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Orson Welles come Kafka – Il processo

Orson Welles è uno dei registi più versatili e innovativi del ‘900. La maggior parte delle volte esterno alle mura degli studi hollywoodiani, vista anche della sua nota repulsione per la “città del cinema”. Fu sempre alla ricerca dei finanziamenti più disparati che lo portarono a un numero significativo di opere incompiute. Ma che lo portarono anche all’autofinanziamento dei suoi progetti, attraverso i compensi per il lavoro di doppiatore e attore in progetti paralleli, il quale gli permette di accumulare denaro e di avere quindi, la massima libertà artistica sul suo lavoro.

Welles che spesso porta in scena Shakespeare, questa volta incontra un autore praghese che nei suoi scritti rende il quotidiano surreale e grottesco. Questo autore si chiama Franz Kafka, e il regista rende immagine uno dei suoi romanzi più famosi e misteriosi: Il processo.

Orson Welles
Ombra di Orson Welles con Josef K. (Anthony Perkins)

I lineamenti, che ci sono rimasti dalla visione di Psycho di Hitchcockdel viso di Anthony Perkins, qui vanno a modellare il protagonista Josef K.

Ripercorriamo brevemente la vicenda narrata: Josef K. è un giovane titolare di un ufficio che svolge regolarmente il suo lavoro, conducendo una vita normale e tranquilla. Una mattina viene svegliato da due uomini che sua lo dichiarano in arresto, un arresto però che ovviamente non convince K., vista l’assenza di mandato e l’assenza di un accusa che rimane misteriosa al malcapitato. Con la convinzione fissa che si tratti un’ingiustizia, K., portato davanti alla corte suprema, rivendica la sua innocenza di fronte ai funzionari giudiziari. Loro reagiscono con sguardo fisso e immobile verso l’imputato che inutilmente e febbrilmente elenca gli errori di quel processo e la sua futilità.

Balza agli occhi e colpisce, guardando l’adattamento cinematografico di Welles, innanzitutto la particolare rappresentazione dello spazio. La maggior parte degli ambienti della pellicola – come quelli giudiziari o l’azienda impiegatizia dove lavora K. – sono imponenti, caratterizzati da spazi larghi e infiniti. La tecnica del grandangolo usata da Orson Welles viene sfruttata per rendere visibile agli occhi il senso di angoscia e claustrofobia che esperisce il lettore di Kafka; mette in risalto la piccolezza dell’essere umano e talvolta lo rende impotente di fronte alla grandezza di ciò che lo circonda. Josef K. è minuscolo di fronte alla maestosità delle “Legge” unica detentrice della “verità assoluta”. All’osservatore questo uomo “piccolo” che cammina, corre e lancia parole in queste aree estremamente grandi, da una sensazione quasi di soffocamento, oltre che di inutilità delle azioni di K. di fronte a qualcosa di già così consolidato e vasto.

Orson Welles
Josef K. in aula.

Josef K.

La ricerca del senso e del motivo di colpevolezza di cui K. sarebbe macchiato, non lo abbandona ed è al centro dei suoi pensieri. Persiste nel voler riuscire a trovare il perché a tutto questo, ostacolo alla sua mitezza.

K. torna nella sala dove in precedenza lo avevano processato ma la trova deserta e vuota con le sedie accatastate. Parla con la moglie dell’usciere, donna affascinante nella pellicola, che sembra possedere delle informazioni preziose riguardo al processo. Lei lo seduce e lo esorta a rimanere in sua compagnia, ma viene portata via da uno studente che dice di eseguire gli ordini del giudice, secondo il quale la donna sta parlando troppo.

La figura femminile per Kafka rappresenta per certi versi la congiunzione tra l’umano e il divino. Divino inteso come quel mondo che va oltre la nostra concezione, quel mondo inarrivabile che giudichiamo irrazionale e insensato, sempre più vicino al cielo. Le figure femminili nel film, come la moglie dell’usciere, l’assistente dell’avvocato, evidenziano il tentativo e la difficoltà dell’azione umana a irrompere nel divino intoccabile, in questo caso rappresentato dalla legge.

Orson Welles
Leni, Josef K. e l’avvocato.

K. corre tra i corridoi claustrofobici della legge dove i muri si avvicinano sempre di più. Si getta a capofitto nella estenuante ricerca di ciò che gli sta succedendo per riuscire a trovare un senso a tutti i costi. I fatti che si susseguono con un ritmo sempre più incalzante che Welles velocizza man mano che K. si dibatte nella pancia della giustizia.

K. viene a contatto con lo zio che consiglia al ragazzo di rivolgersi ad un avvocato che potrebbe seguirlo in questa sua sfortunata vicenda. Recandosi dall’avvocato, interpretato da Orson Welles stesso, egli fa la conoscenza dell’assistente personale dell’avvocato Leni, con cui fiorisce un rapporto amoroso che sfiora il sessuale in una meravigliosa scena sopra cumuli di lettere di imputati non lette dall’avvocato. Poiché Welles ben interpreta Kafka, i cumuli di lettere rappresentano ognuno una persona che attende, che aspetta un responso che tarda ad arrivare. Perché Josef non è l’unico che ha questo accusa misteriosa, ci sono altre persone che aspettano che un verdetto decida il loro destino.

L’avvocato Hastler è una persona che detiene una percentuale dei poteri che compongono quell’organico chiamato “legge” che tanto turba gli uomini che gli finiscono tra i canini. Ma comunque si rivela una persona statica, stanco del lavoro di una vita. Lui rappresenta la lentezza anche burocratica del processo giudiziario che coinvolge una persona. Quest’ultima che deve aggrapparsi spinta dalla disperazione, per tentare di scorgere uno spiraglio di luce in fondo al tunnel.

K. conosce un cliente dell’avvocato, che vive nel dubbio del suo scopo oltre l’accusa, nel dubbio dell’accusa, vive nel dubbio assoluto. Questo dubbio che lo tiene incatenato, che non gli permette di vivere come un essere umano, ma vive attraverso un altro, attraverso l’avvocato. E come lui, altri, è come se vivessero in un limbo surreale che si sforzano di non voler accettare ma che è inevitabile per la loro assoluzione. Mangiano, bevono, si costruiscono la loro tana in questo limbo in attesa, in attesa di qualcosa di dubbia certezza. Ci invecchiano dentro.

 «Essere vincolati qualche volta è meglio che essere liberi».

(Avvocato Hastler)

Orson Welles
Uomini che attendono

Continuando a macinare terreno tra i cunicoli della “grotta giudiziaria”, K. proverà a estrapolare qualche delucidazione sul suo caso, recandosi da un pittore di nome Titorelli. Titorelli è il ritrattista del tribunale, raggiunto da K. inseguito da alcune bambine, numerose e appiccicose. Il pittore purtroppo rivela a K. la difficoltà riguardo l’eliminazione definitiva di una condanna e che al massimo l’accusa è possibile rimandarla ma non eliminarla.

Le “pettegole” continuano a ridere da fuori, origliando i due uomini che parlano. Le inquadrature si impongono sui loro occhi tra le fessure, sul loro “spiare”. K. è circondato da decine di occhi orwelliani che senza battere ciglia lo osservano, non tolgono lo sguardo un secondo. Il giudizio è denso, palpabile dentro la stanza del pittore. Le bambine guardano, fissano, ma non si sa cosa vogliano, non si sa il motivo della loro curiosità. Creano pesantezza e rendono l’ambiente caldo e claustrofobico, tanto da causare a Josef un mancamento.

Persa ogni speranza di via d’uscita da questa situazione, K. esce da una porta secondaria indicatagli dal pittore. Ma viene inseguito dalle ragazzine urlanti e isteriche che allegoricamente ricordano il logorroico e oppressivo verdetto della realtà che ci sta attorno.

L’occhio è l’organo principale che regola il giudizio, potere di cui siamo dotati. Orson Welles attraverso le inquadrature costanti degli occhi grandi e tondi delle bambine, costruisce l’anatomia del giudizio tramite l’osservazione ripetitiva di chi vuole irrompere nel nostro mondo personale. Il rapporto difficile con ciò che ci circonda ritorna nel rapporto difficile con la società secondo l’ottica di Welles e Kafka.

Il piccolo spazio in cui K. viene spiato e tenuto d’occhio rappresenta l’angoscia che caratterizza l’emotività di Kafka uomo. Pare che lo scrittore nel corso della sua vita abbia avuto diversi problemi con il suo corpo per esempio, ritenendosi fuori dagli schemi estetici convenzionali. Questo l’ha portato a chiudersi nella propria testa, per schivare i giudizi altrui, condividendo lo stesso senso di claustrofobia presente in K. Rapporto difficile che condivide anche con Orson Welles che durante la sua carriera ha sempre tentato di rimanere per quanto possibile lontano dai riflettori, da quegli “occhi” del jet-set mondano che può rivelarsi tossico.

Occhio di una delle bambine che fissa K.

Sudato e in preda a uno stato d’ansia K. vuole tornare nel suo ufficio, ma dopo essere venuto a contatto con un sacerdote che ricorda al protagonista l’impossibilità di archiviazione dell’accusa all’improvviso si ritrova in un’ennesima stanza dove ritorna, improvvisamente, la sagoma dell’avvocato che K. aveva abbandonato. K. si ritrova tra un raggio di luce di un proiettore ed uno schermo dove passano delle immagini. Sono le scene di una storiella che Orson Welles, attore nel suo film, ricorda all’ormai condannato. La sagoma nera di K. nello schermo proiettato, prende il posto dell’uomo che attende per tutta la vita davanti alla porta delle legge in attesa di entrare. Dove non entrerà mai e che alla fine scopre che quella porta era riservata solo a lui.

Il ragionamento davanti alla novella raccontata, trasla il pensiero che ha coperto come un velo il film fino a questo punto, cioè che la “legge” che tanto perseguita l’uomo, altro non è che la vita stessa, che lo perseguita perché l’uomo ne è soggetto, e si ostina a farsi perseguitare. L’uomo aspetta davanti alla porta della legge per tutta la la vita, ma non può entrare e quindi aspetta e si ostina a voler entrare anche se non può. Nessuno obbliga l’uomo a stare per tutta la vita davanti a quella porta ma lui vuole assolutamente trovare il “perché” lui dovrebbe entrare.

Quindi più l’ostinazione nel trovare il proprio “alibi umano” aumenta, più le scale mobili aumentano di velocità verso il basso. La ricerca del “perché dell’esistenza” per il quale K. è accusato ci accompagna per tutta la durata del viaggio. Ma in realtà chi l’ha detto che dev’esserci un motivo dell’accusa o per lo meno, l’accusa viene posta ma poi il lavoro viene effettuato tutto da K. da solo. Tutte le riposte che K. accumula durante il tempo, vanno tutte ad accumularsi formando una sola grande domanda: “perché?”, che nella nostra mente viene nominata ogni minuto durante la visione.

Tentare di trovare una causa all’esistenza che porta inevitabilmente al contatto con una legge che sembra “ultraterrena” e a tratti immaginaria, che l’uomo ansioso di dover spiegare a questa dimensione le sue motivazioni, a i suoi occhi è un omuncolo che sbraccia e che tiene tra le dita fino a quando non decide di gettarlo via.

Il “perché” si svuota del suo significato di fronte all’incalzante ritmo che prende l’opera che quasi passa in secondo piano ad un certo punto per cosa si sta lottando. Tutto questo porta a un vuoto, a un nulla di fatto. K. viene portato da due uomini in una buca e viene giustiziato attraverso della dinamite. Un finale che comunque non da una risposta che si sentiva obbligatoria.

A forza di controbattere una parte che ti giudica folle, folle alla fine lo diventi?

Kafka crea realtà parallele al mondo reale, in cui si diverte ironicamente a giocare con l’esistenzialismo umano aggiungendo elementi surreali che rendono il tutto “impossibile alla realtà” durante la lettura, ma che alla fine ci si chiede: tutto questo non è poi così distante dalla realtà. Kafka ci mostra il grottesco del quotidiano che risulta così lontano ma anche così vicino a noi, spiazzandoci.

Pure Orson Welles, da regista e ancor di più da artista, con la realtà ci gioca, modellandola in base al suo pensiero. Con gli occhi ci lavora e quale posto se non il cinema come luogo è somigliante ad un’aula giudiziaria vera e propria. Dove centinaia di organi oculari fissano ciò che il tuo occhio ha prodotto e che lascia andare alla cornea della cinepresa. Le osservazioni delle persone e l’imposizione di limiti che esistono solamente se l’accusato li ascolta. Welles si rivolge al romanzo di Kafka probabilmente per studiare e conoscere se stesso. Orson Welles processa K. ma noi crediamo che Orson Welles abbia deciso pure di farsi processare. L’arte del cinema per Welles è l’iter di creazione dell’opera che sposta in secondo piano il momento della visione del film che in tutto e per tutto un “processo”.

Il processo ci mostra di come il tentare di dare una motivazione alla propria esistenza porti a un nulla di fatto, a un vuoto che dev’essere riempito da un nichilismo attivo nietzschano. Ci porta a pensare che la vera condanna è la libertà e durante il tuo viaggio verrai accusato e perseguitato per questo. Welles nel suo viaggio ha sempre tentato di essere un artista libero, un uomo libero e spesso ne ha pagato le conseguenze anche con problemi economici che intralciavano i suoi progetti, diversamente da come sarebbe stato se fosse stato “sottomesso” ad un’ industria. La tranquillità è data dall’essere protetti da qualcuno ma non ti permetterà mai di raggiungere il tuo essere, ti porterà spesso al nulla.

Quella libertà tanto tenuta tra le braccia che come K. nello studio del pittore Titorelli crea un malessere, crea una nausea. La nausea, sintomo studiato dal filosofo francese Jean-Paul Sartre come conseguenza all’esistenza dell’essere umano, esistenza che porta alla ricerca ossessiva della libertà. L’esistenza, come sintomo protagonista dell’opera di Kafka legata a doppio filo all’opera di Orson Welles.

«Io sono per sempre condannato ad esistere al di là della mia essenza, al di là del moventi e del motivi della mia azione, sono condannato ad essere libero. E ciò significa che non è possibile trovare alla libertà altri limiti oltre se stessa, o, se si preferisce, che non siamo liberi di cessare di essere liberi».

(Jean-Paul Sartre)

Leggi anche: The other side of the wind – Il testamento di Welles

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