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Perché i Daft Punk sono importanti per la storia del cinema

I Daft Punk hanno annunciato il loro scioglimento in data 22 Febbraio 2021. Erano in attività dal 1993, anno in cui la loro odissea cibernetica ha cambiato il mondo della musica elettronica. Tuttavia, il loro contributo non si è fermato all’ambito discografico, bensì si è esteso al cinema e alla sua storia. La canzone perfetta, citando il loro singolo Beyond, fa rima col silenzio, e questa poetica si sposa perfettamente con l’animo della settima arte.

Hanno composto poche, ma irripetibili colonne sonore e persino diretto e interpretato un film. Molte delle produzioni su cui hanno lavorato sono esperimenti unici o grossi blockbuster campioni d’incassi quali Tron: Legacy (film che si salva, non a caso, unicamente per la loro soundtrack).

Il primo lungometraggio su cui hanno lavorato è Interstella 5555 (2003), diretto da Daisuke Nishio, Hirotoshi Rissen, Kazuhisa Takenōchi e Leiji Matsumoto, autore di Capitan Harlock.
La pellicola d’animazione è interamente muta, la trama è portata avanti proprio dalle tracce dei Daft Punk dell’album Discovery (2001). Non si tratta dunque, di una mera colonna sonora, bensì di un racconto, di un poema techno di un’intensità unica.

Su un pianeta situato in una galassia sconosciuta, abitato da esseri identici agli umani, ma dalla pelle blu, si esibiscono in concerto quattro musicisti. Mentre tutta la metropoli segue lo spettacolo, una pericolosa astronave si avvicina minacciosa. Sembra l’inizio di un racconto cliché anni ’50, eppure la storia di Interstella 5555 tratta dei temi fondamentali anche per la musica del duo francese: identità, amore e solidarietà.

Il suono dei Daft Punk fa eco alla fantascienza di Philp K. Dick e Asimov, alle pellicole derivate quali Blade Runner, in cui si va a riflettere sul significato stesso dell’essere umani, sull’importanza delle emozioni e dell’empatia, dell’appartenenza a una specie che potrebbe auto-estinguersi o aiutarsi a evolvere.

«Remember love’s our only mission
this is the journey of the soul».

(Daft Punk, “Beyond”)

Cameo dei Daft Punk in “Interstella 5555” (Leiji Matsumoto, 2003)

Daft Punk – Interstella 5555 e il senso della musica

I Daft Punk hanno fatto sì che le canzoni narrassero una storia, non tramite le liriche, limitate spesso, nei loro pezzi, a una parola o frase ripetuta in loop. La musica è fondamentale non solo per la comprensione del film (che risulta dunque unicamente sensoriale dal punto di vista cognitivo), ma anche per comprenderne dettagli e forme di comunicazione: i protagonisti sono una band, incarnano dunque la forma della musica, che tuttavia è notoriamente informe, quindi non distingue tra ciò che è convenzionalmente ritenuto normale e ciò che dovrebbe essere alieno, ciò che dovrebbe essere altro.

Anticipa, in un certo senso, il significato ultimo della pellicola: la vacuità della discriminazione. L’identità è un concetto fragile e malleabile, può sovente essere messo in crisi assieme alla memoria, spesso alla base di ciò che presumibilmente è l'”io”. Interstella 5555 innesca, tramite le note dei Daft Punk, riflessioni su questi e altri temi.

Chi o cosa è l’altro se ascolta, suona e danza al ritmo della mia stessa musica? Qual è il confine tra l’umano e l’alieno se c’è una melodia che li accomuna e va oltre quel confine? Basti pensare che nella pellicola sarà proprio la colonna sonora a collegare due universi in apparenza paralleli. Il cyberspazio dell’elettronica Daft Punk abbatte qualunque barriera.

Un’ultima cosa interessante da notare sul film è il momento in cui i protagonisti, per ragioni che non spoileriamo, perdono la memoria. Infatti, per quanto dopo l’evento appaiano degli automi spersonalizzati, non a caso come dei robot dell’industria discografica assordati e disorientati dal ritmo di Crescendolls (letteralmente “bambole in ascesa”) in un turbinio di sequenze serrate e psichedeliche, non dimenticano mai come suonare.

Questo mette in risalto i meccanismi della musica, di come si appropri letteralmente del corpo e non lo abbandoni mai. La musica come ultima e recondita salvezza, anche quando i più beceri produttori cercheranno di sfruttarla come una macchina macina-soldi. Matura anche la problematica, dunque, del rapporto tra artista e lo squalo dell’industria.

Spesso, infatti, i musicisti vengono sfruttati dalle case discografiche per la loro estetica, per il bell’aspetto. Questo accadeva soprattutto a cavallo tra gli anni ’90 e primi 2000 e continua ad accadere. Tuttavia, proprio all’epoca furono i Daft Punk la svolta: erano maschere che facevano musica, non contava nient’altro. Solo la musica esisteva ed esiste. Nessun bel visino o acconciatura da urlo, solo due robot e un sintetizzatore e tanto digital love.

Interstella 5555 è un film ricco di dettagli da osservare, ma soprattutto da ascoltare. Un’esperienza unica per lo spettatore e decisamente singolare per la storia del cinema, plasmata stavolta non da un cineasta visionario, ma dai Daft Punk.

Electroma (2006)

Daft Punk – Electroma e il senso dell’umanità

«Please tell me who i am».

(Daft Punk, “Within”)

Il tema dell’identità è sempre stato caro al duo francese, tant’è che sarà la base del loro primo (e unico) lungometraggio: Electroma (2006).

Diretto da Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem-Christo, debutta l’anno dopo l’uscita dell’album Human After All. È improbabile si tratti di una coincidenza: la pellicola, infatti, narra proprio di due robot nella loro odissea per cercare di diventare umani, con ogni mezzo. Il film è muto, come Interstella 5555. Le azioni dei due protagonisti sono comprensibili solamente attraverso la musica, questa volta non composta dagli stessi artisti francesi.

Una parabola sul senso dell’essere umani assai più intima e, a tratti, cruda; Electroma assume tinte che a volte richiamano lo smarrimento onirico del cinema di Lynch e altre ricordano la perdizione dei cavalieri del western.

Due automi vagano senza meta in una ricerca che sembra impossibile. Robot che si travestono da umani, umani che sono robot, i Daft Punk cercano una via d’accesso all’io e alla coscienza, via che pare introvabile. La pellicola è una sinfonia virtuale di specchi e riflessi, di frammentazioni dell’inconscio tutte comunicate da inquadrature silenti, ma assai più potenti di qualsiasi parola.

Ogni scena è, quasi a sé stante, una profonda riflessione alla domanda finale: “chi siamo?”. Due robot possono essere umani, dopo tutto. Eppure, i protagonisti sembrano arrancare in questa impresa, in questa odissea in uno spazio incerto, dove i confini del reale e dell’identità si confondono.

Si dice che l’identità si costruisca per differenza, sulla base di ciò che una cosa non è. Tuttavia, Electroma segue l’opera tutta dei Daft Punk cercando di mettere in discussione questo paradigma. Il robot è la persona che guardo allo specchio o ciò che è dentro di me e che si riflette all’esterno? Cosa mi distingue in quanto essere umano?

Le sequenze del film si susseguono in un continuo disagiante e malinconico, senza giungere a una vera e propria conclusione. Molto spazio è lasciato all’interpretazione dello spettatore, che pure troverebbe molte chiavi di lettura nell’esperienza musicale del duo francese.

Esperienza che pare sia giunta al termine.

Daft Punk
Daft Punk – Epilogue

Daft Punk – Epilogue

Il duo francese ci lascia, infine, con un video che recupera proprio una scena di Electroma. Non useremo i loro nomi propri per distinguerli, non hanno importanza di fronte a quello che è stato il loro operato. Semplicemente, il robot col casco giallo asseconda il desiderio del suo amico di farsi saltare in aria, forse come presumibile unica via per un ritorno all’umanità.

Il superstite, invece, cammina al tramonto verso un orizzonte incerto, sospeso tra le sabbie del tempo e del suono. Un viandante in cerca di una versione migliore di sé stesso, forse lieto di aver detto a questo mondo quello che doveva dire. Adesso vagherà Around the world magari, cercando le sue risposte in rima col silenzio. Forse cerca la canzone perfetta, forse un giorno torneranno, ma non ci è dato saperlo.
Sullo sfondo le note di Touch, ma soprattutto le parole, almeno stavolta. Il retaggio dei Daft Punk.

«If love is the answer you hold
hold on».

(Daft Punk, “Touch”)

Hanno composto musica, hanno amato la musica, hanno cambiato la musica, le hanno dato una nuova vita. I loro album sono e saranno sempre poesie digitali, lasciano persino un’impronta nella storia del cinema e, nonostante la loro era sia tramontata, le melodie di puro amore che i Daft Punk hanno creato non periranno mai. Perché se l’amore è la risposta allora tieni duro, resisti. «Our work is never over». 

Leggi anche: David Bowie – Un alieno sulla Terra tra musica e cinema

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