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Tony e Fleabag – Sopravvivere alla vita

Le armature forgiate nel cinismo più incandescente, a colpi martellanti di sarcasmo, forniscono un’ottima difesa contro le ingiustizie del caso. Così come la forniscono i muri eretti per separare il mondo da se stessi, i quali spesso finiscono per assolvere la funzione di scudi, in difesa di attacchi che sembrano non terminare mai. Tony (Ricky Gervais), protagonista di After Life (2019), e Fleabag (Phoebe Waller-Bridge), protagonista senza nome dell’omonima serie tv (2016), ogni mattina, tolto il pigiama, indossano l’equipaggiamento necessario ad affrontare la principale battaglia della vita: andare avanti.

Entrambi sono imprigionati dal dolore di un lutto che non riescono a elaborare, finendo spesso per essere trascinati – e lo spettatore con loro – in un passato non ancora macchiato dal tratto caotico della penna del fato.

Si tratta certamente di due storie indipendenti, che poco hanno a che fare l’una con l’altra, ma il forte legame con il passato, luogo nel quale poter naufragare in cerca di un porto sicuro, accomuna in modo rilevante i due protagonisti.

L’oggi è burrascoso e colmo di intemperie, tanto che non filtra alcun raggio di speranza fra le nubi temporalesche di una routine soffocante. Per questo la mente cerca frequentemente di tornare al tempo che fu, quando la quotidianità, non ancora viziata dallo strazio, appariva serena, senza nuvole, fulgido riflesso della persona cara con la quale la si viveva.

Avanti e indietro viaggia la coscienza, mai domata del tempo.

Ricordi confortevoli in cui rifugiarsi svaniscono sotto gli strattoni di una scomoda realtà, per poi tornare, subito dopo, a dar conforto e ancora dissolversi, soffiando senza sosta su una girandola di fotogrammi mentali, sempre in movimento. Chissà se i nostri protagonisti sono esseri umani che hanno appena sognato di essere farfalle oppure se sono farfalle che hanno appena iniziato a sognare di essere uomini, per citare il noto racconto di Zhuāngzǐ.

Tolta la patina che riveste sogni vigili in cui sono soliti naufragare, a Tony e Fleabag non resta che prendere di punta il mondo che li ha traditi.

Tolta la patina che riveste simili sogni vigili, tuttavia, a Tony e Fleabag non resta che prendere di punta il mondo che li ha traditi.

L’unica arma a disposizione, una volta passati al contrattacco, è l’affilata lingua che, fendente dopo fendente, squarcia il velo di ipocrisia che spesso avvolge i rapporti umani. Invero, il superpotere di Tony è quello di poter dire sempre la verità in faccia alle persone, anche quelle più scomode – soprattutto quelle. D’altronde nemmeno Fleabag ha filtri che le permettano di discernere ciò che si può dire da ciò che non si può dire, in base a regole di condotta preconfezionate dalla società.

Puntualmente, dopo che l’oblio della notte ha concesso (la possibilità di) una redenzione illusoria da colpe e rimorsi, col sorgere del sole sopra il campo di battaglia, nuova luce viene gettata sul dolore di entrambi. La miglior difesa, ancora una volta, è quella di attaccare con colpi di spada che feriscano i sentimenti altrui, ma che, in realtà, urlano un sincero bisogno di aiuto, seppur denudato di ogni compassione.

Nondimeno saranno invece Tony e Fleabag a farsi carico delle richieste di aiuto degli altri, perché chi soffre, o chi ha sofferto, matura la capacità di sentire la sofferenza altrui con una tale intensità da farla propria.

Tolta la patina che riveste sogni vigili in cui sono soliti naufragare, a Tony e Fleabag non resta che prendere di punta il mondo che li ha traditi.

Il tempo ha levigato, in parte, le irregolarità di una rabbia a lungo e strenuamente diretta contro l’universo, contro gli altri e, prima di tutto, contro se stessi. Le persone, ormai non più nemici al servizio di un mondo da combattere, sono tutte dalla stessa parte: condannate a subire la stretta presa della morte, la quale, nonostante trascini altri con sé, lascia i segni di quel tocco scheletrico sull’anima di chi vi sopravvive.

Se l’immaginazione corresse attraverso questi due universi narrativi paralleli, toccati perpendicolarmente da sofferenze affini, e decidesse poi di ridurli a un’unica città, potrebbe favorire l’incontro casuale di spiriti intrisi di luci e ombre quali sono Tony e Fleabag.

Ecco che allora, in un capriccio della fantasia di chi scrive, Tony si ritrova a girovagare fra i vicoli opachi di una città frenetica. D’improvviso, alza gli occhi su quella che presume essere l’ennesima tavola calda brulicante di bocche affamate di cibo e pettegolezzi, ma nota, con sorpresa, che non c’è alcuna persona all’interno, eccezion fatta per una donna dietro al bancone. Decide così di entrare e prendersi un caffè, zuccherato unicamente del religioso silenzio con cui l’avrebbe consumato.

Il suono della porta che si apre desta l’attenzione di Fleabag, facendola riemergere dalle profondità dei pensieri in cui era naufragata. Il suo viso compone subito un dolce sorriso per accogliere l’unico cliente della giornata.

Non sa bene in che modo, ma gli occhi che ha di fronte sembrano poter leggere i suoi, e viceversa, come se il codice di entrambi gli sguardi fosse scritto degli stessi caratteri.

Dopo uno scambio di cortesia, si accinge a preparare un caffè per il familiare sconosciuto.

Tolta la patina che riveste sogni vigili in cui sono soliti naufragare, a Tony e Fleabag non resta che prendere di punta il mondo che li ha traditi.

Sorseggiando avidamente la propria bevanda, Tony è stranamente distratto da quel silenzio eloquente. Non sono certo le foto dei criceti con cui è tappezzato l’ambiente a metterlo a disagio: in effetti sono carine e, soprattutto, non parlano. Sembra, tuttavia, che il luogo intimo dei suoi pensieri sia stato occupato dalla strana tipa di fronte a lui, come se ci si fosse tuffata, sottraendo ogni spazio alla sua coscienza.

Fleabag, dopo aver offerto a Tony una tazza di quiete colma di liquida atarassia, decide di non riempire, con parole ordinarie, un momento che ordinario non sembra.

I due continuano a crogiolarsi in quella situazione stranamente familiare, scambiandosi pensieri senza proferir parola. A Tony sembra che quella comunicazione invisibile riesca a mettere in ordine i propri stati d’animo più di quanto non abbiano mai fatto le più sincere conversazioni. Fleabag, specularmente, trae conforto da un dialogo muto che, in effetti, sembra mitigare la logorante sensazione di essere la persona più sola al mondo.

Scaduto il tempo delle confessioni inconfessate, i saluti di cortesia si vestono di una riacquisita fiducia nelle persone.

Invero, uscendo dal confine sul quale i due mondi si sono mischiati – quello della tavola calda – entrambi tornano con la mente a recuperare i pensieri interrotti, che seppur non siano luminosi e abbaglianti, adesso sono almeno un poco schiariti.

Ci sentiamo per la prossima puntata, o forse no. Perché a volte capita che le migliori amicizie siano quelle che non nascono affatto. Del resto, si va avanti comunque.

Tolta la patina che riveste sogni vigili in cui sono soliti naufragare, a Tony e Fleabag non resta che prendere di punta il mondo che li ha traditi.

Leggi anche: After Life – Cosa succede quando moriamo

Edoardo Waseschahttps://www.artesettima.it/author/edow91/
Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Mescolare ma non agitare. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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