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Bambini con la pistola – Manuel: la solitudine dei numeri ultimi

«Che cazzo ne sapete voi, di come ci si sente?». La fine e il principio, un cane che si morde la coda nel cortocircuito che è l’esistenza di molti. Un inizio che è una fine e viceversa, Manuel esce dall’istituto in cui è stato rinchiuso per anni, senza padre e con la madre carcerata. Un nuovo inizio? E invece no, una nuova fine. Passare da una reclusione all’altra. Prima i servizi sociali, ora invece l’affidamento di sua madre ai domiciliari.

Esistenze che nascono, crescono e si consumano tutte lì, tra quattro mura; grigie, bianche, piastrellate, mura che imprigionano corpi e, con essi, i sogni e le giovani speranze.

Un nuovo viaggio, un nuovo inizio?

Ma procediamo con ordine, dall’inizio. Manuel ha ultimato il suo servizio nella casa famiglia dove ha trascorso gli ultimi anni della sua esistenza. Qual è la sua colpa? Nessuna. A meno che nascere senza padre e con una madre che si fa arrestare un po’ troppo spesso non sia di per sé una colpa da punire. In linea di principio no, ma troppo spesso situazioni del genere finiscono male, in un modo o nell’altro; sin dalla nascita la vita diventa solo un vicolo cieco, in cui volente o nolente l’orizzonte sbatte contro un muro grigio e insormontabile.

Manuel è maturo per la sua età. In istituto è stimato e riconosciuto da tutti; le educatrici gli chiedono una mano, per gestire le situazioni spinose, mentre gli altri sono affettuosi con lui e lo ascoltano, tengono alla sua attenzione. Si può quasi dire che si sia fatto una posizione nel suo ambiente, potrebbe anche rimanere lì e continuare a vivere da bimbo sperduto sull’isola che non c’è; fino a invecchiare come il Siòr Attilio, perso negli orti e nelle serre, a cui è mancato il coraggio di andar via, una volta che ne ha avuta l’occasione.

Il limbo è la scelta di molti, evitare di osare per paura di cadere, specialmente se sei nato maledetto, proprio come Manuel; ma lui ha una missione, non può restare in quel piccolo Eden per sempre, deve salvare la madre rinchiusa nella torre, lui rappresenta l’unica speranza di liberazione.

È facile per tutti gli altri parlare di strada, di percorso; educatori, preti, psicologi, tutti non fanno altro che ripetergli di trovare la propria strada, di crearsi un futuro, di ritagliarsi uno spazio in questa realtà di merda. Ma che ne sanno loro? Che ne sanno di una madre che implora aiuto? Della sofferenza della reclusione, dei morsi della fame?

Manuel
Un barlume di libertà

Se sua madre non esistesse, se fosse solo un orfano, che strade gli si aprirebbero sul futuro? A Manuel il mondo non ha spalancato nessun portone; al massimo è entrato nella realtà da una porticina su un vicolo sporco, pieno di immondizia e puzzolente di piscio. Ha vissuto per anni una vita finta, scandita dai ritmi cadenzati, ma gentili dell’istituto; senza le solite preoccupazioni che angosciano tutti nel mondo “vero”. Niente fitti da pagare, niente spesa da fare, nessun ricatto lavorativo a cui dover sottostare, la casa famiglia è una sorta di Eden in cui ci si preoccupa solo del minimo.

Purtroppo però, Manuel si rende conto che anche le tentazioni resterebbero tagliate fuori.

Si ritroverebbe a vivere un destino a metà, senza poter andare in discoteca con gli amici o farsi una fidanzata; non può accendersi una sigaretta, figuriamoci fumarsi una canna di tanto in tanto. Tutti a rincorrere sempre quella morale profondamente cattolica, ma altrettanto ipocrita: si parla tanto di amore, ma solo verso persone dell’altro sesso, come se un sentimento dovesse obbedire a qualche legge; niente sigarette, niente birre, niente di niente, come se preti e operatrici non avessero le borse piene di Marlboro e fossero tutti astemi.

Assolutamente no, quel mondo non fa per Manuel. Lui non vuole vivere in una campana di vetro.

Vite a metà. Come quella di Attilio, che si è auto-esiliato in istituto; pino secolare rinchiuso in un marciapiede, dove le radici fanno di tutto per emergere, ma vengono soffocate dall’asfalto e dal cemento. O come quella di Elpidio, che sognava di diventare un pittore o un artista da ragazzo, ma poi è finito a fare il falegname, perché i pittori fanno la fame; schiavo della monotonia e dell’abitudine, che sfugge tra le lenzuola sporche e popolate di una prostituta di periferia.

La vita a metà di Attilio

Vite strette e sintetiche, dove non c’è spazio per i sogni, incastrati tra un lavoro che succhia via anni diluiti in turni e pause pranzo. Sono anni ormai che Manuel vede i sogni correre via, sui binari del treno che passa di lato al campetto d’istituto, solo pochi metri più in là, talmente vicino che gli sembra di poterlo prendere al volo e scappare via; invece, la rete lo tiene implacabilmente prigioniero a scontare la pena per una colpa non sua, quella di essere figlio di una madre in carcere e di una periferia maledetta.

L’unica opportunità vera, reale, di cambiare totalmente la sua vita, di emanciparsi da quella condizione di miseria e marginalità gliela offre il suo amico fraterno Erol; andarsene in Croazia, due o tre anni tra locali e piccolo spaccio di droga, e poi chi li ferma più? Scappare da Ostia una volta per tutte, finalmente smetterla di fissare il mare sognando a occhi aperti un mondo al di là dell’orizzonte; prenderlo quel treno verso l’ignoto, senza lasciarsi bloccare dai legacci della normalità, del buonsenso, della rispettabilità. Non ha nulla da perdere, se non le catene.

Manuel
Sarebbe bello fuggire via, col vento sulla faccia

Manuel (2017) di Dario Albertini è un film che parla di solitudini, una moltitudine di solitudini, che si mischiano, si intersecano e si abbracciano, senza avere la capacità di farsi compagnia.

Parla di esseri umani che si incastrano in un amaro e irrefrenabile bisogno di consolazione, ma inguaribilmente soli di fronte ai bivi che la vita pone davanti. Manuel è un ragazzo, appena maggiorenne, che si ritrova a rimettere in sesto la vita propria e di sua madre, tutta la sua famiglia. Non ha strumenti per decostruire la realtà, solo un legame acerbo, ma ugualmente forte che guida le sue scelte, nel bene e nel male.

Il rapporto con quelle che dovrebbero rappresentare le figure paterne o autoritarie è conflittuale, ma non in una ingenua maniera adolescenziale; la sua contestazione è pregna di significato, non si tratta di un rifiuto delle regole tout-court, ma solo di quelle imposte senza una spiegazione. Non riesce ad accontentarsi del “si fa così e basta”, lui vuole capire perché; ma che si tratti delle educatrici, degli assistenti sociali o dell’avvocato l’unica lezione che apprende è quella dell’arrangiarsi. Seguire il famoso detto che recita: quando sei martello batti, quando sei incudine statti.

Purtroppo però, nelle giungle di cemento si diventa martelli solo con la pistola stretta in pugno.

Nessuna sorpresa, quindi, nel vedere il suo faccione in primo piano con gli occhi sbarrati solo per scoprire le sue notti insonni, affollate di pensieri, dubbi, angosce e paure sul domani. Né tanto meno deve sorprendere che il suo unico rifugio sia la discoteca e che la sua unica speranza giaccia sul fondo del mare; di fronte alla prepotenza del mondo reale nei confronti di qualsiasi svago o desiderio, non resta altro che scappare in posti dove ottundere qualsiasi sensazione.

Non lo guardare il mare, Manuel

La narrazione si compone di un susseguirsi di piani sequenza, alcuni lunghi altri molto brevi, con movimenti di macchina minimi; spostamenti limitati ai dialoghi, semplicemente per inquadrare di volta in volta l’interlocutore, senza però fare nessuno stacco. Sembra quasi di essere “terzi” in ogni scena, come intrusi che spiano dal buco della serratura la vita di Manuel, le sue innumerevoli peripezie. Se, così facendo, si pregiudica il dinamismo generale del film, allo stesso tempo la pellicola ne guadagna in autenticità.

Sulla periferia non brilla un raggio di sole, non si riesce a vedere il cielo.

Tutto è coperto da una coltre di nubi che restituisce un colore grigio a tutto, oggetti e persone; le strade, i palazzi, il mare, ma anche la pelle, hanno una tinta terrea, come fossero dimenticati da Dio e dagli uomini. Il cielo, infiammato da un sole al crepuscolo, Manuel lo ritrova sulla spiaggia, mentre osserva le onde che scivolano sul bagnasciuga; ma è lontano, all’orizzonte, irraggiungibile come tutto il resto, per chi vive nel regno della marginalità.

Volendo essere romantici, in due occasioni il sole sembra fare capolino dietro alle nuvole. In due piccoli momenti, un raggio di luce sembra illuminare gli ambienti e restituire un poco di calore, un minimo di umanità. Quando Francesca, tra i tavolini di un bar, prova la sua audizione; o quando Elpidio, come un bimbo a Natale, scarta il quadro che ha fatto tempo fa, da ragazzo. Insomma, quando l’arte riesce a rompere la monotonia della vita, proiettando il colore dei sogni sul grigio della routine, il sole torna a splendere e il cielo a colorarsi di blu.

Cesare: «Te piacerebbe Bru’? Andassene via da tutta sta merda?».
Brutto: «E ‘ndo annamo? A Ce’, nun lo guardà il mare che ti vengono i pensieri».

Gli alveari di cemento sono stati costruiti apposta per non far filtrare la luce, per non far entrare il sole. I palazzi, in periferia, si ammassano l’uno sull’altro per non dare modo al mare di essere spiato dai balconi. Come diceva il Brutto in un film di Caligari, Non essere cattivo (2015), il mare fa venire i pensieri, allora meglio nasconderlo agli occhi di questi disperati; meglio evitare del tutto che possano illudersi, immaginare un futuro diverso, nutrire qualche speranza. La fuga possibile è solo una bugia, perché tuffarsi vorrebbe dire abbracciare la morte.

Perché per Manuel, non basta saper nuotare per cavarsela tra onde e marosi. Lui farà il doppio, il triplo della fatica per tenersi a galla, perché ha le tasche piene di sassi.

Ha il cuore, lo stomaco, le mani, piene di sentimenti e pregiudizi, di impegni e relazioni che lo trascinano verso il fondo. E noi tutti stiamo a guardare il suo volto stravolto, i suoi occhi rossi, le lacrime che gli bagnano il giubbotto; noi tutti guardiamo, indifferenti, troppo impegnati a rinchiuderci nelle nostre belle serre per pensare a lui. Manuel è il lavavetri al semaforo, il barbone sotto il portico; Manuel è la nostra cattiva coscienza, zittita dalle sirene del progresso.

Leggi anche: Bambini con la pistola – Selfie: autoritratto con natura morta

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