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Sono più di 100 anni che esiste il cinema.
Il tempo scorre sempre più in fretta, accelera e sfugge al suo stesso sguardo, ma il cinema è lì a osservarlo.
Si evolve questa settima arte, si contamina, racconta il mondo, le sue illusione, i suoi segreti: vede prima che il tempo riesca a fermarsi, capisce prima che noi, distratti viandanti, ce ne siamo accorti.

Ma che cos’è il cinema?
Nasce come uno sguardo privato con Edison, come fotografie in movimento con i Lumière, come magia con Méliès. Nasce come uno spaziotempo autonomo che specchia il reale ma si fa a sua volta realtà. Ma, oltre questo, cosa lo caratterizza?
Infinite peculiarità, coralità complesse e affascinanti. Su tutte però, ci viene qui in mente una, nascosta ma non dimenticata, unica e, forse, oggi più che mai, da riscoprire.
La durata.
Il cinema è un mondo, un occhio-specchio che inizia e finisce. Dura, permettendo alla sua arte di non ritrarre un istante unico, di non scomporre una forma già finita, ma di comporsi e scomporsi nel mentre del suo esistere.
Ma la durata, nel cinema, che significato ha?
Oggi, con le serie tv, sono subentrate nuove concezioni della “visione filmica”, accompagnate da nuovi criteri di fruizione come il binge watching ma anche da nuovi modi di comporre narrativamente e poeticamente un’opera.

Eppure, in principio, il cinema durata il tempo di un’impressione, di un dettaglio, di una breve storia che potesse significare una morale, un amore, un’assenza.
In origine, il cinema era cortometraggio.
Nel cortometraggio il cinema si è sperimentato, ha scoperto il montaggio, i campi e controcampi, i 360 gradi di una scena.
Poi, il cortometraggio si evoluto nel lungometraggio, ma qualcosa di sfuggente si è perduto.

Perché, il cortometraggio non ha nel lungo un suo identico migliore, bensì un fratello diverso, oggi più famoso ma non per questo migliore.

Perché, il cortometraggio non dura il tempo di un’intera vita, né di tanti episodi.
Solo, un istante.

 

E quindi, cosa cambia?
Spesso siamo abituati al cinema dagli archi narrativi dominanti, il cui viaggio, sia dell’eroe o di qualsivoglia figura, si compie, vincente o perdente.
Il cinema ha risposto a questa congiura della tramacentricità con infiniti spunti: la decostruzione dei francesi, l’espressionismo dei tedeschi, la poesia degli orientali.

Eppure, il cortometraggio può qualcosa di diverso: non subisce le leggi della sua stessa durata, perché dura giusto il tempo di dire una sola cosa essenziale.
Un sorriso, un bacio, un’impressione.

Mainetti e le sue rivalse romane intrecciate alla poetica degli anime giapponesi, Lynch e i suoi deliri, Scorsese e la sua sperimentazione, l’animazione poetica di Chomet.
Esempi a noi vicini ma spesso dimenticati.

Eppure, l’arte del film corto, dello short film va riscoperta.
Oggi, possiamo farlo grazie ad un luogo magico: WeShort.

 

Alla fretta del contemporaneo, dove sempre più sfuggiamo alla durata in virtù dell’istantaneità, l’arte non può che riscoprirsi negli sparuti accellerati.
Venite a vedere perché: https://www.weshort.com/app/main