Home Nella Storia del Cinema Somewhere - Anche i ricchi piangono

Somewhere – Anche i ricchi piangono

È il 2010, l’icona delle donne alla regia Sofia Coppola scrive e dirige il suo quarto film: Somewhere. Pellicola drammatica che ha subito spaccato il pubblico a metà. Come spesso accade, c’è chi lo esalta e chi non lo ritiene all’altezza della firma che porta. A dispetto delle critiche però, il film si aggiudica il Leone d’oro al miglior film nella sessantasettesima mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Il film è ambientato a Los Angeles, in un posto riconoscibile e leggendario: il famoso Chateau Marmont. Il primo protagonista è un attore hollywoodiano, Johnny Marco, che trascorre le sue giornate in un’apatia ovattata e silenziosamente distruttiva. Il sentimento di disadattamento e sparizione di se stessi si percepisce sin dalla prima scena. Un uomo che sfreccia sulla sua Ferrari, nel mezzo di un deserto, compiendo moti rotatori e circolari. Ancora e ancora. Passa il tempo così, su una bella macchina, ma completamente solo.

Ci si sposta subito all’interno dell’hotel, dove lo spettatore conosce a pieno Johnny. L’attore assiste a uno spettacolo di due spogliarelliste, ma sul suo volto si legge il senso di desiderio inappagato. E così via nello sviscerare la quotidianità del protagonista, che trascorre le sue giornate all’insegna di prostitute, corse con le auto, momenti di sesso occasionali, senza mai però provare emozioni o piacere. La vita di Johnny è il classico cliché della ricchezza che non garantisce la felicità. Una vita senza emozioni, apatica, piatta. L’attore riesce a trasformare l’eccitazione in indifferenza. La stessa indifferenza che ormai, ha adottato nei confronti della vita stessa.

Coppola stabilisce subito il proprio timbro, portando lo spettatore ad assistere a lunghe riprese, lente e silenziose, come già fatto nei suoi film precedenti. Il suo stile rispecchia quindi la vita di Johnny, lo spettatore si trova a vivere la vita monotona dell’attore, attraverso i suoi occhi, provando quel senso di giornate infinite e interminabili, trascorse nell’attesa che il tempo scorra. Lo stile della regista quindi, è fondamentale per far immedesimare lo spettatore nei panni di un personaggio qualunque, che vive la sua monotona vita da qualche parte: somewhere.

Un angelo salvatore

Il film sembra piuttosto piatto, almeno quanto la vita del suo protagonista; arriva però una piccola scossa: l’introduzione di quella che si può definire la seconda protagonista di Somewhere. L’arrivo discreto della figlia di Johnny, che passerà del tempo con lui, scombina questo piano narrativo. Diventa lei, la responsabile della riconquista emotiva del padre. È la piccola Cleo il personaggio attivo, interpretata da Elle Fanning.

Anche in questo caso, la scelta dell’attrice non è casuale. Elle Fanning infatti, ha un viso puro e delicato (scelta adottata per lo stesso motivo anche in The Neon Demon, 2016). Il suo aspetto angelico dai lineamenti dolci è perfetto per rappresentare un personaggio che è un vero e proprio angelo salvatore.

Cleo è dinamica, bella e piena di vitalità. È caratterizzata da quella purezza, spontaneità e spensieratezza che è propria dei bambini. La si vede pattinare sul ghiaccio, dando una forte accelerata al ritmo del film. Somewhere subisce così un ribaltamento, risultando un film bilanciato nei ritmi e nelle emozioni trasmesse. Il film a questo punto colloca lo spettatore nel mezzo, senza operare una scelta netta e senza farci capire chi è il vero protagonista.

Protagonisti lo diventano entrambi, li vediamo passare del tempo insieme. Tempo che scorre ancora lentamente, come la lunga sequenza in piscina, ma questa volta la lentezza assume un altro aspetto. È una lentezza colorata, caratterizzata da sentimenti privi di senso di vuoto, come amore e felicità. Il tempo assume quindi tutto un altro valore: se prima scorreva lentamente nell’insoddisfazione, ora scorre lentamente nei sentimenti che devono essere vissuti ed approfonditi.

Johnny Marco ritrova quindi se stesso grazie a sua figlia. Il finale è forse scontato, ma il punto cruciale del film non è questo. L’essenza di Somewhere è Johnny Marco che ha perso la strada e gira e rigira intorno agli stessi schemi. Cerca qualcosa che non troverà mai all’interno della sua vita solitaria fatta di apparenze e posizione sociale. La noia e l’apatia che pervadono la sua vita.

Lasciare tutto è l’unica salvezza, Johnny questo lo capisce osservando l’unica cosa di umano che c’è nella sua vita: sua figlia. Lei balla, ama il padre, lei è presente, è la speranza, ed è contagiosa, la sua bellezza è semplice come la sua danza. Johnny ne rimane conquistato, pur nella sua assenza, nella smemoratezza di un padre confuso e bambino, Johnny ritrova un segno, qualcosa si accende in lui. Ecco l’accettazione del disagio, l’accorgersi di non essere una persona, come dice al telefono alla ex moglie, è un allarme che porterà alla liberazione. La scena finale, seppur la più importante in realtà è la più breve, questo perché la compulsività non c’è più, adesso c’è la vita con la sua imprevedibilità, così il ritmo ritorna normale, proprio sui titoli di coda.

Un film in cui si assapora tutto il cinema di Sofia Coppola. Le musiche delicate, le inquadrature lente e infinite, la ricerca spasmodica dell’imperfezione, la fotografia impeccabile, i dialoghi essenziali e mai banali, questo sentimento di disadattamento e disagio che entra sotto la pelle dello spettatore.

Leggi anche: Immagini per stati d’animo – Introduzione a Sofia Coppola

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