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Carne Y Arena – All’alba dell’Arte Settima e mezzo

Che cos’è il cinema? Un faro sulla realtà, che riporta su pellicola stralci di vita vissuta, pezzi di esistente messi in bella mostra; lì in pura contemplazione, come un museo delle cere in movimento. Per altri, invece, il cinema è solo una distrazione come un’altra, un facile intrattenimento; una sorta di ottundimento dal reale, un rifiuto del normale in favore di un mondo mitico, favolistico. Il regista Alejandro Iñárritu non sembra essere dello stesso parere. I suoi lungometraggi hanno già tracciato un solco nel mondo del cinema moderno ma con Carne Y Arena, sembra voler spostare i confini della Settima Arte un pelo oltre.

Carne Y Arena (2017) è un corto in realtà virtuale e allo stesso tempo un’installazione, ambientato sul confine tra Messico e Stati Uniti, con l’intento di raccontare l’epopea di alcuni immigrati irregolari nel loro tentativo disperato di entrare nel paese a stelle e strisce. Questa la definizione sintetica di quanto messo in piedi da Iñárritu e dal suo inseparabile Sancho Pancha, Emmanuel Lubezki. Anche se, queste poche parole non riescono a definire in toto la girandola di emozioni a cui è sottoposto lo spettatore, se può ancora essere definito così, una volta entrato letteralmente nella scena, col casco da realtà virtuale sulla testa.

Lasciate ogni speranza, o voi che entrate…

Carne Y Arena, la carne e la sabbia

Presentato in anteprima al Festival di Cannes, nel non molto lontano 2017 e proposto al pubblico presso la Fondazione Prada di Milano, il corto si sviluppa in tre momenti diversi, ma connessi tra loro. All’inizio, si è condotti in una cella di sicurezza, grigia e asettica; la stanza è spoglia, intorno ci sono solo delle panchine di metallo e qualche armadietto. Le pareti, le suppellettili, trasudano una freddezza disumana, quasi paranormale; solo dopo verremo a sapere che quelle sono le sale in cui i migranti catturati dalle guardie di confine attendono il responso del giudice. Solo alla fine, scopriremo che i migranti hanno soprannominato quel luogo la “Hielera”, la ghiacciaia; perché come l’interno di un frigorifero, viene raffreddato dall’esterno, per far sentire i corpi rinchiusi ancor più vulnerabili, derubati di qualsiasi scintilla di calore umano.

Ma la ghiacciaia è solo l’anticamera, giusto un minuto che sembra non passare mai, persi nel labirinto di freddo, silenzio e disumanità; in luoghi come questo viene fuori tutta la banalità del male di cui parlava Hannah Arendt. Dietro la scusa degli ordini e della legalità, si nasconde una profonda e sadica voglia di annichilimento, capace di curare ogni minimo dettaglio. La mancanza di umanità viene fuori dalle superfici, di cemento e di metallo, rese gelide per dissuadere ogni contatto fisico; dal grigio imperante nella stanza, sui mobili e sulle pareti, che sembra quasi galleggiare nell’aria, dando l’idea di essere in un obitorio, più che in un ufficio di custodia.

Ma ancor di più, questa sensazione di solitudine e smarrimento, di essere in un posto fuori dal mondo dell’umana sensibilità, viene trasmessa dalla voce metallica dell’altoparlante che intima di togliersi le scarpe e i calzini, riponendo tutto in un armadietto, insieme ai pochi effetti personali ancora con sé. Da quel momento in poi, ci si spoglia del proprio nome, della propria identità; si smette di essere cittadini, lavoratori, familiari, da quel momento in poi si è solamente un corpo in balia degli eventi. A piedi nudi, si è carne nuda che prova a rincorrere il proprio destino.

Carne Y Arena
L’aurora nel deserto

Carne Y Arena, carne e sabbia. Dopo la carne, viene la sabbia. Usciti dai locali di custodia, si accede a una stanza coperta di sabbia, illuminata da una striscia di colore rossastro, come un sole all’orizzonte che stenta a sorgere. Tutto quello visto e sentito fino ad ora è reale, non frutto di una proiezione; fino a questo momento, le sensazioni sono figlie della pura suggestione che luoghi e condizioni avverse possono indurre. Ma tutto, fino al momento in cui si poggiano i piedi nella sabbia, non è frutto della realtà virtuale. Solo ora, aiutati da due assistenti, si può indossare il casco VR e uno zaino che, spiegano, serve per evitare che si esca fuori dal quadrato, rischiando di ferirsi.

Ed è solo un attimo, prima che quello spazio vuoto venga popolato di decine di uomini, donne, bambini urlanti e disperati, che provano a correre verso la libertà; di fronte, in un baleno, appaiono camionette, poliziotti e cani rabbiosi, mentre le sventagliate dell’elicottero spruzzano i volti di sabbia. Lampi di luce, le torce accese, pochi ordini sputati fuori con rabbia, dietro la minaccia di tante pistole spianate. La finzione è fin troppo reale. Impossibile restare indifferenti, disobbedire agli ordini e non mettersi in ginocchio o gattonare via. Come impossibile è restare impassibili, non tremare di paura e non temere per la propria incolumità. La realtà ha un che di consolatorio. Tornare alla propria vita regala un senso di fortunato sollievo che, dopo quella disavventura, rende tutto così effimero e così profondamente vacuo, di fronte allo sforzo di vita di tanti, troppi sfortunati.

Ma se i pochi minuti di Carne Y Arena possono essere considerati come un breve e intenso incubo ad occhi aperti, per i molti che hanno permesso ad Iñárritu di costruire questa narrazione, si tratta di realtà. Si tratta di ricordi, di fantasmi che ne avvelenano il presente e il futuro.

I volti che si susseguono sulle pareti della terza sala sono lì a dirci questo. Che ogni notte, ogni giorno, in ogni momento, ci sono persone, esseri umani che, sull’onda della speranza di una vita migliore, rischiano la vita e la libertà pur di assecondare un sogno di normalità. Troppo presi dalla frenesia delle nostre vite, ottenebrati dalla realtà, spesso ci voltiamo dall’altra parte; ci dimentichiamo che oltre il confine delle nostre convinzioni c’è tutto un mondo, fatto di sofferenze e orizzonti irraggiungibili.

Un nuovo modo di fare Cinema?

Cinema o non cinema?

Porci questa domanda è probabilmente l’obiettivo del regista Alejandro G. Iñárritu nel realizzare questo lavoro che si discosta di molto dalle pellicole precedenti. Imporre all’attenzione del mondo intero delle vicende che, troppo spesso, passano sotto silenzio o sono appannaggio di pochi. Più di un addetto ai lavori ha parlato, in questo caso, di un atto politico ancor più che creativo; far indossare i panni del migrante, anche se solo per cinque minuti, per costringere o permettere a chiunque di sentire sulla propria pelle quelle stesse sensazioni, quelle paure.

Per conoscere fino in fondo il dramma rappresentato in Carne Y Arena non bastano i mezzi della cinematografia tradizionale; il sentimento di empatia che può innescare la visione di un film non è abbastanza, a fronte della sofferenza inflitta nelle anime di quelle persone. La comprensione, l’analisi razionale deve affrontare mille scogli culturali e convenzionali che, troppo spesso, portano ad utilizzare ragionamenti e metri di paragone che mal si adattano a queste situazioni. A piedi nudi nel deserto non si empatizza, ma si simpatizza; si patiscono le stesse sofferenze, si nutrono le stesse speranze.

La dovizia di particolari e l’attenzione che il regista e gli operatori hanno messo nel realizzare quest’opera non lasciano nulla al caso; a partire dall’introduzione attraverso la cella di detenzione, messa lì proprio come vademecum sentimentale prima di sperimentare quel piccolo pezzo di inferno. Ma soprattutto, la VR mette nelle mani dello spettatore stesso il desiderio della regia; una volta compreso che si è semplici spettatori, una volta compresa la propria inconsistenza nello scenario, ci si può anche abbandonare all’esplorazione dei dintorni.

Che mille film sboccino!

Questa sperimentazione lanciata in Carne Y Arena, questo nuovo modo di fare cinema, rovescia quella che Iñárritu definisce la “dittatura dell’inquadratura”, per sancire l’inizio di una vera e propria anarchia cinematografica. Il regista deve occuparsi di raccogliere tutti i documenti, tutte le notizie, tutti i particolari, per mettere in scena una vicenda; ma poi sarà il pubblico a decidere su cosa focalizzarsi, sarà lo spettatore a decidere qual è la migliore inquadratura, assecondando un proprio intimo sentire. Ma in questo caso, si può ancora parlare di cinema?

Il mondo cinematografico tutto, non appena posto di fronte alla novità, ci si è immediatamente fiondato sopra, annusando la ghiotta occasione. Subito la presentazione a Cannes, un premio speciale dell’Academy da consegnare alla cerimonia degli Oscar; insomma, i grandi dell’universo della pellicola hanno subito accolto questo neonato sotto la loro ala protettrice. Ma difficilmente la realtà virtuale potrà restare in ambito prettamente cinematografico. Anche perché, le applicazioni a cui si presterebbe sarebbero innumerevoli, come innumerevoli sono i punti di distacco dalla Settima Arte.

Come per stessa ammissione di Iñárritu, l’intento dell’opera è duplice: da un lato, portare la consapevolezza del dramma dell’immigrazione a un livello superiore; dall’altro, invece, dare gli strumenti allo spettatore per creare il proprio personalissimo e unico film. Ognuno, con la capacità di spaziare all’interno della  pellicola come fosse un paesaggio, può declinare in maniera personalissima l’esperienza di Carne Y Arena; non solo grazie alla propria sensibilità, che lo porterà naturalmente a soffermarsi su dettagli diversi, come in ogni film visto al cinema. Si tratta, invece, di mettere nelle mani del pubblico gli strumenti tipici del cinema.

Non esisteranno più primi piani, piani americani, piani sequenza; si tratterà di un’unica lunghissima scena, vissuta in contemporanea da pubblico e protagonisti, incastrati nello stesso luogo. Allo stesso modo, il montaggio verrà pian piano svuotato di senso; non ci saranno più inquadrature sovrapposte per creare effetti drammatici, o stacchi per cambiare scena. Simile destino spetta anche al sonoro, che sarà ridotto al lumicino; d’altronde, nella vita di tutti i giorni, non c’è musica di sottofondo che accompagni l’azione. Lo stesso regista, non potrà più canalizzare l’attenzione di spettatori liberi di spaziare, sui punti che lui avrebbe voluto evidenziare, attraverso apposite inquadrature.

Abbiamo plasmato i nostri sogni, costruito gusti e aspettative, curato la nostra apparenza estetica, tutto sulla base di miti cinematografici che ci hanno ispirato nel tempo. Ma una volta che il cinema smette i panni di mondo fiabesco, nel momento in cui sceglie di raccontare la realtà in maniera nuda e cruda, si può ancora parlare di Settima Arte? Se il cinema sceglie di fare a meno del montaggio, delle inquadrature, del sonoro; se il regista rinuncia al suo punto di vista, rinuncia alla sua mano invisibile che guida e dirige, quel che viene fuori appartiene ancora all’universo cinematografico?

Domande che balenano nella mente, di fronte all’impresa pionieristica di Carne Y Arena. È decisamente un ambito ancora troppo inesplorato per avere la pretesa di trovare delle risposte, troppo presto esprimere giudizi o fare distinguo; nel frattempo, non ci resta che sperare che opere come questa siano presto accessibili anche al grande pubblico e che altri cineasti, dopo Iñárritu, scelgano di imboccare il sentiero della VR applicata al cinema. Assistiamo con gioia all’alba dell’Arte Settima e mezzo.

Leggi anche: Inarritu – Il senso del finale di 21 grammi

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