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Bambini con la pistola – Il Manifesto

Bambini con la pistola – Il Manifesto

Giungle di cemento, altipiani metropolitani, cattedrali nel deserto, favelas, sono innumerevoli i nomi inventati per descrivere le periferie metropolitane in giro per il mondo. Tutti detti a mezza bocca, di traforo tra i denti, come una bestemmia in chiesa, con quel tocco di esotismo e borghese disprezzo. Per chi invece quei quartieri li abita e li vive, non è semplice racchiudere tutto in un paio di parole, un’etichetta; la periferia è un cosmo, una civiltà quasi, si potrebbe dire. Ha le proprie regole e le proprie leggi, non sempre affini a quelle dello Stato; ha le proprie figure autoritarie, ras e rais vari che pongono e dispongono a proprio piacimento.

Nella marginalità, quei luoghi hanno anche determinati riti di passaggio e consuetudini. La crescita è un percorso che inizia dannatamente presto, quasi in fasce e forse l’innocenza, il sapore di latte che ritorna nei detti popolari, per chi nasce in periferia è un mito mai esperito. Si nasce con in bocca il sapore del catrame e con i “vasoli” al posto dei Plasmon; diventare adulti è solo una questione di forza e di rispetto, familiare quando si diventa capaci di portare il pane a casa, sociale quando si riesce a non farsi mettere i piedi in testa da nessuno.

Bambini con la pistola, ma non per scelta, più per cruda necessità.

Nel mondo del cinema contemporaneo, quando si parla di contesti periferici, il pensiero corre subito a immaginari seriali, come quelli di Gomorra o di Suburra. La criminalità con il suo alone di romantica disobbedienza, però, puzza di stantio; di narrazione cortigiana, comoda, ma poco veritiera. Savastano, Spadino e compagnia varia regalano solo uno spaccato stereotipato della marginalità di determinati quartieri; serve solo a far sentire migliori i benpensanti, a giustificare campagne repressive a macchia d’olio, a far sognare giovani bulletti in erba.

La realtà è ben diversa, ci racconta storie fatte di monopoli della violenza che si scontrano, senza nessuna via d’uscita per chi vive ai margini. Stato o criminalità organizzata? Poco cambia se l’unica lingua che parlano entrambi è quella della sopraffazione.

Manifesto di una delle maggiori correnti del cinema italiano contemporaneo: i bambini con la pistola e i racconti dei loro spaccati di vita.
Gomorra (2008)

Ma bisogna ammettere che qualcosa si sta muovendo nel panorama italiano; pochi sparuti autori, come capitani coraggiosi, si stanno avventurando sui binari di una narrazione diversa, scevra da romanticismi e più affine alla realtà. Non intesa come semplice verosimiglianza o attinenza a fatti di cronaca spicciola, che poco e male raccontano tutta la complessità delle periferie; piuttosto come la restituzione di uno spaccato di vita, società, quotidianità che metta su pellicola una quantità necessaria, ma mai sufficiente, di categorie per declinare e decostruire reale e immaginario. Storie, scorci di vita, che diano una prospettiva; mostrino la profondità di scelte troppo spesso etichettate in maniera frettolosa e lombrosiana, dal perbenismo dilagante.

A partire da Gomorra di Garrone e Non essere cattivo di Caligari, per arrivare a La terra dell’abbastanza, Selfie, A Ciambra, La paranza dei bambini, Manuel; questi possono essere titoli di riferimento, con la speranza che la lista si allunghi sempre di più. Con la speranza di trovare sempre più voci, che abbiano la voglia e il coraggio di raccontare le storie di ragazze e ragazzi dimenticati in un orfanotrofio sociale; lasciati soli nella fase più delicata della propria vita, il passaggio da bruco a farfalla, senza riti di passaggio o esempi da seguire.

Evitando a tutti i costi il rischio della retorica assolutoria, vuota di qualsiasi profondità concettuale; ma al tempo stesso, smettendo di trattare determinati pezzi di società come capro espiatorio, da sacrificare sull’altare della modernità.

Bisognerebbe imparare a guardare alla periferia con occhi diversi, con una mente aperta e un piglio autocritico. Che immaginario stiamo regalando a questi ragazzi? Che futuro stiamo disegnando? Un futuro di incertezza e sfruttamento, pieno di laureati impiegati nei fast food o nei magazzini della grande distribuzione. Nessuna sorpresa, quindi, che cultura e studio siano strade da evitare; né tanto meno dovrebbe sorprendere il fatto che il lavoro non sia più considerabile come valida opportunità di emancipazione. Il sogno americano di successo e arricchimento è fallito. Restano solo i fantasmi del consumo e della solitudine a infestare la speranza nella marginalità.

Manifesto di una delle maggiori correnti del cinema italiano contemporaneo: i bambini con la pistola e i racconti dei loro spaccati di vita.
La terra dell’abbastanza (2018)

Più che un manifesto, questo vuole essere un appello, una adunanza. Questo documento vuole esprimere il desiderio di far venir fuori una, dieci, mille voci diverse che parlino di “bambini con la pistola”.

Voci di attori, registi, operatori dello spettacolo che nelle periferie hanno vissuto o sono cresciuti; ma anche il pensiero di chi pensa di poter dare una testimonianza diversa, che smonti tutto il castello di luoghi comuni che da sempre ammorbano il mainstream.

Uno spazio interattivo, dove raccogliere spunti e stimoli, dove fare tesoro delle esperienze e del vissuto di tutti e tutte le persone che vorranno accettare la sfida. Con l’obiettivo di disegnare la mappa di un immaginario comune; di gettare le basi di un epos cinematografico e letterario della marginalità. Con l’ambizione di tracciare un solco, dettare un’agenda; dare delle linee guida per conoscere veramente il microcosmo della giungla urbana, senza barriere mentali. E con il sogno di potere, così facendo, dare vita a una strada da percorrere insieme; verso un mondo a misura dei bambini e della loro fantasia, senza quella maledetta pistola.

Leggi anche: Gianfranco Rosi – Manifesto dell’ermetismo documentaristico

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