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La surreale realtà quotidiana dei King’s Magicians

«La sola parola visione è tutto ciò che ancora mi esalta, ciò che è ordinario è fisso non sarà più lo stesso. Il progresso dell’osservazione e dell’ascolto dona il pensiero critico per vivere nella realtà quotidiana».

(King’s Magicians)

Sono le parole di presentazione del collettivo King’s Magicians, essenziali per penetrare nel loro ambizioso progetto che non può assolutamente essere trascurato nel panorama cinematografico contemporaneo.
Se realizziamo il concetto che nella società odierna diventa sempre più necessario sottrarre il velo di Maya per scoprire la realtà che ci circonda, scendendo nell’oscuro inconscio, realizziamo allora il calibro del lavoro intrapreso da Simone A. Tognarelli e Jacopo Aliboni, fondatori del collettivo e registi di ben cinque cortometraggi con produzione autonoma.

Cinque lavori estremamente differenti fra loro, ma attraversati dallo stesso fil rouge che caratterizza il gruppo. Attraverso tecniche diverse, riuscendo in ogni opera a non ripetersi mai, non perdono di vista l’intento di rappresentare l’identità onirica riportandola nel quotidiano.

Si tratta di vere e proprie opere surrealiste, che invitano lo spettatore a dimenticarsi delle forme convenzionali, immergendolo in un ambiente perfettamente perturbante con un sottofondo sinistro e un’eco espressionista.
La grande audacia del collettivo si realizza nel legame che prende vita tra musica e gesto, meglio dire movimento. Immagini che escono dalla realtà in perfetta sincronia o perfetta dissonanza con la musica accuratamente studiata.

Il primo lavoro A New born (2015), subito mostra la grande maestria nella realizzazione del gioco musicale, con l’alternarsi di musica composta tradizionalmente e quella composta da sintetizzatori, in funzione chiaramente dell’alternarsi della narrazione.
Una donna in bianco che fugge rinchiudendosi in una stanza, di fronte a una porta che si scuote bruscamente e che vorrebbe far penetrare l’esterno, o chissà che altro.

Analisi dei cinque cortometraggi dei King's Magicians, esplorazione della surreale quotidianità raccontata dal collettivo.
A New born

La sua figura si riflette nello schermo del televisore spento, la donna potrebbe esserci finita all’interno. È fortemente turbata, in particolare dal suo riflesso apparente su uno specchio, come d’altronde tutti noi siamo sempre più influenzati dagli schermi che ci circondano, che causano un forte impatto sui nostri pensieri, spesso snaturandoci.

Un misterioso uomo con una macchinetta fotografica, accompagnato da una donna, si rivolge alla protagonista, spiegando che la realtà può essere superata, soverchiata, magari entrando o uscendo da una metaforica porta, elemento che torna più volte nei diversi lavori dei King’s Magicians.

Nel secondo lavoro Toujours present en nous (2016), più essenziale rispetto al precedente, la sceneggiatura del cortometraggio è la struttura musicale stessa: vi sono infatti due elementi musicali costruiti in contrasto, per creare la giusta distanza fra di loro. La giusta distanza è un principio modulabile, non vi è una misura esatta, che permette a qualunque cosa di coesistere in una determinata situazione, modo per definire ulteriormente ciò che la storia ha già definito come armonia.

Analisi dei cinque cortometraggi dei King's Magicians, esplorazione della surreale quotidianità raccontata dal collettivo.
Linsday Kemp

Per rendere visivamente il contrasto musicale i due autori decidono di proporre la distanza che viviamo quotidianamente, quella che ci divide dall’idea della morte. Reso possibile dall’accentramento dell’attore Linsday Kemp, noto mimo britannico che ci ha lasciati nel 2018 dopo una vita dedicata all’arte.

Attraverso l’intarsio di immagini ci mostrano l’idea della distanza che aumenta o diminuisce a seconda del nostro stato emotivo, frammenti che tendono sempre di più verso l’irrealismo, utili al raggiungimento della distanza, in uno sfondo scandito dalla fissità del bianco e nero.

In questo cortometraggio la presenza dell’attore in un particolare momento della sua vita, ovvero l’età anziana, ha permesso la perfetta realizzazione del climax emozionale legato all’idea della morte.

Le temps prend feu (2017) è la percezione del tempo resa visivamente da una ballerina posta come perno al centro di una struttura circolare immaginaria, che gira su sé stessa a cui a sua volta gira intorno il tempo che scorre, ovvero un uomo intento in una corsa infinita, a formare un vero e proprio orologio.

Un tempo scandito in natura, appunto con i personaggi immersi in essa, in una natura che funge da custode del tempo. Il soggetto musicale è sempre il fulcro delle immagini in simbiosi con esse, la natura della musica stessa vive dello scandire del tempo.

Analisi dei cinque cortometraggi dei King's Magicians, esplorazione della surreale quotidianità raccontata dal collettivo.
Metafora dell’orologio

Noto è che a seconda del nostro stato emotivo percepiamo diversamente il suono della musica, come noto è che rimane una nostra responsabilità l’impiego del nostro tempo, che forse diventa sempre più un consumo superfluo, come il resto delle nostre azioni quotidiane.

Forse è questo uno dei sette veli di Schopenhauer che piano piano i King’s Magician sottraggono dagli occhi degli spettatori.

Un bizzarro personaggio che beve un fiasco di vino è protagonista del quarto lavoro del collettivo, Du temps perdu (2018). Un’animazione realizzata in stop-motion calata come sempre in un’atmosfera surreale. Con questa tecnica è stato possibile sperimentare la fissità dei personaggi lasciando aperta la scelta sul movimento di essi, dando sempre più forma all’unità tra musica e movimento, elemento cardine della sperimentazione dei King’s Magicians.

King's Magicians
Du temps perdu

Ancora una porta che sbatte, che scuote l’interno di una stanza vuota e indefinita, un solo personaggio all’interno che verrà raggiunto in successione da diversi altri, che come lui non si possono identificare, non parlano lo stesso linguaggio e sembrano non interagire fra di loro; fino a che non spariranno tutti e rimarrà, come in una struttura circolare, l’unico che ha aperto la scena con il suo fiasco di vino.

Du temps perdu è metafora dell’ipertrasformazione virtuale della personalità, un fatto naturale per l’uomo, ma che nei social sembra essere diventata una necessità vorace. Si torna alle origini di A New born.

L’ultimo lavoro dei King’s Magicians è Notes de s’enfoncer dans du rêve (2019): nasce da una serie di sogni, avvenuti ripetutamente per uno dei registi, di un inabissamento aereo. L’occhio buñueliano suggella il sogno realizzato con l’animazione, ma in questo caso con i disegni di Irina Kradazhan.

La tecnica prescelta ha permesso la realizzazione della libera associazione onirica, con dei piccoli frammenti di reale per evidenziare il legame tra realtà e sogno: in particolare è fortemente presente la metafora della metamorfosi uomo-insetto kafkiana che appare ripetutamente nell’intero lavoro.

King's Magicians
Metafora uomo-insetto

Il poeta surrealista R. Desnos scrive nel 1927: «ciò che noi chiediamo al cinema è l’impossibile, l’inatteso, il sogno, la sorpresa, il lirismo che cancellano la viltà degli animi e li precipitano entusiasti sulle barricate e nelle avventure; ciò che noi chiediamo al cinema è ciò che l’amore e la vita ci rifiutano: è il mistero, è il miracolo»; sembra proprio che i King’s Magicians abbiano il coraggio di rispondere a questo intento, orientare lo spettatore con immagini disorientanti, riportare il surreale nel quotidiano per affrontare la controversa contemporaneità.

Sembra che per il 2021 siano in arrivo grandi novità dal collettivo, e ce lo auguriamo.

Leggi anche: Nuovi Luoghi – Matilde Serao: quel supplemento d’anima

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