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Noir Assurdo – The Big Sleep, The Big Lebowski e Inherent vice

Il genere noir ci ha abituati nel corso dei decenni ad assistere a storie sempre più vicine all’esperienza della modernità. Fin dai suoi albori, quando negli anni Quaranta il noir americano aveva saputo sentire e raccontare quell’angoscia – forse ancora sopita o inconscia – che la trasformazione sociale stava portando, il genere divenne un simbolo dell’industria cinematografica statunitense, per poi essere esportato in tutto il mondo.

Quella del noir è una storia travagliata, esso trova i suoi primi rappresentanti in letteratura con autori come Raymond Chandler e Dashiell Hammett, i quali creano dei romanzi che definiscono il genere stesso e raccontano dell’uomo, nella sua caducità, di fronte al mondo.

Pensiamo alla caratterizzazione dei personaggi, come quella del protagonista per eccellenza – ad esempio il detective come Marlow (nato dalla penna di Chandler) – che diventa antesignano di una serie di eroi che sono allo stesso tempo embrioni di antieroi. Aria da duri, atteggiamento da duri, sigaretta perennemente stretta con nervosismo tra le dita e tra le labbra (come a suggerire un delicato e sottile richiamo psicanalitico – gestuale), un debole per le femme fatale che risultano spesso essere la loro “unica debolezza”, o meglio,  il loro contatto sensoriale con un mondo privo di senso.

Il mondo con cui essi devono confrontarsi li porta a essere dei duri, è un mondo marcio e ammorbato dal crimine e dalla violenza.

I delitti sono sempre più complessi, le trame super articolate, come a evidenziare le possibilità infinite di trovarsi davanti a situazioni minacciose. La metropoli diviene protagonista, dalle sue auto, i suoi palazzi, il male sembra quasi sbirciare e pedinare i protagonisti. La minaccia è costante, le situazioni sono tese, le persone ricorrono al male e non pongono freni o limiti alla spregiudicatezza dei mezzi usati per arrivare ai propri fini.

Il genere noir ci ha abituati nel corso dei decenni ad assistere a storie sempre più vicine all’esperienza della modernità.

Il cinema, forte delle sue immagini, prende a piene mani materiale da queste storie così innovative, da questi scenari metropolitani così moderni, da questa possibilità nuova di rappresentare il male così diverso da quello presente nel vecchio mondo. Affari di droga, commerci transatlantici, racket e organizzazioni che gestiscono la prostituzione, una lunga serie di cadaveri lasciati per strada per arricchirsi di denaro e potere. Nulla di più moderno.

Come dicevo, molti registi cominciano ad appassionarsi a questo genere letterario e adattano diversi di questi romanzi al grande schermo.

The Big Sleep

Nel 1941 prende forma Il mistero del falco con Humphrey Bogart (che diventerà il protagonista per antonomasia del noir americano anni ’40), adattamento del romanzo Il falco maltese di Dashiell Hammett. Dal successo di questa pellicola, tanti altri registi cominciano a interessarsi alle possibilità espressive (specie se pensiamo alla scrittura dei film stessi) di questo genere, cominciando dunque a revisionare le sceneggiature portando qualche modifica ai romanzi stessi.

Ci sono tantissimi titoli davvero degni di nota che dal 1934 e nel giro di dieci anni prendono vita e affermano il genere, tuttavia dobbiamo ora soffermarci su un film in particolare datato 1946: The Big Sleep, diretto da Howard Hawks. Adattamento del grande successo di Chandler, con Bogart protagonista, il film mette sul piatto una trama molto molto intricata quanto geniale, che parte da una serra nel quale un sudatissimo Marlowe viene a sapere, da un ex generale miliardario in carrozzina, quale sarà il suo lavoro.

Il genere noir ci ha abituati nel corso dei decenni ad assistere a storie sempre più vicine all’esperienza della modernità.
Marlowe in The Big Sleep di Howard Hawks

Immerso in un’atmosfera che trasuda corruzione da tutti i pori – così come il corpo di Bogart nella scena iniziale – Marlowe dovrà districarsi in un labirinto apparentemente senza via d’uscita (metafora della modernità metropolitana stessa) per risolvere il ricatto di cui il generale è vittima e riguardante sua figlia.

Le due figlie del generale rappresentano la patinata superficie del mondo, assieme alle sale giochi, agli abiti eleganti, ai balli e a tutto ciò che la società all’epoca riteneva buoncostume. Tutto ciò, però, una volta entratoci, rivelerà a Marlow la pura apparenza che nasconde il male assoluto, la corruzione e la violenza.

Nel film succedono tante cose, appaiono molti nomi, poi essi scompaiono facendoci pensare di non star capendo nulla ciò che stiamo vedendo. Invece no, ciò che si dovrebbe capire è davanti ai nostri occhi, non sta nel nome di uno dei molteplici personaggi, non sta in uno dei tanti cadaveri che si aggiunge a una lista già lunga di morti visti in precedenza; quello che dovremmo capire è che prendere atto di questo mondo malato è l’unica cosa da fare.

La sprezzante ironia con cui Marlowe e tutti gli altri protagonisti del genere affrontano il mondo resta la sola arma, assurda quanto il mondo contro cui l’ironia stessa deve forgiarsi. Un mondo assurdo, banale nel male e nel bene, assurdo nelle vite della gente che lo popola che, girovagando per strade deserte e sedendo a banconi, con lo sguardo fisso su bicchieri vuoti, aspetta soltanto il grande sonno.

La durezza e la spregiudicatezza cinica del detective è giustificabile come autodifesa verso una realtà che altrimenti lo sovrasterebbe, non è tempo per le buone maniere, non è tempo per usare il cervello senza ricorrere alla propria pistola; è mors tua vita mea allo stato puro e Chandler stesso lo fa dire a Marlowe nel suo romanzo:

Philip Marlowe: «I cavalieri non hanno speranza in questo gioco. Non è un gioco per i cavalieri questo».

The Big Lebowski

Abbiamo parlato di questo film e dell’assurdo, termine declinabile a seconda delle ricorrenze, che per ora considereremo nel rapporto sfumato che il male, o la realtà stessa, assume in queste pellicole. Dopo circa quindici anni di grandi successi, il genere noir al cinema entra in crisi. Il mondo non ha smesso di cambiare e adesso è il turno del protagonista, la sua crisi era già presente, ma mai preponderante come lo sarà a partire dalla fine degli anni Cinquanta in poi.

Prendiamo ora in esame un film che rientra appieno nel superamento e rinnovamento del genere noir hollywoodiano, The Big Lebowski del 1998. Il bellissimo film dei Coen gioca apertamente con il titolo del classico chandleriano, tuttavia a essere grande stavolta non è il sonno auspicato dallo scrittore, ma un personaggio che dialetticamente gioca con il significato del termine stesso nel mondo attuale.

The Dude è un personaggio uscito sconfitto dalla rivoluzione e dalla controcultura, come il suo omonimo miliardario nel film gli ricorda, e si ritrova immischiato in una strana storia criminale con il quale non ha assolutamente nulla a che fare.

Il genere noir ci ha abituati nel corso dei decenni ad assistere a storie sempre più vicine all’esperienza della modernità.
The Dude, il grande Lebowski

Rispetto al noir classico non c’è un mandante, non c’è qualcuno che contatta il detective per risolvere un’intricata storia malavitosa; non c’è nemmeno un detective. Il protagonista è un uomo comune (the dude rende perfettamente questa accezione se pensiamo allo slang americano) che vive dissociato dalla realtà che non lo accetta e passa le proprie giornate all’insegna dell’anticonformismo e della cinica ironia verso il mondo che guarda in vetrina e nel quale non decide di entrare.

Un punto in comune con Marlowe può sicuramente essere questo atteggiamento sprezzante che ora diventa anche quasi rinunciatario. Così come nel film di Hawks, anche qui è un miliardario in carrozzina a richiedere i servigi del protagonista il quale, immerso in una assurda e ovattata atmosfera di incomprensioni, altro non cerca se non di riavere il suo tappeto (sottrattogli per un errore di omonimia appunto).

Il genere noir viene ripreso come pretesto, smontato delle sue peculiarità o meglio della sua struttura diegetica. A essere assurdo qui non è più il mondo che si nasconde dietro al velo di ipocrisia superficiale, a essere assurda è tutta la storia alla quale assistiamo.

L’accezione di assurdo si avvicina qui al concetto di casualità. Tutto è casuale, non c’è volontà di entrare nelle dinamiche che il male mette in moto, il tutto si muove per inerzia ed essa, unita al citato elemento casuale, mette in moto davanti ai nostri occhi una sfilata di personaggi ai limiti della razionalità, ai limiti della rappresentabilità e immersi in un vortice di eventi che non si ha più la forza di tenere a bada.

Con questo film notiamo come il genere noir non sia più una struttura chiusa e autoreferenziale di modelli e schemi per rappresentare il mondo, diventa piuttosto mezzo per esprimere l’impossibilità di capirlo.

I personaggi continuano come prima a girovagare per le strade del mondo, ma questa volta non si fermano per pensarci o per tentare di tenere la realtà sotto controllo, anzi, come la palla di fieno della sequenza iniziale di The Big Lebowski, o come la palla da bowling che più volte rotola (anche in soggettiva) durante la pellicola, vengono trascinati e spinti dal vento incontrollabile rappresentato dagli eventi.

Il genere viene utilizzato per diventare una satira politica piuttosto potente verso gli USA in un momento storico molto delicato come quello che precede la seconda Guerra del golfo. Il genere noir continuerà a essere utilizzato secondo questa linea anche da Paul Thomas Anderson circa quindici anni dopo, quando realizzerà uno dei neo-noir più interessanti visti negli ultimi anni: Inherent vice.

Inherent vice

Potremmo definire questo film come l’erede del film dei Coen a un livello spirituale e come l’erede del noir classico hollywoodiano nella rappresentazione.

Abbiamo qui un detective ed esso è una fusione perfettamente riuscita tra The Dude e Marlowe. Del primo riprende diversi elementi quali ad esempio l’appartenenza palese alla cultura hippie, l’uso della droga come mezzo anestetizzante dalle pressioni esterne, l’ironia non solo cinica, ma anche disillusa. Con il secondo ha in comune, invece, la volontà di dire la sua sugli eventi, decidere di farsi trascinare ed essere assoldato per risolverne i misteri o i punti oscuri.

Doc Sportello in Inherent vice

Il proseguo del film, però, denuncia definitivamente l’impossibilità di questa operazione in un mondo rappresentato da forze sulle quali non c’è controllo che tenga. Il film è ambientato negli anni Settanta, gli anni che annunciano la sconfitta della controcultura e il nuovo bilanciamento a destra della politica e della società americana.

Con questa premessa l’assurdo viene rappresentato proprio dalle forze che entrano in gioco. Il protagonista proverà a venire a capo di un caso abbastanza curioso di sparizioni e intimidazioni nelle quali sono impegnate diverse realtà che per varie ovvietà non possono assolutamente coesistere.

Doc (interpretato magistralmente da Joaquin Phoenix) vaga alla luce del giorno, si sceglie, infatti, per lo più di non usare l’oscurità e la notte – peculiarità del genere – alla ricerca della verità tra bande di black phanter, suprematisti bianchi, capitalisti spietati, vagando tra le contraddizioni sociali americane, rimanendo sempre più un pesce fuor d’acqua, escluso da un sistema che pian piano capisce di non poter più indagare.

Il proposito di indagare la verità lascia spazio, dopo un tentativo fallito, all’essere travolto dagli eventi.

Geniale a tal proposito la scelta del titolo che con due parole si riferisce a un sistema incapace di tenere a bada forze incompatibili tra loro, forze che, agendo nei propri interessi, finiscono per rendere il sistema sociale pronto a esplodere in ogni momento.

Perfetta rappresentazione di un mondo (specificamente in questo caso un’America metafora del mondo) che agisce secondo leggi ciniche e assurde tanto quanto l’evolversi delle storie immaginate dagli autori, un mondo nel quale la volontà di indagine viene paralizzata da una perentoria presa di coscienza e di sfiducia verso il ruolo demiurgico dell’artista così come dell’uomo comune.

«Si tratta di vivere entro lo stato d’assurdo»

(Albert Camus)

Leggi anche: Dialogo Immaginario tra Hippie – Doc Sportello e Drugo Lebowski

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