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Gabriele Muccino – Il secondo periodo americano e l’addio a Hollywood

Gabriele Muccino giunge alla seconda parte della sua esperienza americana con meno certezze, più vittima della macchina industriale hollywoodiana, che finirà con l’abbandonare, nella speranza del ritorno. A distanza di quattro anni da Sette anime, infatti, realizza l’unico film della sua carriera che finirà col disconoscere: Quello che so sull’amore del 2012.

Quello che so sull’amore: a Hollywood tu sei l’ultimo film che hai fatto

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore Gabriele Muccino. Dal 2012 al 2015. Vittima del sistema hollywoodiano, lascia.
George Dryer (Gerard Butler) e Lewis (Noah Lomax)

In principio si parlava del film in questione come di un dramma molto rigido sulla disgregazione del nucleo famigliare, nello stile dell’ormai celebre e storico Kramer contro Kramer, film del 1979 scritto e diretto da Robert Benton.

Ciò che accade (più o meno inaspettatamente) è che in assenza di Will Smith, il regista romano finisce sotto il controllo e le richieste ferree (soprattutto per questioni commerciali) dei produttori del film, tra cui la scelta dell’interprete principale: Gerard Butler.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore Gabriele Muccino. Dal 2012 al 2015. Vittima del sistema hollywoodiano, lascia.
Gabriele Muccino e Gerard Butler alla première del film

Muccino perde così non soltanto la libertà creativa, ma anche il controllo registico, arrivando addirittura a pensare di lasciare il film definitivamente. Alla fine resta, accettando le condizioni talvolta crudeli della macchina hollywoodiana, più commerciale che autoriale o cinefila.

In origine una dramedy, in ultima battuta una commedia rosa fiacca e priva di mordente, che cerca in tutti i modi di mettere da parte il dramma, a favore di quello humor un po’ frivolo, tipico delle commedie agrodolci americane che tutto vogliono fare fuorché raggiungere la tensione della tragedia e del dramma più canonico. Come avrebbe potuto esserlo La ricerca della felicità (2006), piuttosto che l’ultimo film della carriera americana di Gabriele Muccino: Padri e figlie (2015).

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore Gabriele Muccino. Dal 2012 al 2015. Vittima del sistema hollywoodiano, lascia.
Stacie (Jessica Biel), Lewis (Noah Lomax) e George (Gerard Butler)

Osservando le scelte stilistiche e poi di copione di Quello che so sull’amore è subito evidente la distanza dall’universo cinematografico mucciniano e dal suo modo di far cinema. Qui i personaggi non corrono, non gridano e non si disperano in nome dell’amore e della speranza che hanno perso nel tempo e che ora vogliono ritrovare a ogni costo.

All’opposto sono tutti estremamente rilassati, circondati da ambienti brillanti e laccati e ogni elemento suggerisce una sensazione di ordine e calma che stride fortemente se accostata alla conoscenza della filmografia di Gabriele Muccino.

È vero anche che in questo film c’è tanto amore, ma le problematiche vengono ridotte al minimo in ogni caso.

Così come vengono private del loro pathos e della loro potenziale tensione, e quindi anche di quell’intrattenimento che ci si dovrebbe poter aspettare da un dramma sulle liti coniugali e su tutte quelle piccole e grandi passioni che nel frattempo inaspettatamente nascono.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore Gabriele Muccino. Dal 2012 al 2015. Vittima del sistema hollywoodiano, lascia.
La ricerca di un amore sbagliato e la gelosia per il nulla

Un’opera leggera, forse fin troppo, che si riempie di star hollywoodiane pur di soddisfare quella pretesa commerciale tanto richiesta e desiderata dalle majors e dalla produzione.

Il risultato è un flop totale al botteghino americano, e non solo, e per la prima volta nella carriera americana di Muccino si presenta la caduta, data dalla perdita finanziaria di un prodotto che nemmeno riesce più a sentire come suo.

Rinnega infatti di esserne il regista, passando la palla a Gerard Butler (la G-BASE è sua) e alla Millennium Films di Avi Lerner.

Si può però isolare un solo elemento indubbiamente interessante del film, ossia la scrittura del personaggio di George Dryer (Gerard Butler). Nel suo caso si può ritrovare quel percorso autobiografico che Muccino compie nel suo cinema fin dagli inizi.

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore Gabriele Muccino. Dal 2012 al 2015. Vittima del sistema hollywoodiano, lascia.
George e Stacie. La speranza del ritorno, la sopravvivenza dell’amore.

Attraverso la parabola di un uomo che è stato campione e ora si ritrova infortunato e alle strette dopo una carriera di grandissimi successi, in patria e all’estero. Difficile non vederci il riflesso del regista del film.

Il crollo psicologico e fisico di Muccino appena dopo l’uscita e il risultato di Quello che so sull’amore testimonia una delle grandi regole del cinema hollywoodiano: tu sei l’ultimo film che hai fatto. Muccino crolla, vivendo una depressione decisiva e uno sconforto chiave per il suo parziale allontanamento da quel modo di fare cinema che si concretizzerà lentamente da lì a pochi anni.

Non prima però di aver lavorato con Russell Crowe.

Padri e figlie: l’addio a Hollywood di Gabriele Muccino

Analisi del periodo americano del regista e sceneggiatore Gabriele Muccino. Dal 2012 al 2015. Vittima del sistema hollywoodiano, lascia.
Jake Davis (Russell Crowe), Katie (Kylie Rogers) e Gabriele Muccino sul set del film

L’ultimo film hollywoodiano di Gabriele Muccino è probabilmente il più riuscito, il più sincero e il più coerente (rispetto all’idea di cinema tipica del regista romano) dell’intero periodo americano, che copre una decina d’anni all’interno della sua intera filmografia.

È un racconto familiare e corale che segue i drammi di più individui legati tra loro nel corso del tempo, o per amore, o per vincoli familiari. Tra questi, Jake Davis (Russell Crowe) uno scrittore malato di epilessia che si è ritrovato a dover crescere la figlia piccola Katie (Amanda Seyfried) in seguito a un tragico incidente d’auto che ha portato sua moglie alla morte.

Amanda Seyfried, Gabriele Muccino e Aaron Paul sul set di “Padri e figlie”

Katie cresce e affronta le ipocrisie e i drammi psicologici (e non) di una famiglia non sua, quella di Elizabeth e William (i due zii che Jake ha dovuto affrontare più e più volte prima d’andarsene), ma anche e soprattutto un rapporto per certi versi patologico e scorretto con il sesso maschile.

Tutto sembra precipitare verso un vortice di autodistruzione, finché Katie non conosce Cameron (Aaron Paul) e quindi l’amore nella sua forma più pura e innocente. Un amore che vorrebbe tenerla sotto la sua ala e proteggerla rispetto a ogni debolezza, pericolo e male del mondo.

Tornano ancora una volta il dramma della perdita, l’elaborazione dei sensi di colpa e il tema dell’autodistruzione, raccontati dallo stesso Muccino diversi anni prima con Sette Anime.

Padri e figlie, rispetto ai film precedenti, risulta decisamente più nelle corde del suo autore poiché nonostante i toni talvolta esagerati del melodramma, il genere e la traccia narrativa di riferimento sono rispettivamente il dramma e il feel good movie.

La speranza è nell’amore

Addirittura lo si potrebbe definire un film per famiglie, o comunque per il grande pubblico che torna su alcuni temi frequenti del periodo americano di Muccino e dunque il rapporto padre-figlio/a, la caduta e la risalita, le complessità e contraddizioni degli Stati Uniti, i traumi infantili e le loro conseguenze.

Forte di un cast stellare e di una regia ancora una volta ispirata e sincera, Padri e figlie sorprende per una struttura narrativa che si delinea su più piani temporali, mostrando effetti e conseguenze nel tempo dell’amore, della sofferenza e della speranza, sui corpi e sulle anime dei personaggi cui il film si interessa.

Lucy (Quvenzhanè Wallis) e Katie (Amanda Seyfried). Ritrovarsi nella sofferenza.

Gabriele Muccino dopo la traumatica esperienza di Quello che so sull’amore torna a lavorare con gli interpreti e sugli interpreti, ottenendo da ciascuno una prova decisamente di valore, a partire da Diane Kruger e Russell Crowe, fino ad Aaron Paul e Jane Fonda. Il film spinge sulla lacrima, sulle emozioni forti e sul melodramma più puro, e una volta tanto… funziona alla perfezione, e commuoversi è bello e necessario.

Con una lacrima Muccino saluta il cinema hollywoodiano. La stessa lacrima che solcava il viso dolente di Ben Thomas nella sequenza probabilmente più intensa di Sette Anime.

Leggi anche: Gabriele Muccino – Il primo periodo americano e il sodalizio con Will Smith

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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