell, “1984”)

La massa – la società tedesca della Repubblica di Weimar, i Prolet dell’universo orwelliano di 1984 o la società immaginata da Huxley ne Il mondo nuovo – secondo Freud «anonima e irresponsabile, è controllata quasi esclusivamente dall’inconscio», si rivela essere un insieme amorfo di individui schiacciati da interessi, bisogni e pulsioni.

Il regime totalitario, sfruttando l’angosciante necessità di questi individui isolati e atomizzati di possedere un terreno nel quale radicarsi, un’immagine nella quale riconoscersi, si mostra come la soluzione da perseguire in grado, attraverso un ideale di unità e appartenenza capace di conferire un senso totale, di riempire quel vuoto esistenziale.

Aldous Huxley – mente del totalitarismo distopico de Il mondo nuovo che fu profetico in quanto pubblicato nel 1932 (prima dell’avvento del nazismo e del comunismo sovietico analizzati da Arendt e romanzati dall’allievo Orwell), e perché semplice immagine dello sviluppo dello stato attuale, a una conferenza nel 1961, due anni prima di morire, sosterrà:

«Ci sarà, in una delle prossime generazioni, un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici, in quanto verranno sviati dalla volontà di ribellarsi per mezzo della propaganda o del lavaggio del cervello, o del lavaggio del cervello potenziato con metodi farmacologici. E questa sembra essere la rivoluzione finale».

(Aldous Huxley)

L’adesione a quell’utopia rivelatesi distopia, mostratasi nel «desiderio di essere un numero e di funzionare come un ingranaggio» dice Arendt, rivela l’esigenza umana, troppo umana, di ricerca di riconoscimento di sé in una comunità dalle pretese totalizzanti.

Ciò, che ha caratterizzato la costituzione di qualsiasi regime totalitario, si evince anche dal film L’onda (2008): una narrazione finzionale che riporta un esperimento sociale realmente accaduto in America nel 1967, nel quale un insegnante per spiegare i motivi del consenso nazista, ha fondato un movimento con i ragazzi della scuola.

Studente: «Razza, religione, ceto sociale non giocano più alcun ruolo, apparteniamo tutti allo stesso gruppo. L’Onda ci ha dato finalmente uno scopo, degli ideali per i quali vale la pena lottare».

L’onda

Non è importante che l’utopia abbia delle connotazioni reali o veritiere, poiché, ritiene Freud, «le masse non hanno mai conosciuto la sete della verità, hanno bisogno di illusioni e a queste non possono rinunciare»; l’importante è che dia forma al proprio contenuto, che permetta di riconoscersi osservandosi allo specchio, che porti a essere parte di un tutto.

Freud riconosce un meccanismo inconscio di identificazione che caratterizza tutti gli uomini-massa, legati dalla medesima forma affettiva di riconoscimento nei confronti del capo poiché, prosegue, «nel capo del gruppo s’incarna sempre il padre tanto temuto, il gruppo vuole essere dominato da una potenza illimitata, è estremamente avido di autorità».

I soggetti atomizzati si ricostituiscono un’unità in un egual sentimento verso il capo che, sostiene Arendt, «in un’intima cerchia d’iniziati che diffonde intorno a lui un alone di impenetrabile mistero», è caratterizzato da un’«infallibilità perpetua» poiché «il capo appare al mondo esterno come l’unica persona che sa quel che sta facendo».

Tuttavia, «senza le masse il capo è nulla» prosegue la filosofa, «Hitler, che si rendeva pienamente conto di tale interdipendenza, così ebbe a formularla una volta in un discorso alle SA: “tutto quel che voi siete, lo dovete a me; tutto quel che io sono, lo devo a voi”».

Così, tutto quello che i Prolet sono, lo devono al Grande Fratello: il personaggio a capo del partito unico del mondo orwelliano che, tuttavia, nessuno ha mai visto in volto, ma che attraverso dei manifesti osserva e controlla tutti i cittadini di Oceania.

Così come tutto quello che gli inglesi immaginati da Alan Moore in V per Vendetta sono, lo devono all’Alto Cancelliere Adam Sutler (interpretato dallo stesso John Hurt che incarna il ruolo del prolet ribelle Winston nel film di 1984): un uomo profondamente religioso e capo del partito nazionalista Fuoco Norreno, con il quale ha instaurato un regime dittatoriale repressivo grazie all’incessante utilizzo dei media e della polizia segreta.

Hitler, Il Grande Fratello, Alto Cancelliere Adam Sutler

Tuttavia, «i regimi totalitari, finché detengono il potere, e i loro capi, finché sono in vita, dispongono e si giovano dell’appoggio popolare sino alla fine». «I movimenti totalitari usano e abusano delle libertà democratiche per distruggerle», infatti, «l’avvento di Hitler al potere fu legale secondo le regole della costituzione democratica», fu «la genuina abnegazione dei suoi seguaci» a rendere possibile il potere nazista toccando fino a nove milioni di iscritti al partito; così come fu il popolo inglese di V per Vendetta nel 2015 che, dopo guerre, terrore e malattie, impadronito dalla paura, ha scambiato il proprio silenzioso obbediente consenso per un po’ di pace e sicurezza.

«La totale responsabilità del capo per tutto quanto avviene nel movimento, e la completa identificazione con ogni suo funzionario, fanno sì che nessuno si trovi mai a esser responsabile per le proprie azioni o possa spiegarne la ragione», sostiene Arendt.

«L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza».

(S. Freud, “Il disagio della civiltà”)

V: «Com’è accaduto? Di chi è la colpa? Sicuramente ci sono alcuni più responsabili di altri che dovranno rispondere di tutto ciò; ma ancora una volta, a dire la verità, se cercate il colpevole…non c’è che da guardarsi allo specchio».

Propaganda e ideologia

«La propaganda è soltanto uno strumento» atto a «conquistare il consenso della massa» e, prosperando «su questa fuga dalla realtà nella finzione» e sul fatto che gli individui «non si fidano dei loro occhi e orecchi, ma soltanto della loro immaginazione», è in grado di indottrinare il popolo concependo come verità una rappresentazione ideologica, poiché «il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’individuo per il quale la distinzione fra realtà e finzione, fra vero e falso non esiste più». La propaganda, dunque, riesce a trasformare l’ideologia in realtà, la favola in mondo vero.

«La guerra è pace.

La libertà è schiavitù.

L’ignoranza è forza».

(G. Orwell, “1984”)

«Le ideologie», in quanto contenuti vuoti aperti a tutti i significati possibili e tirannidi della logica, «sono opinioni innocue, acritiche e arbitrarie solo finché nessuno vi crede sul serio. Una volta presa alla lettera la loro pretesa di validità totale, ogni cosa deriva comprensibilmente e necessariamente, perché una prima premessa viene accettata in modo assiomatico».

«L’ideologia tratta il corso degli avvenimenti come se seguisse la stessa legge dell’esposizione della sua idea», i fatti divengono irrilevanti, poiché la realtà è sottomessa a un’unica prospettiva che, nella formula di Orwell, suona come lo slogan del partito del Grande Fratello: «chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato».

Un’idea diventa dunque principio di ogni cosa: la necessità dell’amore di coppia in The Lobster (2015) o l’inesistenza di un mondo esterno in Kynodontas (2009) di Lanthimos, la negazione di qualsivoglia emozione come in Equilibium (2002); oppure ciò che Marcuse definirebbe “principio di prestazione” che accompagna la nostra società odierna e quella radicalizzata ne Il mondo nuovo (1932) di Huxley, nel quale si narra di uno stato mondiale produttivista ambientato nell’anno di Ford 632, dove l’eugenetica ha assoluto potere poiché, direbbe Arendt, «la scienza diventa un idolo capace di eliminare magicamente tutti i mali dell’esistenza e persino di trasformare la natura dell’uomo» .

arendt
Il mondo nuovo

Nell’universo di 1984 il contenuto di libri, film e giornali è costantemente riscritto in funzione della coerenza narrativa voluta dal partito. Analogamente allo slogan orwelliano per cui «la menzogna diventa verità e passa alla storia», nel 1938 avviene la pubblicazione di una «nuova storia del partito comunista».

Compito del Ministro dell’Amore sarà quello di convertire i dissidenti attraverso l’azione della psicopolizia (dalla quale nasce Karma Police dei Radiohead) che, sostiene Arendt, è «custode dell’esperimento interno di costante trasformazione della realtà in finzione».

Infatti, «quando il regime detiene il controllo assoluto, sostituisce la propaganda con l’indottrinamento e impiega la violenza non tanto per spaventare la gente (cosa che fa soltanto nelle fasi iniziali, in presenza di un’opposizione politica), quanto per tradurre in realtà le sue dottrine ideologiche e le menzogne pratiche che ne derivano». Similmente, nel mondo di Fahrenheit 451 immaginato da Ray Bradbury nel 1953 e trasposto cinematograficamente da Truffaut nel 1966, la violenza esercitata sulle persone è tragica, proibendo e bruciando i libri in quanto sovversivi per definizione.

Capiano pompieri: «L’etica di Aristotele: naturalmente chi lo legge deve credere di essere superiore a chi non lo ha letto, e questo non è bene Montag, noi dobbiamo essere tutti uguali. L’unico modo per essere felici è di sentirci tutti uguali. Quindi, noi dobbiamo bruciarli Montague, fino all’ultimo».

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Fahrenheit 451, Truffaut (1966)

Propria dell’affermazione dell’ideologia orwelliana è il linguaggio imposto dal regime che, essendo esso l’essenza dell’umanità – l’uomo è definito da Aristotele animale con logos -, ne andrà a determinare i pensieri e dunque l’esistenza. In Oceania si parla la cosiddetta “neolingua“, un linguaggio che presenta solo termini con un significato preciso e definito, rendendo impossibile una presa di coscienza critica, «impedisce il dibattito e il formarsi di un’opinione pubblica» e, una volta dimenticata l'”archelingua”, negando così qualsiasi idea eretica, costituisce una sola forma di pensiero possibile: il bipensiero.

Questo nelle parole di Orwell è  «sapere e non sapere; credere fermamente di dire verità sacrosante mentre si pronunciavano le menzogne più artefatte; rinnegare la morale propria nell’atto di rivendicarla». Attraverso la censura, molte parole sgradite cadono nel termine “psicoreato”, divenendo un infinito contenuto vuoto che smarrisce le tracce di ogni significato.

Annullando il linguaggio, dunque, si nega la possibilità di pensare. Infatti, sostiene Arendt, «l’educazione totalitaria non ha mai avuto lo scopo di inculcare convinzioni, bensì quello di distruggere la capacità di formarne».

«I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo».

(Ludwig Wittgenstein,”Tractatus logico-philosophicus”)

Burocrazia, terrore e alienazione

La burocrazia è una distribuzione del potere gerarchizzata, essendo «un governo di tecnici, una “minoranza esperta”, che doveva resistere alla costante pressione della “maggioranza inesperta”» così da creare «un’altra classe alla già avviata stratificazione sociale del paese, che, secondo la formulazione di Marx, “possedeva lo stato come una sua proprietà privata”».

Nel 1985 Terry Gilliam, ispirandosi alla letteratura distopica (il film doveva chiamarsi inizialmente 1984 ½), realizza Brazil, immaginandosi un mondo “da qualche parte nel Ventesimo Secolo” nel quale la burocrazia possiede il controllo sulla vita dell’uomo, governata da una potente minoranza che uccide i ribelli e reprime i sognatori.

Inoltre, il regime burocratico è caratterizzato da una frammentazione di per sé razionale, in quanto «la moltiplicazione degli uffici era estremamente utile per il continuo spostamento del potere», rendendo «pressoché impossibili l’opposizione e il sabotaggio», poiché «i decreti appaiono in tutta la loro nudità, come se non fossero più l’emanazione di individui potenti, ma l’incarnazione del potere stesso, come se l’amministratore ne fosse soltanto l’agente casuale».

Jill: «Voglio denunciare un arresto sbagliato».
Impiegato: «Si rivolga al Ministero dell’Informazione, ufficio rettifiche».
Jill: «Sono già stata al Ministero dell’Informazione! Sono loro che mi hanno mandato qui, dicono che devo riempire un modulo».
Impiegato: «Ha la ricevuta d’arresto, signorina?».
Jill: «Sì!».
Impiegato: «L’ha già fatta timbrare?».
Jill: «Timbrare?».
Impiegato: «No, non ci siamo, signorina, vede, manca il timbro. Non sono autorizzato a darle il modulo se la ricevuta non è timbrata».
Jill: ««E a chi mi rivolgo per quel timbro?!».
Impiegato: Ufficio timbri, Ministero dell’Informazione».

A partire da questi presupposti, in quanto pura formalità assente di contenuto, essendo di per sé l’esibizione della sua totale mancanza di scopo, Arendt sostiene che «il potere burocratico è il più violento che esista». «La moltiplicazione degli uffici», infatti, segmenta e «distrugge ogni senso di responsabilità e competenza», costituendo una società di complici, automi che hanno abdicato la propria capacità deliberativa e critica in quanto non sanno «mai realmente perché qualcosa avvenga».

Per l’uomo moderno laico è come se la burocrazia fosse l’ultimo contatto che gli rimane con la dimensione del divino: assoluta, immutabile e infallibile.

Ufficiale giudiziario: «Ahem… [legge un foglio] “In virtù dei poteri a me conferiti dall’Articolo 47 paragrafo 7 comma 16 dell’ordine del Consiglio, dichiaro che il signor Buttle Archibald, Torre Nord Shangri-La numero 412, è stato convocato dal Ministero dell’Informazione per essere interrogato, e dovrà accollarsi le spese procedurali come specificato dall’ordine del Consiglio RB/CZ/907/X”».

La degenerazione del sistema burocratico trova ne Il processo (1925) di Kafka la sua massima rappresentazione, raccontando la storia di K. che viene arrestato e perseguito da un’inaccessibile e misteriosa autorità per un crimine sconosciuto al protagonista e al lettore poiché, sostiene Arendt, «quel che allora capita ad uno, può essere oggetto di infinite spiegazioni, le cui possibilità non sono limitate né dalla ragione né dalla conoscenza». Kafka racconta l’angosciosa spersonalizzazione di una società apatica e a-criticamente deresponsabilizzata.

«Spesso è più sicuro essere in catene che liberi».

(Franz Kafka, “Il processo”)

Ma è «il terrore», sostiene Arendt, «la vera essenza del regime totalitario», poiché essendo permanente «regna su una popolazione completamente soggiogata», divenendo totale in quanto privo di qualsiasi opposizione e agendo senza violare la legge.

V: «Ma il risultato finale, la vera genialità del piano, fu la paura…la paura diventò lo strumento ultimo del governo e con esso il nostro politico fu alla fine eletto con la nuova carica appositamente creata di Alto Cancelliere. Il resto, come si suol dire, è storia».

Il regime totalitario, svuotando di contenuto ogni legame emotivo e provando a sostituirvisi, «ottenne il suo più terribile trionfo quando riuscì a precludere alla personalità morale la via d’uscita individualistica» e «dopo l’uccisione della persona morale e l’annientamento della persona giuridica la distruzione dell’individualità riesce quasi sempre».

«Non devi neanche pensare, Winston, che i posteri ti renderanno giustizia. I posteri non sapranno mai nulla di te. Tu sarai cancellato totalmente dal corso della storia […]. Di te non resterà nulla, né il nome in un qualche archivio, né il ricordo nella mente di qualche essere vivente. Tu sarai annientato sia nel passato sia nel futuro».

(G. Orwell, “1984”)

In questo processo di terrore e alienazione emerge la nozione arendtiana di «male radicale», che «è compreso nel contesto di un sistema in cui tutti gli uomini sono diventati egualmente superflui», isolati politicamente ed estraniati socialmente, condannati a «vivere da burocrate dell’assassinio» e affetti da una tragica de-responsabilizzazione che, secondo la filosofa, rende quel male radicale, paradossalmente, «banale».

«A parte tali considerazioni», conclude Arendt ne Le origini del totalitarismo, «rimane il fatto che la crisi del nostro tempo e la sua esperienza centrale hanno portato alla luce una forma interamente nuova di governo che, in quanto potenzialità e costante pericolo, ci resterà probabilmente alle costole per l’avvenire. […]

Ma rimane altresì vero che ogni fine nella storia contiene necessariamente un nuovo inizio; questo inizio è la promessa, l’unico “messaggio” che la fine possa presentare. L’inizio, prima di diventare avvenimento storico, è la suprema capacità dell’uomo; politicamente si identifica con la libertà umana. «Initium ut esset, creatus est homo», “affinché ci fosse un inizio, è stato creato l’uomo”, dice Agostino. Questo inizio è garantito da ogni nuova nascita; è in verità ogni uomo».

Hannah Arendt

«Remember, remember the Fifth of November».

Ascolta anche: Le parole profetiche di Aldous Huxley

Leggi anche: A Hidden Life – Malick, Hannah Arendt e la complessità del Bene

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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