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Gabriele Muccino – Il primo periodo americano e il sodalizio con Will Smith

Appena dopo il successo globale del suo film più celebre, L’ultimo bacio (2001), Gabriele Muccino decide non soltanto di farsi supportare da un agente americano, ma anche e soprattutto di sfruttare la sua competenza e idea di cinema per andare a lavorare oltreoceano, cominciando a fare preproduzione per diversi film per conto dell’ormai noto Harvey Weinstein.

L’ultimo bacio vince poi il premio del pubblico al Sundance Film Festival, consegnando ulteriore fama a Muccino.

Nel frattempo però, nemmeno uno di quei film fermi alla preproduzione riesce a partire e Muccino rimane in stallo, anche a causa della sua scarsa conoscenza della lingua.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 2006 al 2015. Quattro lungometraggi nella storia.
Gabriele Muccino e Will Smith

Poco tempo dopo, per un curioso e inaspettato passaparola tra Eva Mendes e Will Smith che all’epoca lavoravano insieme a Hitch – Lui sì che capisce le donne, Muccino riesce a entrare in contatto con Will Smith (fanno entrambi parte della stessa agenzia), che gli manda un copione scritto da Steve Conrad, lo sceneggiatore de I sogni segreti di Walter Mitty, The Weather Man e Wonder.

Il copione di Conrad è intitolato “La ricerca della felicità”.

Quando Muccino lo prende tra le mani per la prima volta, tuttavia, lo svolgimento ruota attorno a un complesso dramma finanziario, che trascura il rapporto padre-figlio. Così, Muccino decide che quel suo film sarà esattamente l’opposto: un dramma centrato sul rapporto tra un padre e un figlio che avrà come sfondo il mondo finanziario ed economico di San Francisco. Qui ha inizio il periodo americano di Gabriele Muccino.

La ricerca della felicità: Ladri di biciclette e american dream secondo Gabriele Muccino

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 2006 al 2015. Quattro lungometraggi nella storia.
Christopher Gardner (Jaden Smith) e Chris Gardner (Will Smith). Padri e figli

Già a partire dal titolo il primo film americano di Muccino fa riferimento a due pilastri della storia americana.

Da una parte la dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, come scritto da Thomas Jefferson, dove sono elencati i diritti inalienabili dell’uomo: la tutela della vita, della libertà e la ricerca della felicità.

Dall’altra la ricerca e la rincorsa di quel sogno americano tanto raccontato, esaltato e mostrato nelle sue varie contraddizioni e declinazioni di genere, e dunque la felicità e il soddisfacimento necessari, dati dal lavoro, dalla famiglia e dall’appartenenza riconosciuta e apprezzata alla vita e alla storia della nazione.

D’altronde il film di Muccino è tratto non soltanto da un romanzo, ma anche da una storia vera, quella di Chris Gardner (interpretato da Will Smith), un uomo come tanti, che si muove tra ambienti sociali molto differenti: dal ghetto nero di Milwaukee fino a Wall Street, con una parentesi molto ampia nella povertà e nel degrado di San Francisco, il periodo probabilmente più drammatico e tragico della vita di Gardner.

Egli si ritrova di fatto da un giorno all’altro tra i tanti senzatetto che vivono ai margini della società, con un misero stipendio da tirocinante e un figlio piccolo da mantenere (interpretato da Jaden Smith, figlio di Will e scelto dallo stesso Muccino a margine di numerosi provini).

Un periodo, quello di San Francisco, su cui il film sceglie di concentrarsi interamente per tutta la sua durata, mostrando la quotidianità di un nucleo familiare ormai ridotto a padre e figlio in seguito a un triste e inatteso divorzio.

La speranza e la paura

Un legame, quello tra padre e figlio, che si sviluppa e cresce tra mense dei poveri, ricoveri d’emergenza e bagni delle metropolitane. Le logiche della strada e una nuova famiglia, questa volta decisamente allargata, si uniscono in nuova dimensione, quella degli homeless.

Tuttavia il film di Muccino, oltre a presentarsi come un vero blockbuster, viene recepito dal pubblico e dalla critica come un feel good movie. Come può un racconto sulla povertà e un drammaticissimo legame padre-figlio rientrare nei canoni del feel good movie?

Muccino risponde a questa domanda con quello che è stato il primo approccio alla sceneggiatura del film e quindi alla sua direzione narrativa: leggere in chiave neorealistica la caduta e la rinascita di un padre con una forte ambizione da soddisfare e un figlio al seguito da crescere, sostenere e proteggere.

Da qui la sua stretta vicinanza con il capolavoro di Vittorio De Sica del 1948, Ladri di biciclette, cui Muccino toglie le biciclette aggiungendovi invece dei grossi e ingombranti scanner a uso medico.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 2006 al 2015. Quattro lungometraggi nella storia.
Figli che imparano dai padri. Padri che imparano dai figli.

Chiaramente tutto è in funzione della rincorsa al sogno americano.

Un sogno che la vita di Gardner e il film stesso pongono a una condizione ben precisa: se lo vuoi, lo puoi raggiungere. Se non lo vuoi o non ti impegni per volerlo, non lo raggiungerai mai.

Quella che La ricerca della felicità (2006) mostra e racconta è una società caotica, violenta e confusa, sempre in corsa, dove tuttavia sembra essere possibile trovare qualcuno pronto a tendere una mano e offrire una seconda occasione.

Muccino si interessa al sentimento, al legame profondo che vive e sopravvive al dolore, alla tragedia e talvolta alla bassezza che un padre e un figlio si ritrovano a vivere senza preavviso, senza alcun aiuto.

Isolati, ai margini e lasciati in pasto al caos e alla crudeltà della macchina sociale per cui se crolli e non puoi sostenerti, economicamente e non, sei finito e difficilmente ti rialzi. Ma la prerogativa del cinema mucciniano questa volta viene a mancare, o per meglio dire: è forte la presenza del sentimento a cui il regista romano si interessa da sempre, ma si tratta in questo caso di un sentimento molto diverso rispetto al solito.

Il sentimento del crollo e del desiderio di rinascita, di risalita. E ancora una volta il sentimento che un padre matura per un figlio in condizioni di estrema povertà e viceversa.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 2006 al 2015. Quattro lungometraggi nella storia.
La ricerca della felicità

Interessante il concetto di risalita che Muccino propone anche e soprattutto nelle lunghe sequenze e inquadrature di Chris Gardner (Will Smith), che sostengono il peso del dramma, del figlio e degli scanner da brevettare e vendere. Risale le lunghe strade di San Francisco, come un maratoneta che non vuole arrendersi mai, proseguendo incessantemente sulla strada con grande determinazione e forza, senza mai arrendersi.

L’esistenza della povertà diviene poi gioco e favola nella scena probabilmente più toccante e memorabile dell’intero film: quella nei bagni della metropolitana, di cui Chris e suo figlio si servono per un’intera notte pur di riposarsi al sicuro per qualche ora, lontani dalla strada.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 2006 al 2015. Quattro lungometraggi nella storia.
Padre e figlio nella celebre scena del bagno

La ricerca della felicità non è soltanto il film che consegna la miglior prova d’attore di Will Smith da allora fino a oggi, ma è anche il film che lo lancia, dicendo al mondo – e più nello specifico a Hollywood – che Will Smith è un ottimo interprete, capace di dare molto se sostenuto da un regista che crede in lui e da una storia sincera e potente come quella di Chris Gardner.

Il successo inaspettato al botteghino convince le majors a tenere sotto la loro ala il regista romano, portando inoltre Will Smith a un passo dall’Oscar (perde infatti per quindici voti).

Un padre e un figlio crollano e risalgono insieme, cercando e trovando la felicità.

Sette anime: il thriller dell’anima di Muccino

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 2006 al 2015. Quattro lungometraggi nella storia.
Dramma e disperazione sotto la pioggia notturna

Il secondo film americano di Gabriele Muccino è molto sfortunato al momento della sua uscita nelle sale americane. Non soltanto perché nel Natale del 2007 giunge il buco nero delle banche e lo scoppio della bolla immobiliare, e neppure per una inaspettata e violentissima tempesta di neve che sulla costa Est costringe tutti a casa.

Il film di Muccino delude le aspettative del pubblico e della critica perché non consegna ciò che trailer e materiali promozionali sembravano aver proposto e presentato, un thriller in piena regola.

Su internet e molti siti di cinema americano sono ancora presenti alcuni di questi materiali che raccontano infatti di un vero e proprio thriller, all’interno del quale Ben Thomas (Will Smith) dà la caccia ad alcune persone che, rispetto a ciò che lui crede, si comportano in modo scorretto, tanto da renderle vittime e sacrificio di un bene più grande.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore romano Gabriele Muccino. Dal 2006 al 2015. Quattro lungometraggi nella storia.
Will Smith – La cena e la speranza

Come ben sappiamo il film di Gabriele Muccino è molto distante da questa premessa, è infatti un dramma sull’autodistruzione, sui sensi di colpa, sull’elaborazione della perdita e la possibilità della salvezza.

La nuova collaborazione con Will Smith dopo La ricerca della felicità, permette a Muccino di tornare a lavorare allo stesso modo, ossia con una piena libertà creativa, e soprattutto senza l’ingresso di produzione o interessi differenti dai suoi e da quelli di Smith, che si pone come vero e proprio garante del regista romano.

Il film incassa a sufficienza al botteghino, ma la delusione delle aspettative tronca per sempre il legame tra i due.

Emily Posa (Rosario Dawson) e Ben Thomas (Will Smith): «Facciamo un gioco, vediamo chi si innamora prima…».

Perché il film delude? Che cosa accade all’uscita di Sette anime?

La delusione si diffonde e contagia pubblico e critica perché Sette anime non è un thriller, non nel suo senso più comune. Non racconta di un angelo sterminatore né di una caccia spietata o di un giustiziere notturno che ripulisce il mondo dal male sempre più diffuso e celato nel mondo.

È invece un dramma molto intenso che segue un uomo come tanti appena dopo la sua sofferenza più grande, causata dalla perdita in qualche modo della vita, ma anche dell’amore, per un incidente d’auto dalle conseguenze fatali non soltanto per la giovane moglie, ma anche per altre sette persone sconosciute all’uomo e tra loro.

Scontro tra fratelli – «Devi dire la verità. Questa volta devi dire la verità».

Ben Thomas non è affatto un angelo sterminatore, è piuttosto un angelo osservatore, che si muove nell’oscurità e nell’anonimato di alcuni luoghi, tra cui ospedali, case di cura, abitazioni e via dicendo, osservando in alcuni casi la bontà delle persone che vivono soffrendo, in altre invece la scorrettezza e la crudeltà.

Un angelo osservatore che compie un ultimo e breve percorso terreno, prima di darsi in tutto e per tutto nel sacrificio necessario, scaturito da un male che lui stesso ha generato molto tempo prima.

Ben osserva e sceglie con cura coloro che saranno meritevoli di un dono grande come l’aiuto umano, il suo in questo caso, che diviene quello decisivo e totale.

Tutto questo avviene attorno a riflessioni esistenzialiste e profonde che ragionano sulla malattia, il rimpianto, l’amore come salvezza, l’attaccamento alla vita, il desiderio di morte e poi ancora sul bene e il male, sul senso della famiglia e sul dramma della sofferenza individuale, quella inascoltata, isolata, e lasciata a sé stessa.

Il film di Muccino si sposta dal dramma al melodramma, consegnando una prova d’attore di Will Smith sofferta, piegata dinanzi al dolore, alla solitudine e al destino ormai deciso cui il suo personaggio va incontro, prima lentamente e poi sempre più rapidamente.

Ben Thomas (Will Smith) e Emily Posa (Rosario Dawson)

Sette anime si presenta dunque come un thriller, non inteso nella sua concezione canonica, piuttosto in quella più di declinazione rispetto ai generi. In questo caso verso il dramma psicologico. Quello sulle emozioni turbolente e violente, caotiche e nebulose che attanagliano e perseguitano le anime dei personaggi. Un thriller dell’anima.

Una caduta vorticosa e autodistruttiva che nulla può arrestare, poiché grande e talvolta presente in Ben è il timore di annullare tutto, di tornare indietro e accettare la speranza e l’importanza, per certi versi catartica, del donarsi all’altro e quindi all’amore.

A partire dalla sceneggiatura di Grant Nieporte, il film di Muccino spinge sempre più in direzione della tragedia, anche laddove si sarebbe potuta arrestare, alla luce di un sentimento e di un amore inaspettato, meraviglioso e nostalgico vissuto tra Ben (Will Smith) e Emily Posa.

Pur raccontando il dramma della solitudine, Sette anime non si concentra esclusivamente sul personaggio di Ben, poiché segue e mostra una reale pluralità di anime e sofferenze, tra cui proprio Emily Posa.

Lei è una artigiana che stampa biglietti d’auguri e che soffre di una malformazione cardiaca molto rara, interpretata da una Rosario Dawson mai così in parte. Una prova memorabile la sua, probabilmente anche più approfondita e segnante rispetto a quella di Smith.

È cambiato tutto (o quasi) da La ricerca della felicità.

L’amore torna e sopravvive al dolore

Gabriele Muccino questa volta non torna al feel good movie, piuttosto vuole raggiungere il livello più alto e decisivo di sofferenza, tragedia e dramma, testimoniato da un finale che non lascia allo spettatore alcuna speranza.

Non c’è scampo o risalita per il personaggio interpretato da Will Smith, soltanto l’accettazione di un destino di sacrificio e di rinuncia alla luce dell’amore e della salvezza.

Così come non c’è più il disegno superiore di un sogno della nazione o comunque individuale. Ciò che guida, controlla e muove i personaggi e le loro dinamiche è infatti un disegno di morte che nel suo concludersi dona (o ridona) la vita.

Leggi anche: Gabriele Muccino – Il primo periodo italiano dal 1998 al 2010

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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