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Sofia Coppola – Racconto di una generazione

Quando nel 1990 Sofia Coppola subisce il giudizio tranchant della critica cinematografica per la sua interpretazione ne Il padrino – Parte III, la diciannovenne figlia del famosissimo Francis non sa ancora quello che diventerà da grande, né tantomeno immagina quanto la sua filmografia sarà fortemente caratterizzata e caratterizzante: probabilmente l’unica certezza che ha in quel momento è quella di non voler assolutamente continuare per quella strada. Eppure il suo faticoso percorso di emancipazione da un cognome così ingombrante è destinato ad attraversare quel mondo della settima arte la cui storia era stata già ampiamente segnata dal padre e che vedrà scritto anche il suo nome quando nel 2003 vincerà l’oscar alla sceneggiatura originale con Lost in Translation e nel 2010 il leone d’oro alla mostra del cinema di Venezia grazie a Somewhere.

Sofia Coppola nasce nel 1971, nel pieno di quella generazione X che si rappresenta in tutta la sua discontinuità rispetto a quella precedente, cresciuta tra il benessere derivante dal mondo costruito dai genitori ma allo stesso tempo da esso schiacciata, con un orizzonte nebuloso in cui si intravede per la prima volta il rischio che il futuro sarà peggiore del passato.

Per capire la poetica dei suoi film bisognerebbe forse partire da qui, perché, in un modo o nell’altro, i suoi personaggi racchiudono tutto il disagio, la noia borghese, lo spaesamento e le incomunicabilità che caratterizzano i figli dei Baby Boomers. Forse è anche per questo che, spesso, la critica cinematografica (e non solo quella) è andata contro parte della sua filmografia.

Sofia Coppola ha scelto di raccontare nel corso degli anni pezzi di se stessa, sia in qualità di figlia privilegiata, sia in virtù dell’appartenenza a un mondo che è cambiato nel pieno della sua adolescenza: era pertanto inevitabile che a tratti risultasse incomprensibile a chi era abituato a certi canoni cinematografici.

Le sorelle Lisbon, Bob e Charlotte, Marie Antoinette, Johnny Marco, personaggi in teoria molto diversi calati in contesti del tutto estranei tra loro si ritrovano così ad avere tantissimi punti in comune rappresentando diverse facce della stessa medaglia: in ognuno di essi emergono infatti un senso di estraniamento e un’incomunicabilità che mette un muro più o meno grande tra loro e ciò che li circonda.

Trip Fontaine: «Nel corso degli anni sono state dette tante cose sulle ragazze, ma non abbiamo mai trovato una risposta. In fondo non importava la loro età, né che fossero ragazze, la sola cosa che contava è che le avevamo amate, e che non ci hanno sentito chiamarle, e ancora non ci sentono che le chiamiamo perché escano dalle loro stanze, dove sono entrate per restare sole per sempre e dove non troveremo mai i pezzi per rimetterle insieme».

Le sorelle Lisbon

Ne Il giardino delle vergini suicide, ad esempio, l’isolamento delle sorelle è la conseguenza di un conflitto inter e intra-generazionale: i pensieri, le aspirazioni, i sogni che le sorelle covano dentro di loro sono custoditi così gelosamente che neppure i loro coetanei sembrano riuscire a decifrarli. Allo stesso modo, la stanza in cui la madre le rinchiude distruggendo i vinili a cui tengono di più mostrano appieno tutta l’incomunicabilità genitori/figli e l’ingabbiamento in stereotipi che rappresentano sicuramente una via più facile rispetto al tentativo di capire le vere cause di un malessere diffuso tra i più giovani.

L’ondata di suicidi che colpisce i giovani viene trattata alla stregua della malattia che falcidia gli alberi della stessa città ed esattamente come accade con il taglio sbrigativo che subiscono le piante, anche le sorelle Lisbon vengono abbandonate con grande leggerezza nella loro prigione dorata in un percorso di crescita che, per chi non è abbastanza forte, porta inevitabilmente all’autodistruzione.

Bob e Charlotte

Bob: «Ce la farai di sicuro, non sono preoccupato per te. Continua a scrivere».
Charlotte: «Ma ho dei limiti».
Bob: «Non è un male!»

Bob e Charlotte sono anch’essi persi nelle loro esistenze: entrambi sono a prima vista degli incompresi a causa del contesto in cui si trovano, lontani da casa, dalle abitudini occidentali, dalla propria lingua madre. In realtà le loro crisi, seppure diverse a causa dell’età e, conseguentemente, delle esperienze vissute, nascono da una disillusione generale; nel caso di Bob c’è la consapevolezza di aver imboccato la curva discendente della propria vita, in Charlotte vediamo invece la paura di un futuro in cui quella discesa appare già drammaticamente vicina nonostante la giovane età e il sentimento che nasce tra loro è proprio frutto dell’essersi trovati in mezzo a quelle incomprensioni.

Con Lost in Translation Sofia Coppola non ci racconta solo una storia d’amore non convenzionale e trae spunto dalla sua vicenda personale: emerge attraverso Charlotte la crisi matrimoniale vissuta con il regista ed ex marito Spike Jonze, la solitudine patita nei viaggi al suo seguito, la sensazione di essersi fermata nel suo percorso di crescita e che abbandonarsi alla noia e all’apatia sia la scelta che riesca meglio ad anestetizzare il male di vivere.

Johnny Marco: «Mi sento uno schifo, sono meno di niente; non sono neanche una persona».

Johnny Marco e la sua Ferrari

Proprio la noia e l’apatia sono le vere, grandi protagoniste di Somewhere. Ancora una volta Coppola ci racconta indirettamente uno spaccato della sua adolescenza chiaramente influenzata dalla presenza/assenza di un padre così famoso. Eppure, il protagonista maschile non rappresenta solo e semplicemente una figura paterna che si muove all’interno dello mondo hollywoodiano: Johnny Marco è infatti un personaggio che incarna, ancora una volta, quegli stereotipi di cinismo, assenza di valori, nichilismo con i quali si era soliti descrivere la sua generazione.

Egli, in qualità di attore in declino che trascorre le sue giornate guidando una Ferrari senza meta apparente e guardando con disinteresse spogliarelli nella sua camera d’albergo, non rappresenta altro che il mondo borghese in cui la regista e i suoi coetanei sono cresciuti, in una ricchezza più o meno grande ereditata dai sacrifici delle generazioni precedenti che nasconde però il disagio di non riuscire a goderne.

La stessa bulimia da ricchezza la ritroviamo in Marie Antoniette: qui la regista compie un processo di decontestualizzazione sulla storia della monarca francese in quanto non è tanto interessata a raccontarne le vicende storiche quanto la quotidianità di corte fatta di opulenza, feste, lustrini, giornate che, come già visto in Somewhere, si ripetono tra la noia e la serenità apparente della protagonista. La paura del futuro e l’inadeguatezza della sua giovane età sono sotto traccia ma emergono in piccoli momenti significativi del film, a sottolineare ancora una volta che dietro quel benessere, quell’apatia e quell’assenza di scopo si nasconde un evidente disagio messo a tacere anziché affrontato direttamente.

Marie Antoinette: «Deludere tante aspettative sarebbe il mio più grande dispiacere».

Marie Antoinette

Oltre alla scrittura dei personaggi, la narrazione di Sofia Coppola sceglie un registro stilistico che spesso privilegia l’immagine a discapito dei dialoghi: il simbolismo è spesso evidente in numerose inquadrature, la fotografia rafforza il messaggio e la scelta delle colonne sonore si incastra delicatamente nel racconto.

L’immagine delle sorelle Lisbon incatenate all’albero da abbattere, i colori spenti di Lost in Translation e quelli vivi di Marie Antoinette, la Ferrari che compie sempre lo stesso giro o lo sguardo assente di Johnny mentre assiste allo spogliarello, l’inquadratura delle converse e la scelta di una colonna sonora fuori dal contesto dell’epoca settecentesca sono tutte soluzioni che contribuiscono a sottolineare le tematiche e i conflitti dei protagonisti.

Sofia Coppola quindi, soprattutto nella prima parte della sua carriera, si mette a nudo portando nei suoi lavori se stessa e il tempo della sua adolescenza, compiendo una denuncia delicata ma evidente. La generazione X, nel suo prime, fu da tutti etichettata come una generazione di transizione: quella “X” stava proprio a significare la mancanza di un’identità sociale ben definita sviluppatasi tra eventi epocali quali la guerra fredda e la conseguente caduta del muro di Berlino, i cui rappresentanti furono accusati di mancanza di valori e affetti, proiettati verso un futuro che appariva sempre più incerto.

Ma in realtà l’operazione della Coppola non sembra essere denigratoria quanto invece empatica: la regista sembra voler mostrare al mondo ciò che si nasconde sotto la punta di quell’iceberg fatto di stereotipi e luoghi comuni che lei e i suoi coetanei hanno dovuto subire. Emerge così una sofferenza fatta di malinconia e arrendevolezza, una paura di non essere in grado di diventare adulti e prendere in mano il proprio mondo. Come nel caso delle sorelle Lisbon, di Bob e Charlotte, di Marie Antoinette e Johnny Marco, sembra che nessuno abbia mai fatto uno sforzo evidente per capirli, comprenderne il disagio, accettare l’idea che il benessere spesso non basta ad ottenere la felicità. Kurt Cobain diceva di non avere il diritto di esprimere la sua opinione finché non aveva tutte le risposte: cercarle è il primo passo da fare per capire Sofia Coppola.

Leggi anche: Somewhere – Anche i ricchi piangono

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