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Oscar 2021 – Come la chiusura delle sale ha influenzato le nomination

Come ogni anno, abbiamo assistito alla diretta streaming dell’annuncio delle nomination agli Oscar. E, mentre si susseguivano categorie e nomi più o meno noti, non potevamo fare a meno di pensare quanto i cinema chiusi abbiano influenzato anche le candidature del premio più prestigioso della settima arte.
A partire dalla data della cerimonia, slittata da fine febbraio al 25 aprile, per permettere a quanti più film possibili di poter concorrere.

Tuttavia, il cambiamento più significativo lo si può rilevare nella grandissima quantità di film indipendenti presenti in quasi tutte le categorie, che bilancia la quasi totale assenza di grandi blockbuster, soprattutto per i comparti tecnici.

Uniche eccezioni, in tal senso, risultano essere Tenet (effetti speciali e scenografia), uscito anche in Italia durante la breve riaperture estive delle sale, e Mulan, rilasciato direttamente sulla piattaforma Disney+, candidato per i migliori effetti speciali. A saltare subito all’occhio è la mancanza di competitor di casa Marvel, la quale per la prima volta in undici anni non ha rilasciato pellicole.

Nomadland si conferma come il caso cinematografico dell’anno: Chloe Zhao, infatti, ottiene 4 nomination sulle 6 totali che conta il film (regia, film, montaggio, sceneggiatura).
Divenendo anche la prima regista asiatica ad essere candidata alla regia, in un’annata già di per sé storica, data la presenza di un’altra donna, Emerald Fennell, e dell’unica candidatura di un regista maschio americano, David Fincher. La cinquina, infatti, è completata da Lee Isac Chung e Thomas Vinterberg.

La regista Emerald Fennell sul set del film

L’ascesa di prodotti “fuori dagli schemi” produttivi hollywoodiani ha consentito, quindi, una maggior diversità all’interno delle categorie. Sono moltissime infatti le pellicole che trattano di tematiche politiche, in particolar modo legate a importanti momenti della storia afroamericana recente.

Su tutti Judas and the Black Messiah, incentrato sul “tradimento” di William O’ Neal (Lakeith Stanfield) ai danni del leader delle Pantere Nere, Fred Hampton (Daniel Kaluuya). Il film risulta essere la vera sorpresa di questi Oscar, con 6 nomination, due delle quali per entrambi gli attori.

One night in Miami, invece, narra dello storico incontro di quattro personalità di spicco della comunità nera negli anni ’60: Cassius Clay – neo campione dei pesi massimi -, Malcom X, Jim Brown e Sam Cooke. Con una vicenda a cavallo fra finzione e realtà – dell’incontro avvenuto in una stanza d’albergo non vi sono testimonianze – il film si aggiudica 4 nomination.

The United States vs. Billie Holiday – con la candidatura ad Andra Day –  accende invece i riflettori sulla vita della cantante jazz, condividendo la tematica con Ma Rainey’s Black Bottom, pellicola nominata in cinque categorie.

Grazie alla nomination a Viola Davis – prima attrice afroamericana a ottenere 4 candidature – e a quella postuma per Chadwick Boseman, quotato come vincitore, il film è già entrato nella storia degli Oscar.

In questa categoria potrebbe rientrare anche Soul. La storia dell’insegnante di scuola media e aspirante musicista jazz si è aggiudicata, oltre alla “canonica” candidatura a film d’animazione, anche quella per il miglior sonoro e per la colonna sonora. Sarebbe stato lo stesso in un’annata con più film usciti in sala?

Pochi blockbuster e tantissimi film indipendenti: i cinema chiusi influenzano anche le nomination agli Oscar.
Chadwick Boseman, Viola Davis e il regista George C. Wolfe sul set di Ma Rainey’s Black Bottom

E, in questo clima di forte inclusività, anche Minari, film indipendente basato sulla storia di una famiglia coreano-americana, riesce a ottenere 6 candidature – anche come miglior film. Inoltre, le candidature di Yuh-Jung Youn  e Steven Yeun completano un quadro della categorie attoriali fra i più multiculturali degli ultimi anni.

Accanto a loro, oltre ai nomi già citati, troviamo infatti Riz Ahmed, di origini pakistane, (Sound of Metal), Leslie Odom Jr. (One night in Miami) e la bulgara Maria Bakalova (Borat – Seguito di film cinema).

Viene dato spazio anche alle tematiche femminili. Promising Young Woman, che narra di una donna che cerca di “scoraggiare” gli uomini a commettere violenze sessuali, si ritaglia un posto impensabile fino a qualche anno fa, arrivando a concorrere anche per la statuetta al miglior film e alla miglior regia.

Non mancano pellicole di grosso richiamo. Il processo ai Chicago 7 e Mank  – entrambi distribuiti da Netflix – dominano infatti le cinquine, con rispettivamente 6 e 10 candidature.  E grandi nomi risuonano anche nelle categorie attoriali: Anthony Hopkins, Gary Oldman, Viola Davis, Frances McDormand, Olivia Colman e Glenn Close.

Nomi che però si disperdono nel ricco panorama composto da giovani generazioni e multiculturalità.

Amanda Seyfried ottiene la sua prima nomination all’Oscar per il ruolo della diva Marion Davies (Mank)

Perché l’altra grande mancanza di questi Oscar, oltre ai blockbuster, sono i film di grande richiamo per il pubblico medio americano, composto da persone appartenenti a una generazione che difficilmente guarda i film in streaming.

Titoli come il western contemporaneo News of the world o Elegia americana – in cui l’assoluta protagonista è un’attrice della “vecchia” generazione”, Glenn Close – non possono infatti avere presa facile sui giovani fruitori delle piattaforme.

E senza un pubblico di “fidelizzati”, senza una campagna pubblicitaria di forte richiamo, senza le sale cinematografiche, sono destinati a perdersi nella enorme offerta streaming. Finendo quindi in categorie per lo più tecniche o attoriali, non portando con sé quella carica di “dibattito” fondamentale per dei premi come gli Oscar, da sempre attenti a far parlare di sé.

La chiusura delle sale cinematografiche, quindi, ha ridisegnato totalmente il panorama contemporaneo. Netflix ottiene il maggior numero di candidature, seguito da Amazon Prime Video (il cui unico titolo di punta è Sound of Metal) e da poche altre piattaforme.

Pochi blockbuster e tantissimi film indipendenti: i cinema chiusi influenzano anche le nomination agli Oscar.
Minari: i candidati all’Oscar Steven Yeun e Yuh-Jung Youn

Queste candidature proposte dall’Academy – che sanciscono un’apertura verso nuovi generi e modi di produzione  – compensano però in parte il duro anno appena trascorso.

Film indipendenti che difficilmente a cinema avrebbero ottenuto una distribuzione, trovano terreno fertile in tutte quelle piattaforme che cercano di ampliare il proprio pubblico attraverso una selezione di titoli che non contempli solamente pellicole mainstream.

I film a basso budget, inoltre, sono da sempre più attenti a tematiche politiche o sociali e, di conseguenza, diventano l’alternativa perfetta ai grandi blockbuster, che non possono ripiegare su una visione più “domestica”.

Non sappiamo se l’Academy abbia voluto “cavalcare” l’onda lunga dei cinema chiusi e il conseguente exploit di film indipendenti per rendere più inclusive le proprie nomination. Quello che è certo è che bisogna aspettare il 25 aprile, per vedere se anche gli effettivi vincitori confermeranno questa tendenza.

Leggi anche: Oscar 2021: ecco tutti i film in gara 

Claudia Silvestri
27 anni, laureata in Lettere moderne alla triennale e in Scienze dello Spettacolo alla magistrale. Di recente ho conseguito un master in Critica giornalistica per lo spettacolo. Guardo di tutto e mi appassiono ad ogni genere, dal film d’autore fino ai cinecomics. Se non sapete dove trovarmi, probabilmente sono in sala a gustarmi un nuovo film.

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