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Iñárritu – Il senso del finale di 21 grammi

C’è qualcosa di potente e fortemente immaginifico nel modo in cui Iñárritu costruisce il finale delle sue opere: che sia lo sguardo in macchina di Di Caprio in Revenant o quello rivolto al cielo di Emma Stone in Birdman, l’abbraccio tra padre e figlia che conclude Babel, l’incontro tra Bardem e un padre più giovane di lui di vent’anni in Biutiful o la camminata solitaria al termine di Amores Perros. Gli ultimi frames sono estremamente indicativi di ciò che il regista messicano ci ha raccontato nel corso del film.

La dicotomia vita/morte, le tragedie e i rapporti familiari, le vite che si intrecciano, tutte le tematiche che caratterizzano queste storie vengono così fuori un’ultima volta, condensate e con un carico emotivo ancora più forte di quello che lo spettatore ha già pienamente interiorizzato. 21 grammi non fa eccezione in questo, anzi, se possibile ne amplifica ancora di più il concetto.

Il primo lavoro americano di Iñárritu segue in alcuni aspetti il filo conduttore del precedente Amores Perros: le vite dei personaggi che la popolano si incastrano a seguito di un evento traumatico, un incidente automobilistico, ma in questo caso lo fanno in maniera più significativa e il tutto ci viene mostrato sotto forma di un puzzle in cui la fotografia differenzia i diversi piani temporali a cui assistiamo in maniera non cronologica.

21 grammi è però soprattutto un continuo intreccio tra vita e morte, tanto protagoniste quanto i tre attori principali: se è il caso a far incontrare le loro esistenze, esse galleggiano continuamente (e lo fanno in maniera meno convenzionale di quanto possa sembrare) tra il dolore della perdita e la speranza di rinascita, anche se il modo in cui Iñárritu sporca le immagini e l’ampio ricorso alla handycam accentuano il carattere drammatico dell’opera.

Il finale: la morte, il caso, la vita

Arriviamo quindi così a quel finale, a quel monologo: Iñárritu sovrappone le parole di Paul a frammenti di vita dei personaggi e riassume così tutta la forza dei concetti che hanno permeato l’intero film.

Paul Rivers: «Quante vite viviamo? Quante volte si muore?»

Uno stormo di uccelli in un cielo livido

Si parte con un cielo plumbeo in cui uno stormo di uccelli neri volano quasi come in un dipinto di Van Gogh. La rappresentazione della vita e della morte in 21 grammi è estremamente connessa e consequenziale: Cristina stringe al petto Paul morente mentre incalza Jack a correre, proprio lui che con il suo furgone ha ucciso l’intera famiglia di lei a causa di una curva presa troppo velocemente, proprio lui che portando la morte ha regalato una nuova vita, un nuovo cuore. L’evento scatenante assume così una doppia ambivalenza: la fine è allo stesso tempo l’inizio di qualcosa di nuovo.

Paul Rivers: «Si dice che nel preciso istante della morte tutti perdiamo 21 grammi di peso, nessuno escluso. Ma quanto c’è in 21 grammi? Quanto se ne va con loro? Quanto si guadagna? Quanto… si… guadagna?»

Iñárritu ci mostra Paul ancora una volta intubato in un letto di ospedale, ma questa volta, a differenza di ciò che abbiamo visto durante il film, sarà la morte a prevalere. Subito dopo ripercorriamo gli ultimi istanti di vita un padre e delle sue due figlie e vediamo un altro padre, Jack, mentre sale su di un furgone donatogli (a detta sua) da Dio, che diventerà però un’arma letale.

Perciò quanto si perde? Cristina perde tutto, una famiglia costruita con un amore immenso, quel tipo di amore che ti cambia la vita e ti allontana dalla dipendenza, dalle droghe, quell’amore capace di ribaltare la prospettiva della propria esistenza; anche Jack perde tutto, la libertà, la propria famiglia, quella fede che lo aveva riportato in vita allontanandolo dall’alcol e da un passato criminale che ora ritorna prepotentemente a galla.

Nel corso del film Iñárritu riesce a dare grandissima forza all’evento scatenante, all’incidente, mostrandolo solo indirettamente.

Il dramma viene così visivamente messo fuori campo con la scelta di inquadrare la sorella di Cristina momento in cui viene data la notizia o la faccia sconvolta di Jack al ritorno a casa e della moglie che vede il sangue sul davanti del pick up.

Ma, soprattutto, è l’immagine del giardiniere spettatore dell’incidente a essere estremamente esplicativa e metaforica: qualche istante dopo aver salutato le vittime, egli sente assieme a noi pubblico il rumore drammatico della frenata e dello scontro e lascia cadere l’aspiratore che stava utilizzando sul tappeto di foglie al centro dell’inquadratura, quelle stesse foglie che sono così spazzate via proprio come le anime delle tre vittime.

La tragedia attraverso l’immagine della sorella di Cristina

Anche nel finale l’incidente non ci viene mostrato, ma in questo caso Iñárritu allarga ancora di più la prospettiva e, se possibile, ne aumenta ancora di più la tragicità; ora vediamo altri pezzi di quel puzzle, attimi ricolmi di sorrisi ignari, inconsapevoli del fatto che il loro mondo, in una maniera o nell’altra, sta per finire di lì a poco: c’è l’immagine innocente delle bambine, il sorriso scherzoso di Cristina e della sorella, quello sereno di Jack mentre sale sul furgone, fotogrammi della storia impressi un attimo prima del precipizio. Ma quanto si guadagna?

Paradossalmente, in 21 grammi la morte consente anche la vita: il cuore del marito di Cristina permetterà a Paul di sopravvivere ancora un po’, quel tanto che basta affinché il destino sia compiuto attraverso l’incontro con lei; anche lei guadagna qualcosa, una nuova linfa vitale che si riversa prima nel desiderio di vendetta, poi in un’altra vita, quella del figlio che si ritrova ad aspettare proprio da Paul.

Paul Rivers: «21 grammi, il peso di cinque nichelini uno sull’altro. Il peso di un colibrì, di una barretta di cioccolato. Quanto valgono 21 grammi?»

In quegli ultimi due minuti e mezzo di film, Iñárritu incastra le parole alle immagini non per spiegare quanto già visto, né per approfondirlo; è come se semplicemente ci ponesse davanti un’ulteriore prospettiva in modo da farci accettare con serenità, per quanto sia possibile farlo, l’ineluttabilità del caso e le conseguenze che ha nelle vite di ciascuno di noi.

Lo sguardo che Cristina e Jack si scambiano in silenzio mentre Paul sta morendo è forse l’unico vero momento di accettazione di ciò che entrambi hanno perso e di consapevolezza di ciò che hanno dolorosamente guadagnato.

Non sapremo mai se lei riuscirà a vivere la sua nuova vita con un altro figlio in arrivo, se lui sarà perdonato e si sentirà redento da quella colpa terribile, se ritroverà ancora la fede o se continuerà a confinarsi in una perenne solitudine: quasi sicuramente però, avranno capito entrambi che il valore di quei 21 grammi va al di là della loro comprensione e non è misurabile solo attraverso la felicità.

Cristina e Jack nel finale del film

C’è una piscina vuota, abbandonata, sporca, un furgone bianco che scorgiamo per un attimo passare alle spalle; c’è la neve che cade e dà a quell’immagine un barlume di bellezza. La fine, il caso, l’inizio, tutto insieme in un unico fotogramma, tutto condensato in un’unica vita. Anche questo è 21 grammi.

Leggi anche: 21 grammi – Quando ci si interroga sul valore di una vita

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