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I migliori 7 film di Stanley Kubrick

Stanley Kubrick è ovunque, appartiene a qualsiasi tempo filmico, permea ogni millimetro di qualunque pellicola, il suo nome non si può scindere dal cinema. Il tocco e l’influenza di un maestro tra i più grandi della storia di quest’arte sono rintracciabili ovunque. Vagando tra le filmografie di vari autori contemporanei, non solo troviamo alcuni omaggi tecnici e tematici espliciti come quelli di Lanthimos e Nolan. Ma Kubrick si è fatto Maestro anche anche nel modo di intersecare le trame con la filosofia, nella ricerca di una comunicazione che passi innanzitutto dall’immediatezza delle immagini, in alcune scelte che quasi paiono “rovesciate” e controintuitive, alcune delle quali verranno citate già in questa sede.

Kubrick è semplicemente nell’olimpo del cinema. Compreso in quella ristrettissima cerchia di registi che sono riusciti a cambiare la settima arte tanto profondamente da grammaticalizzare dei nuovi usi del mezzo filmico, reinterpretando al contempo la semantica delle immagini.

Una famosa foto di Stanley Kubrick e sua figlia Vivian mentre fingevano di scattare un’istantanea a Jack Nicholson sul set di Shining (1980).

Per questo motivo vi consigliamo di prendere il titolo di questo articolo un po’ alla leggera, come una modesta selezione di sette film all’interno di una filmografia che conta tredici perle del cinema, nessuna esclusa. Infatti, la produzione kubrickiana, limitata ma eccelsa, è dotata di una continuità qualitativa e artistica che ha pochi precedenti nell’intera storia dell’arte, che per capirci è associabile, per genialità ed estro, a quella dei Beatles, di Leonardo Da Vinci, o per restare nel nostro ambito, di Ingmar Bergman e Sergio Leone. Kubrick non solo ha affrontato sempre nuovi generi, ma questi generi li ha rivisitati, talvolta creati di suo pugno. Come diceva l’indimenticabile Stanis Larochelle:

Stanis: «Io considero Kubrick un incapace! Lo considero il classico esempio di instabilità artistica, abbia pazienza! È uno che affrontava un genere, falliva e passava a un altro genere. Come lo vogliamo chiamare?»

Insomma, una classifica dei film di Kubrick, di per sé, lascia il tempo che trova. Sette film verranno scelti, altri sei lasciati ingiustamente fuori, non c’è un criterio realmente oggettivo, piuttosto consideriamo il peso della storia, delle innovazioni tecniche, e una bella fetta di gusto personale, che sempre serpeggia in qualsivoglia lista. Proviamo soprattutto a gustarci il ricordo di alcuni dei grandi capolavori del Maestro. Magari per suggerire alcune visioni o rewatch di assoluta qualità, o magari solamente per ricordarci quante meravigliose idee possano essere generate dal cervello di una persona sola.

7 – Rapina a mano armata (The Killing, 1956)

La celebre rapina con le maschere in The Killing.

Fay: «Johnny, devi scappare!»
Johnny: «Che differenza fa?»

The Killing merita indubbiamente un posto in questa classifica. Non solo per aver iniziato a far circolare il nome di Stanley Kubrick tra i critici americani, non solo perché segna la fine di un suo primo ideale periodo artistico a budget molto bassi, ma innanzitutto per la lucidità con cui il cineasta di New York ha affrontato il genere noir. La metà degli anni 50 pullulava sempre più di opere del genere, farsi riconoscere per l’originalità con un noir era impresa tutt’altro che facile.

Allora, ecco che Kubrick ragionò da Kubrick. Nulla, soprattutto nell’arte cinematografica, sa essere più originale del punto di vista. Il film parla della rapina a un ippodromo ideata dal tenebroso Johnny con alcuni compari. Fin qui, si tratta di una buona trama noir. Il genio di Kubrick sta nel mostrare la rapina attraverso un racconto ripetitivo, ovvero un unico evento mostrato più volte, in questo caso filtrato dal punto di vista di ogni singolo partecipante all’evento. Così facendo, da una parte Kubrick ha in qualche modo rallentato lo svolgersi degli eventi mantenendo altissima la tensione, però offrendoci, dall’altra parte, una moltitudine di angolazioni dalle quali ricostruire un unico evento, che inevitabilmente costituisce il climax dell’opera.

A fare da ciliegina sulla torta c’è anche uno dei finali più amari dell’intera produzione kubrickiana. Un capolavoro che ci mostra al meglio il Kubrick più noir e più giovane.

 

6 – Full Metal Jacket (1987)

L’indimenticabile sergente Hartman.

Serg. Hartman: «Avanti, muovi i piedi, cammina, Palla di lardo! Più svelto! Muoviti! Ma tu ci sei nato sotto forma di viscido sacco di merda, Palla di Lardo, O hai studiato per diventarlo? Muoviti, più svelto! Tirati su! La guerra è già bella che finita prima che arrivi tu! Lo capisci, Palla di Lardo?»

Se c’è un esempio di film atipico, anticlimatico e a tratti anche anticinematografico, quello è Full Metal Jacket. Il motivo è semplice: il film è diviso in due grandi atti, il primo dei quali risulta ampiamente più appassionante e ritmato del secondo. Anche in questo caso, sembra che la scelta di Kubrick sia quella di rovesciare i paradigmi del cinema, sistemando emotivamente al rovescio un film che cronologicamente procede dritto come pochi altri del suo repertorio.

Nel primo atto assistiamo alla formazione delle leve all’interno del corpo dei Marines. Conosciamo l’iconico sergente Hartman, il protagonista, il soldato Joker, e poi i vari commilitoni come i soldati Palla di Lardo, Biancaneve, Cowboy, tutti rigorosamente identificati da un soprannome inventato dal sergente istruttore.

Dopo questa prima concitata fase, in mezzo tra il war movie, la commedia comica e il dramma vissuto dai soldati, passiamo a un secondo atto totalmente diverso nei ritmi, nella regia, nei colori, nei dialoghi. Di fatto, Kubrick cambia totalmente il film a metà dell’opera. Il soldato Joker vola verso il Vietnam per partecipare alla famosa guerra in veste di soldato e reporter. Una volta arrivato lì, vive la guerra come contesto più che come atto, e poi come totale sorpresa una volta combattuta dall’interno.

In fin dei conti, in Full Metal Jacket la guerra sembra più presente nell’addestramento che nella guerra stessa, si passa da azione a stasi, da thriller a documentario, non il contrario. Il pessimismo che avvolge il film sembra suggerire che i soldati non impazziscono durante la permanenza in Vietnam, ma partono già pazzi dagli Stati Uniti, dopo un addestramento che sa più di lavaggio del cervello che di formazione.

Full Metal Jacket è “solo” il film in sesta posizione nella nostra lista, eppure abbiamo già citato uno dei film di guerra migliori mai fatti, che ci mostra il Kubrick più cinico e imprevedibile.

 

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5 – Barry Lyndon (1975)

Il Settecento di Barry Lyndon secondo Kubrick.

«Fu durante il regno di Giorgio III che i suddetti personaggi vissero e disputarono. Buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali.»

Parlare di Barry Lyndon è una missione non di poco conto. Innanzitutto, non iniziamo dalla trama, ovvero la lunga ascesa e discesa dello splendido Redmond Barry Lyndon di Ryan O’Neal, ma dall’importanza delle scelte tecniche contenute nell’opera. Con le sue quasi 3 ore e 25 minuti, il film è il più lungo della carriera del regista, ma il dato non inganni, il motivo non è solo il mero susseguirsi degli eventi. In alcuni punti, le immagini si fanno totalmente narrazione, lo spazio si prende carico del rallentamento del tempo, e il mondo settecentesco che ci viene rappresentato ingloba completamente lo spettatore grazie a una clamorosa continuità che Kubrick riesce a costruire tra il suo mondo e il nostro, nonostante l’epoca mostrata sia davvero lontana.

Questo avviene innanzitutto grazie alla volontà di utilizzare unicamente la luce naturale. Una scelta così coraggiosa porta con sé delle conseguenze complesse. Kubrick si è dovuto avvalere di numerose candele, della presenza di finestre e di porzioni di spazio particolari, insomma tutto ciò che permettesse di non utilizzare mai la luce artificiale. In più, il regista ha reso sistematico l’uso dello zoom e del grandangolo, due elementi a lui cari, utilizzati già in alcune pellicole precedenti.

Il risultato è la miglior fotografia dell’intera carriera del regista, straordinariamente realistica, mai troppo buia, mai esageratamente luminosa. La regia, la sceneggiatura, le prove attoriali, il montaggio, tutti questi reparti hanno offerto una prestazione che non possiamo non sottolineare, ma che non possono trovare il giusto riconoscimento nel breve spazio di una lista.

Barry Lyndon è l’inno alla fotografia nei film di Kubrick, un autore che ha saputo essere anche estremamente elegante.

 

4 – Arancia Meccanica (A Clockwork Orange, 1971)

I drughi al Korova Milkbar

Alex: «Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende latte+ , cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quel che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza»

Londra, profondo e indeterminato futuro. Alex DeLarge è un ragazzo come tanti, studente, amico affabile, fanatico di “Ludovico van” Beethoven e della cara vecchia ultraviolenza. Come pena da scontare per i suoi ripetuti atti illegali, Alex viene inserito nel “trattamento Ludovico”, un programma che prova a correggere i criminali attraverso metodi coercitivi. Questa è anche la trama del best seller di Anthony Burgess da cui è tratto il film, un libro che di certo ha avuto il merito di proporre il soggetto e l’idea di un linguaggio un po’ avanguardistico e un po’ antiquato, ma che non è entrato nella cultura di massa quanto il film.

Arancia Meccanica è iconico per mille motivi. Oltre all’assurdo linguaggio, il film tratta la complessa tematica della violenza, mostra un protagonista che non presenta né parla mai di se stesso ma è comunque ben caratterizzato. Kubrick mostra una certa bizzarria nell’allestire il futuro, elemento che fa sì che il nono lungometraggio del Maestro angloamericano sia una sorta di cyberpunk ante litteram. A conferma di quest’ultima affermazione, ci sono le strepitose scenografie che si susseguono all’interno dell’opera, che ne costituiscono il vero fiore all’occhiello.

Alcuni pezzi d’arredamento presenti in Arancia Meccanica fanno tutt’ora il giro di tutti i musei del mondo, costituendo un modello per le generazioni a venire.

Il modo che Kubrick ebbe di concepire il sci-fi fu del tutto innovativo, e lo vedremo anche più avanti. Il suo genio ha costruito mondi complessi e simbolicamente unici, attraversati da segni nuovi e segni passati, manifesta una circolarità del tempo che porta l’ammassarsi di ogni tipo di tendenza in un kitsch che si moltiplica e infine sublima in un’eleganza impossibile da ottenere con le singole componenti in gioco. Grazie alla sua scenografia, Arancia Meccanica ci fa conoscere il Kubrick più fantasioso e critico verso il futuro.

 

3- Shining (1980)

Il folle Jack Torrance interpretato da un immenso Jack Nicholson.

  Jack: «cinque mesi di pace sono proprio quello che ci vuole»

Nemmeno facciamo accenni alla trama, dato che la storia di Jack Torrance e della sua malcapitata famiglia fa parte a tutti gli effetti della cultura di un’enorme fetta di popolazione. Uscito nel 1980 dopo varie tribolazioni, tra cui anche delle accese liti tra il regista e l’autore del libro, tale Stephen King, Shining rappresenta forse il più grande successo di Kubrick. Quel film di cui andare orgogliosi, quello che tutti criticavano all’inizio e che ora è ritenuto un capolavoro assoluto.

Come per gli altri film, anche in questo caso c’è un elemento tecnico che può servirci da filo conduttore per il nostro discorso, ma a differenza degli altri, adesso parliamo del vero e proprio mestiere di Kubrick. Infatti, quella di Shining è probabilmente la miglior regia dell’intera carriera del Maestro, e da alcuni specialisti viene considerata in assoluto come una delle migliori direzioni della storia.

Questo è grazie a una sequela infinita di espedienti tecnici geniali e avanguardistici che rendono il film un’esperienza talmente immersiva da diventare indimenticabile.

Le famose scene in cui Danny, il figlio di Jack, vaga con il triciclo nell’immenso Overlook Hotel seguito da una steadicam valgono da sole la visione del film. E dovremmo parlare delle sequenze in cui Jack lavora al suo libro con la macchina da scrivere, o quelle in cui il rapporto tra Danny (dotato della famosa luccicanza) e suo padre (suo genitore ma idealmente sua nemesi) viene mostrato in tutta la sua ambiguità, o ancora quelle in cui il protagonista sfoga fisicamente tutta la sua follia. Ognuna di queste scene è girata con una precisione e un’originalità difficilmente rintracciabili in altre opere, caratteristica che rende Shining l’horror tra gli horror insieme a PsychoGrazie a una regia tra le migliori di sempre, Shining ci fa conoscere il Kubrick più tecnico, ma anche il più folle.

 

Leggi anche: Orizzonti di gloria – La prima guerra di Kubrick

2 – Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964) 

Il dottor Stranamore.

Pres. Muffley: «Signori, non potete litigare qui, questa è la stanza della guerra!»

Ancora oggi è impossibile trovare un film così intelligente e al contempo divertente. Il dottor Stranamore è un esemplare unico di commedia sagace e mai stucchevole, ambiziosa ma non pretenziosa. La vicenda parte da Jack Ripper, un generale americano particolarmente guerrafondaio che ordina inspiegabilmente un attacco nucleare verso l’Unione Sovietica, rompendo finalmente gli indugi della guerra fredda. Questo porta lo stato maggiore americano a riunirsi d’urgenza nella stanza ovale della guerra, accompagnati anche da un ambasciatore sovietico. Mentre il colonnello Lionel Mandrake (Peter Sellers) tenta di placare gli animi, nella war room il Presidente Muffley (sempre Peter Sellers) tenta di sbrogliare una difficile matassa. Infatti, al primo attacco nucleare subito, il protocollo sovietico ha predisposto come risposta il dispositivo Fine del mondo, una bomba che spazzerebbe via l’umanità. Solo lo strambo dottor Stranamore (beh, ancora Peter Sellers) proporrà delle soluzioni valide, nella loro assurdità.

È ancora strano, a distanza di anni, pensare che il Dottor Stranamore sia un’opera di Kubrick.

Nonostante si parli di un autore tra i più variegati di sempre, questo film esula in buona parte da alcuni stilemi che il regista utilizzò e che avrebbe utilizzato in futuro. Una lettura così satirica e graffiante della situazione USA-URSS lascia tutt’oggi sbalorditi, soprattutto per l’universalità delle riflessioni riportate nella pellicola, che rendono il film più attuale che mai praticamente in ogni epoca. In più, Kubrick ricerca alcuni effetti che rendano la visione più spettacolare, come le inquadrature soffocanti all’interno dei velivoli americani o gli insistenti zoom a schiaffo durante le sequenze di attacco al suolo sovietico.

Queste tecniche si allontanano dal Kubrick riflessivo e metaforico per lasciare spazio a un cinema comico, più dinamico, ma anche politicamente più significativo.

Ora capiamo perché Kubrick insistette tanto per realizzare quest’opera. Il suo impatto culturale fu immediato, soprattutto perché mostra una politica grottescamente fedele alla realtà. La sua fama resterà intramontabile, anche se questo si può dire di tutti i film presenti in questa lista, e anche della maggior parte di quelli rimasti fuori. Grazie alla sua brillante sceneggiatura, Il Dottor Stranamore ci mostra che Kubrick sa anche far ridere, ma in maniera sempre intelligente e tagliente.

 

1 – 2001: Odissea nello Spazio (2001: A Space Odyssey, 1968)

Il monolite ne “L’alba dell’uomo”, il primo atto di 2001: Odissea nello Spazio.

David: «Apri la saracinesca esterna, HAL.»
HAL 9000: «Mi dispiace, David, purtroppo non posso farlo.»
David: «Qual è il motivo?»
HAL 9000: «Credo che tu lo sappia altrettanto bene quanto me.»

2001: Odissea nello Spazio è semplicemente uno dei capisaldi del cinema e dell’intera storia dell’arte. Sono infiniti i motivi che lo rendono un capolavoro assoluto, ma uno più degli altri può essere esplicativo: probabilmente in 2001 possiamo assistere all’uso più brillante e visionario che si sia mai fatto del mezzo cinematografico, soprattutto se pensiamo che il film quest’anno compirà 53 anni e nessun sci-fi ancora si è avvicinato a tale magnificenza. Lungo questa classifica abbiamo potuto elencare i vari modi nei quali Kubrick stravolge i canoni dei generi e le proprie trame, ma in questo caso gli stravolgimenti dei punti di vista sono così profondi da diventare linguaggio.

2001: Odissea nello Spazio si divide in quattro atti, ognuno dei quali vede la comparsa di un misterioso monolite nero che di ogni sezione scolpisce il senso, stagliandosi sull’uomo e sulla natura con la funzione di rappresentare la loro essenza, ma anche le loro domande, il mistero di cui abbiamo rivestito ogni divinità e l’oscurità delle risposte che abbiamo, insieme a quelle che non possiederemo mai. Il monolite è di per sé un dispositivo semanticamente onnipotente che nel suo dire tutto non può che dire nulla, vano come le domande “chi siamo? da dove veniamo?”, presente e stressante come la domanda “chi sono io?”.

Il primo atto del film, ambientato nell’epoca degli ominidi, parla dell’origine dell’uomo e del suo utilizzare un osso come arma.

Un fatto fondamentale nella nostra storia, che suggella contemporaneamente la capacità di creare una protesi del nostro corpo, quella di poter far male agli altri, pure ai propri simili, e infine la più importante, cioè la semiosi, la produzione di senso. Dopo la comparsa del monolite, l’osso viene lanciato in aria e si trasforma, grazie al montaggio formale, in una stazione spaziale, con un jump cut che segna la più lunga ellissi della storia della settima arte. Da qui, seguiamo le avventure interstellari dell’uomo futuro, che arriva alla conoscenza di se stesso viaggiando nello spazio profondo, addirittura all’interno di buchi neri.

Ciò che porta 2001: Odissea nello Spazio in vetta a questa classifica non è solo il suo merito nell’aver analizzato l’umanità in maniera nuova e inesplorata.

Kubrick, come dicevamo, stravolge i paradigmi non caratterizzando i propri protagonisti, ma scrivendo nel dettaglio il carattere di uno solo dei protagonisti: HAL 9000, un supercomputer di bordo. Questo è il futuro kubrickiano, uomini-macchine e macchine umanizzate, aerei interplanetari, misteri sempre più irrisolvibili.

Il film, inoltre, è la summa tecnica del Maestro. Non c’è un reparto che eccella sugli altri. Certo, gli effetti speciali e visivi sono davvero notevoli. Ma non possiamo tralasciare la sceneggiatura, la scelta delle musiche, le scenografie, le interpretazioni, la fotografia, il montaggio, e ancora ogni altro settore. Semplicemente, tutto funziona lungo le due ore e mezza più illuminanti e filosofiche alle quali si possa assistere su schermo.

Grazie alla sua perfezione concettuale e stilistica, 2001: Odissea nello Spazio ci comunica quale eterno genio sia stato Stanley Kubrick.

 

Leggi anche: Eyes Wide Shut – L’intimo, perverso paradosso degli Occhi

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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