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Garrone: L’imbalsamatore, Primo amore e Dogman – Sulla natura umana

Difficile dire quale sia il compito primario di un regista, ma mettere in scena la complessità della natura umana, restituendola senza filtri, è senz’altro una strada degna d’esser percorsa. Non che questa non sia stata a lungo battuta, ma il viaggio che Matteo Garrone compie prima con L’imbalsamatore (2002), poi con Primo amore (2004) e, infine, con Dogman (2018) lascia strascichi pesanti a gravare su coloro che, nella visione, si incamminano lungo quella stessa strada.

Più che risposte, il regista italiano cerca di porre domande su cosa ci definisca come esseri umani. Capita che certe volte, infatti, interrogativi affilati riescano ad affondare la lama in profondità, nella carne del desiderio, della paura, dell’odio, più di quanto possano fare risposte ormai logorate dalla superficialità.

Qual è il limite di soprusi e violenze – fisiche e mentali – oltre il quale la natura umana si disintegra, lasciando scoperta quella animalesca? In che modo la coscienza di Sé si interseca, patologicamente, con la coscienza dell’Altro?

Tre vicende di cronaca nera realmente accadute – il “nano di Termini”, il delitto del “Canaro della Magliana” e Il cacciatore di anoressiche (quest’ultimo un libro autobiografico) – costituiscono l’ossatura dell’indagine garroniana sull’uomo, ma non la definiscono, almeno non in senso stretto. L’obiettivo, invero, è quello di dare corpo non tanto alla ricostruzione minuziosa dei fatti storici, quanto all’analisi dei meccanismi motivazionali che innescano processi distruttivi e autodistruttivi.

Garrone
L’imbalsamatore (2002)

I fatti narrati nelle pellicole, nell’economia di una simile architettura introspettiva, forniscono un punto d’appoggio, un effetto smarcante, come chiaroscuri che, se usati sapientemente come fa Garrone, danno risalto alle forme sulle quali si adagiano sommessamente. Nondimeno, a essere evidenziate sono le forme interiori dei protagonisti, che più vengono illuminate dal flusso della storia, e più si intorbidiscono: sembra che la luce sia funzionale solo a svelare l’oscurità.

Garrone, attraverso L’imbalsamatore, Primo amore e Dogman, dipinge un affresco della natura umana, svestita di tessuti patinati e ornamenti fuorvianti.

La macchina da presa spesso indugia sui protagonisti, osservandoli a distanza, per poi avanzare coraggiosamente, fino a ridurli a primi piani sui quali gettare ombre parziali, facendo dei loro visi sofisticate metonimie della cupa natura che, parimenti, grava sulle loro spalle. Le inquadrature allargano, addolcendo gli angoli della contingenza, e poi stringono, spezzando una simile illusione, perché la natura umana è necessariamente spigolosa.

Ciò che emerge con più forza dalle tre pellicole è il rapporto disfunzionale con l’Altro. È irrilevante il tipo di relazione che il protagonista intrattiene con la figura affettiva: amicizia nel caso di Marcello in Dogman; amore nel caso di Vittorio in Primo amore; una sintesi delle due sfumature passionali nel caso di Peppino ne L’imbalsamatore. Il leitmotiv, infatti, è il meccanismo inveterato che mette in moto, in ciascuna relazione, la definizione di Sé attraverso l’alterità.

Garrone
Primo amore (2004)

Ci si trova sempre più vicini, scena dopo scena, al punto di rottura dell’identità, costrutto psicofisico fondamentale per discernere ciò che Io non è. Sia Peppino che Vittorio non riescono più a riconoscere i contorni dell’individualità, rispettivamente, di Valerio e di Sonia, i quali divengono gradualmente, nell’idea morbosa di amore dei protagonisti, niente più che estensioni della propria persona.

Si crea una co-implicazione tra l’impossibilità di vivere un’esistenza separata dall’oggetto delle loro cure malate e la necessità di frantumarne l’identità, al fine di ricomporla a piacimento, affinché possa combaciare perfettamente con la propria. Non riconoscendo un individuo nell’altra persona, con desideri, paure, volontà, Peppino e Vittorio ne masticano avidamente l’individualità, per placare il senso di fame che, giorno dopo giorno, sembra indebolire la loro.

Se ne L’imbalsamatore e in Primo amore Garrone mostra questo rapporto perverso tra identità e alterità, in Dogman i termini dell’equazione vengono rovesciati: è la ricerca della propria identità attraverso l’Altro, vestita di approvazione e senso di appartenenza, a determinare il vortice di violenza in cui si concluderà la vicenda.

In un certo senso, Marcello annulla la propria identità in funzione di quella altrui. Si costituisce alterità tanto rispetto al suo amico-nemico quanto a se stesso, finendo per sentire la propria identità come null’altro che una fragile estensione: lui è altro da Simone, o meglio, dalla sua identità, ma è altro anche da sé stesso. Marcello vede l’estraneità del proprio corpo e della propria mente con tale chiarezza da sentire la necessità di dover volgere lo sguardo in direzione opposta, cercando familiarità altrove.

Garrone
Dogman (2018)

Soltanto alla fine “il Canaro” ricomporrà la propria individualità e lo farà, paradossalmente, rompendo il vaso di Pandora che è la natura umana. Una volta ammassati i cocci a terra, ben lungi dallo scoprire i mali del mondo, non si rivelerà altro contenuto se non quello della natura bestiale dell’uomo, che in fin dei conti è essa stessa natura umana.

Peppino e Vittorio, al contrario, vedranno ricompattarsi le identità altrui – quella di Valerio e quella di Sonia – da loro negate come alterità e assorbite con cupidigia. La risoluzione delle due vicende sarà altrettanto violenta a quella di Dogman, ma lo slancio animalesco si manifesterà specularmente. Invero, saranno i protagonisti, ladri di anime, a vedere l’immagine creata a loro piacimento infrangere lo specchio delle proprie brame: il ricordo del desiderio di quell’immagine soffierà via l’ultimo respiro dai loro polmoni.

Garrone non tenta di limare le facce ruvide che compongono la natura umana: invita, semmai, lo spettatore a osservare un’istantanea della violenza, nella quale chiunque, potenzialmente, può specchiarsi e intravedere, nel riflesso che viene restituito, le pulsioni più recondite del proprio Io.

Significativo che la frase conclusiva di Primo amore possa esser letta, metaforicamente, come esegesi della natura umana, rivelatasi alla fine di ognuna delle tre pellicole. Sottratti i valori morali, sottratta la cultura, sottratta la coscienza dell’Altro, della natura umana non rimane altro che l’istinto di autoconservazione. La storia della civiltà ha regalato infinite possibilità al significato di “natura dell’uomo”, ma senza un simile istinto non ci sarebbe stata una storia della civiltà – o meglio, non avrebbe avuto il tempo di svilupparsi ed evolvere assieme all’uomo: assieme al significato di essere umano.

Vittorio: «Togliere tutto Sonia, bruciare tutto, fondere le ceneri. Alla fine resta solo quello che conta veramente».

Leggi anche: Favolacce – La realtà è una fiaba oscura

Edoardo Waseschahttps://www.artesettima.it/author/edow91/
Classe '91, laureato in filosofia e aspirante giornalista. Idealista (due cucchiai), distratto (mezzo bicchiere) e nerd q.b. Mescolare ma non agitare. Amante di tutto ciò che fa esplodere la mente: dalla filosofia alla fisica quantistica, passando per la filmografia di David Lynch. Trova che scrivere sia l'unico modo per rallentare l'entropia dell'universo. Se poi un giorno - si spera non troppo lontano - sarà anche retribuito per farlo ancora meglio.

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