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Il maschio e la femmina – Godard e le contraddizioni di una generazione

Nel 1966 Godard produsse un film, Il maschio e la femmina (Masculin, Feminín il titolo originale) che nei dialoghi esprime tutta la sua potenza; molte scene richiamano l’insondabilità del linguaggio, altre scene la sua potenza, il suo silenzioso turbamento. Le parole che Godard metteva nei suoi film inseguivano sempre la trama di un diario, intimo e impervio.

Dal punto di vista registico, «quindici scene precise» fanno da scansione (il-)logica ad un film che si inserisce nell’essenzialità tipica della struttura cinematografica della Nouvelle Vague.

Paul e Madeleine ne “Il maschio e la femmina”

La pellicola si basa su due racconti ottocenteschi di Guy de Maupassant, La donna di Paul e Le signe, rimodulati personalmente da Godard. Al suo interno si ritrovano riferimenti a icone pop e politiche dell’epoca, come Charles de Gaulle e André Malraux, Brigitte Bardot (che appare in un cameo), James Bond e Bob Dylan.

La tecnica cinematografica è quella tipica godardiana, utilizza cioè prassi narrative discontinue (le didascalie che appaiono a intervalli sullo schermo rimandano a una strategia narrativa adottata più avanti da registi come Gaspar Noé, un’eredità che non dispiace) e ciò fa sì che la storia principale venga spezzata in diversi momenti da svariate sequenze e sottotrame secondarie, non ancorate all’argomento centrale.

Godard ne Il maschio e la femmina mise la sua cinepresa davanti agli attori e, non consegnando loro dei dialoghi preconfezionati, li invitò a essere spontanei e immediati nelle loro battute.

Siamo agli albori, qui, di un cinema d’efficacia più che d’efficienza, in cui la produzione della pellicola serve da veicolo per esprimere una critica personale del regista a un particolare aspetto della realtà umana. D’altronde, come si legge in una delle didascalie del film, «il filosofo e il cineasta hanno in comune un certo modo di essere, una certa visione del mondo, che è quella di una generazione».

Impegno etico e sociale contraddistinguono i microcosmi della Nouvelle Vague. In questo senso Il maschio e la femmina è cinematograficamente pioniere di una critica sociale e antropologica alla cultura che in quegli anni stava prendendo piede in Occidente. Questa critica alla società Godard la chiarirà poi nel film Week End – Una donna e un uomo da sabato a domenica (1967).

 Paul: «Non è la coscienza degli uomini che determina la loro vita, ma le condizioni della loro vita che ne determinano la coscienza».

Jean-Luc Godard sul set de “Il maschio e la femmina” con gli attori Jean-Pierre Léaud (Paul) e Chantal Goya (Madeleine)

Qui, comunque, siamo a Parigi; il focus è su Paul, un giovane ragazzo ventunenne, operaio, che si innamora di Madeleine, una sua affascinante coetanea che collabora come lui in una redazione di una rivista per giovani. La incontra la prima volta in un bar e attacca a parlarle, senza remore. Se ne innamora, cerca di sedurla. Alla fine i due, dopo l’imbarazzo di non riuscire a comunicarsi cosa vogliono l’uno dall’altra, inizieranno un’avventura sentimentale.

La figura di Madeleine è contornata dalla presenza di due amiche, Cathérine e Élisabeth, con le quali sembra esserci un rapporto di cameratismo e confronto. Paul ha invece un solo confidente, Robert, un militante sindacalista, con il quale si sfoga sulle inguaribili tensioni interne che li abitano. Paul è più romantico, più sognatore, Robert più concreto, preso dalla lotta materiale e politica alla società.

Già qui si vede l’impianto narrativo che Godard costruisce: innanzitutto siamo all’interno di una narrazione che procede spesso per triangolazioni, in quanto Paul a volte compare con un’amica di Madeleine, a volte con Madeleine e un’amica, ma soprattutto ci sono Paul, Madeleine e il terzo per eccellenza, la società; in secondo luogo, vediamo la funzione cui assolve il gruppo, la pratica sociale dello stare insieme come mezzo e luogo dello scioglimento intimo di sé stessi.

Gli altri come interlocutori, gli altri come ostetrici di noi stessi. Solo con gli altri possiamo scoprirci.

Il maschio e la femmina
Madeleine e Paul, mentre l’amica Élisabeth li osserva

Il maschio e la femmina è poi un film in cui si possono rintracciare altre due dimensioni, l’una più esplicita e l’altra invece più latente: da un lato traspare una visione sociologica sull’uomo e sulla donna (è questa la dimensione più manifesta), dall’altro troviamo il racconto della relazione che uomo e donna intrattengono dal punto di vista intersoggettivo.

Il tutto si assesta sulle differenze tra il maschile e il femminile (in questo senso il titolo del film in francese è più chiaro).

Non è un film facile, a dirla tutta, innanzitutto perché Godard era un genio (e i geni richiedono di tornarci molte volte sopra per comprenderli), ma poi perché in questo film c’è qualcosa che in realtà accompagna tutta la produzione cinematografica di Godard: la forza reale del sentimento di fronte alle sovrastrutture antropologiche e culturali.

Sociologicamente Godard coglie un uomo e una donna che stanno cambiando: la donna inizia a farsi intraprendente (Madeleine ambisce ad avere successo discografico e vi riesce) e l’uomo inizia a farsi incerto (per questo si mette alla ricerca di una qualche verità, come nel caso di Paul che cambia lavoro e inizia a occuparsi di intervistare le persone su temi sociali e politici); non è una tautologia, è quanto Godard ha cercato di mettere in scena anche in altri film.

In Godard emerge con chiarezza una ricerca ontologica sugli uomini e sulle donne, e sulle loro inevitabili differenze.

Con Godard, ripeto, niente è semplice.

Non lo è perché in questo film si ritrova quella seconda dimensione di cui prima accennavo, quella intersoggettiva: c’è Paul, diviso tra il suo amore per Madeleine e l’impossibilità di possederla come vorrebbe, dilaniato tra il sentimento e l’impegno sociale, e c’è Madeleine, una ragazza che sembra non aver bisogno di niente e che invece ha bisogno di qualcosa di specifico, che forse niente ha a che fare con il destino proletario. L’incontro tra i due è l’incontro tra due giovani e la relazione che ne emerge è fatta di buchi di senso e sfuggenti concordanze.

Ma lungo il film a volte tutto si capovolge, come nella scena in cui, a letto con Paul, mentre lui le tocca il corpo, lei sussurra una poesia: «Amore amore/ solo rifugio dell’anima/ il tuo viso è sopra il mio/ mi togli il fiato se mi sfiori/ l’amore è come il mare aperto/ con grandi onde/ ed è bello quando ti travolge». È una scena, questa, che sovverte la visione di una donna forte, che sembra poter fare a meno di Paul, e che invece si dimostra altrettanto fragile, in balia del desiderio sentimentale e sessuale.

Il sesso nel film c’è, ma come rimando, come allusione altra rispetto al rapporto concreto di Paul e Madeleine. È come un luogo di non-senso, una non-coincidenza filosofica di corpi desideranti che si offrono allo sguardo dello spettatore attraverso un velo, un “non-visto”. Difatti, quale sarebbe la forza della maschera al godimento se, lasciata cadere, ci mostrasse la visione di due corpi che si strisciano addosso i loro sensi?

Ne Il maschio e la femmina si parla di erotica, non di sesso – si parla di entusiasmo dell’incontro, enthūsiasmós (dal greco, col significato di “stato di ispirazione”), di qualcosa di divino (per quanto claudicante) veicolato attraverso i corpi, un processo che li eleva a qualcosa d’altro rispetto a ciò che può raggiungere la sola elaborazione carnale.

Quello di Godard, qui, è anche un primo modesto tentativo di raccontare la complessa armonia di una coppia calata in determinate strutture sociali che li sovrastano, prescindendo da loro. Il suo è un tentativo di mettere profeticamente in luce il malessere interiore della gioventù della metà degli anni sessanta, la quale sarà divisa tra la violenza della Storia e il mito americano del consumismo; dunque una gioventù alle prese con sé stessa e col mondo, con quel mondo, sempre più contraddittorio, che non sembra tenerli in considerazione, se non limitatamente alla necessità di farli diventare produttori di consumo e funzionari di sistema.

Il maschio e la femmina
Paul, Madeleine e Cathérine

Nella frantumazione della trama Godard cerca di radiografare la gioventù di allora senza farne l’apologia (una didascalia, a un certo punto del film, dice che quest’ultima potrebbe essere denominata la generazione de «i figli di Marx e della Coca-Cola»).

Egli tende a favore dei sentimenti piuttosto che a favore dell’omologazione alla società dei consumi, ma di quella generazione rappresenta anche il lato progressista e al tempo involutivo che la caratterizza, l’oblio latente della morte e della violenza, lo spettro abominevole della guerra come mero mezzo di sopraffazione (la guerra del Vietnam, sullo sfondo, sta a rappresentare uno dei fantasmi collettivi di quella generazione).

Sì, tutto questo (e altro), ne Il maschio e la femmina, c’è. Ma questo è anche, in fondo, un film sui giovani e sui loro desideri, sulle loro paure, sulle loro contraddizioni, sui rapporti amorosi e quelli sociali; è un film che prova a raccontare una maniera di stare in solitudine e in compagnia in un’epoca in cui, gradualmente, l’ipocrisia borghese veniva elevata a dignità.

Un film da vedere e rivedere, per coglierci tutto, o invece non troppo – lasciandosi semplicemente stupire dall’ammirazione che si prova nei confronti di quelle opere che non significano sé stesse e basta, ma che rimandano metonimicamente ad altro.

Più in là, al di là, oltre.

È poi questa, in fondo, l’Arte, no?

Paul: «Gennaio, febbraio, marzo: continuavo a sondare le opinioni dei miei concittadini. Perché non si vendono le aspirapolveri? Le piace il formaggio in tubetti? Quali libri legge? Sa cos’è un quadro dirigente? Si interessa di poesia? Va a sciare? Che ne pensa della minigonna? Se è testimone di un incidente come si comporta? Se la sua fidanzata la piantasse per un negro come reagirebbe? Sa cos’è la fame in India? Cos’è, secondo lei, un comunista? Per non avere figli preferisce la pillola o altri mezzi concezionali? Dove abita? Quanto guadagna al mese? Perché le signore borghesi sono più frigide delle operaie? Sa che c’è la guerra fra iracheni e curdi?

Gradualmente, nel corso di quei tre mesi, mi accorsi che la massa di risposte che raccoglievo, invece di riflettere una mentalità collettiva, la tradivano e la deformavano. Alla mia mancanza, anche involontaria, di obiettività, il più delle volte corrispondeva una fatale mancanza di sincerità da parte degli intervistati.

Senza saperlo io li ingannavo, e loro forse ingannavano me. Perché? Perché ben presto i sondaggi e le inchieste dirottano dal loro vero scopo, che è l’osservazione del comportamento, e insidiosamente slittano nella raccolta di giudizi di merito. Così venni a scoprire che ogni domanda fatta a un francese qualunque rilevava, in fin dei conti, un’ideologia ben lontana dalla realtà attuale e solidamente ancorata al passato. Era dunque necessario vigilare, aggrapparsi ai pochi dati che emergevano dal mare delle finzioni.

Filosofo è l’uomo che oppone la sua coscienza all’opinione corrente.

Avere una coscienza vuol dire aprirsi alla realtà del mondo.

Essere fedeli vuol dire comportarsi come se il tempo non esistesse.

La saggezza è soltanto vedere la vita.

Guardare la vita è saggezza».

Leggi anche: Il disprezzo – Il metacinema secondo Jean-Luc Godard

Francesco Saturno
Napoletano, psicologo, venticinquenne. Mi diverto a scrivere.

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