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L’evoluzione della donna nella Disney

In principio fu Disney. Inutile negarlo: dopo la mamma, è stata probabilmente la presenza più importante della nostra infanzia. I lungometraggi Disney hanno contribuito a fissare nell’immaginario collettivo carismatiche, spassose e (soprattutto) credibili figure di riferimento, grazie a cui trasmettere i più nobili valori a un pubblico davvero vasto e variegato.

In principio fu Disney. Inutile negarlo: dopo la mamma, è stata probabilmente la presenza più importante della nostra infanzia.Non solo eroi e uomini coraggiosi, ma anche fanciulle dal cuore puro, principesse e giovani guerriere: nel corso del tempo, le figure femminili che popolano l’universo Disney hanno conosciuto una lenta ma costante evoluzione, di pari passo con il faticoso processo di emancipazione della donna nel panorama mondiale. Le damigelle (quasi) senza voce e con uno sfondo emotivo poco intrigante sono riuscite, anno dopo anno, cartone dopo cartone, a ritagliarsi un ruolo sempre meno passivo e più propositivo nell’economia della narrazione Disney, discostandosi progressivamente dai sapori maschilisti e paternalistici di cui le prime produzioni erano intrise.

Al principio: principesse bellissime, donne indifese

Biancaneve e i Sette Nani (1937), uno dei più conosciuti lungometraggi Disney, riproduce con estrema fedeltà la condizione tradizionale (poi diventata stereotipo) della donna in società. La protagonista della storia risulta infatti alquanto “addomesticata” nella sua passività: la casa è sporca a causa dei sette uomini che la abitano (i nani), e sta alla fanciulla pulirla per il ritorno degli infaticabili lavoratori. Oltretutto, Biancaneve esorta gli animali ad aiutarla nel compito, mentre intona un’allegra (“serenamente rassegnata”, come cinica rilettura) canzoncina:

Biancaneve: «Provate a fischiettar… vedrete che il lavoro più leggero vi sarà! Cantando prenderò la scopa e dopo un po’ invece di spazzare, di ballar con lei vi sembrerà!».

Il testo del motivetto è poco fraintendibile: pur nella loro innocenza, è chiaro come le parole di Biancaneve sembrino in qualche modo cercare di convincere non solo i suoi teneri aiutanti, ma anche e soprattutto se stessa, che ogni donna dovrebbe essere fiera del proprio ruolo domestico, palesando oltretutto una sorta di “divertito compiacimento” nella situazione.

Ancora, è possibile rintracciare la condizione “subordinata” della protagonista nelle parole di un’altra canzone, Un giorno il mio principe verrà, che di fatto evidenzia la centralità della presenza maschile nella sua vita e la gioia che ne deriverebbe.

Questa indubbia importanza del principe resta sullo sfondo di tutta la narrazione, visto che lo stesso si manifesta “fisicamente” molto poco, non parla, ma è comunque colui che salva la situazione.

Interessante sottolineare come, a fare da contraltare alla figura quasi “angelica” di Biancaneve, ci sia la sua matrigna Grimilde, regina affascinante e perfida, dalla levatura morale pressoché inesistente; ed è altrettanto curioso notare come anche lei sia alla costante ricerca di approvazione e accettazione come “donna più bella del reame” da parte di un’altra figura maschile: lo Specchio delle Brame, a cui spetta il giudizio ultimo basato su insindacabili, quasi dogmatici, parametri.

In principio fu Disney. Inutile negarlo: dopo la mamma, è stata probabilmente la presenza più importante della nostra infanzia.

L’inquadramento della donna in una sfera inerme e inattiva è ampiamente riscontrabile anche ne La bella addormentata nel bosco (1959), il cui schema narrativo non si discosta molto da quello poc’anzi analizzato: la giovane e bella Aurora, infatti, sembra non avere altra ambizione diversa da quella di incontrare, un giorno, il principe col quale coronare il suo sogno d’amore.

A differenza di Biancaneve, la bionda fanciulla esterna i suoi desideri non all’interno delle mura domestica ma nel bel mezzo del bosco, intonando un canto romantico e melodioso:

Aurora: «So chi sei di tutti i miei sogni ogni or sei tu. So chi sei di tutti i miei sogni il dolce oggetto sei tu, anche se nei sogni è tutta illusione e nulla più, il mio cuore sa che nella realtà a me tu verrai e che mi amerai ancor di più».

Letteralmente, sogna a occhi aperti una speranza. La ragazza non è innamorata del principe Filippo (che naturalmente non conosce, né ha mai visto), bensì dell’idea ingenuamente radicata nella sua fantasia. E quando il giovane appare alle sue spalle, è come se quell’idea avesse preso corpo, così i due iniziano a ballare insieme passando da perfetti sconosciuti ad anime gemelle.

Benché, in effetti, la pretesa di sviluppi più lenti e realistici sia abbastanza inverosimile, l’intero svolgimento della sequenza mette in luce la passività di Aurora, che sostanzialmente si limita ad “attirare” il principe, per giunta inconsapevolmente, grazie al suo bel canto.

Un altro aspetto interessante da analizzare a questo proposito: Filippo era il suo promesso già dalla nascita (nonostante lei non sapesse nulla) ed è una casualità che i due si siano innamorati in quel bosco; di fatto, però, la bella Aurora non aveva potere decisionale nella scelta del suo futuro marito.

Infine, uno sguardo alla parte conclusiva: nonostante, in effetti, le tre simpatiche fate salvino e aiutino Filippo contro la spregevole Malefica, esse sono incapaci di destare la principessa dal sonno eterno.

Servirà sempre l’intervento risolutore dell’uomo per giungere all’agognato lieto fine.

Bellezza, ma non solo: il Rinascimento Rosa

Nel 1989, all’alba della stagione passata alla storia come Rinascimento Disney, iniziano a intravedersi i primi cambiamenti nelle protagoniste dei lungometraggi. Ariel de La Sirenetta (1989) mostra un’indole curiosa, ribelle, persino spericolata: ignora costantemente gli avvertimenti di Re Tritone, suo padre, e sfida il pericolo rappresentato dalla superficie del mare, naturale confine con il mondo umano reputato “ostile”.

È lei che, in seguito a una rovinosa tempesta, salva il principe Eric da morte certa, ed è impossibile non sottolineare questa importante differenza con il passato: la ragazza che soccorre l’eroe è una dinamica che rompe i precedenti schemi narrativi utilizzati dalla Disney, spostando l’asse dalla subordinazione femminile alla volontà di emancipazione non solo nel mondo (dall’acqua alla terra, nel caso specifico de La Sirenetta), ma anche rispetto alla propria condizione:

Ariel: «Essere lì, senza un perché, in libertà! Come vorrei poter uscir fuori dall’acqua! Che pagherei per stare un po’ sdraiata al sole! Scommetto che sulla terra le figlie non le sgridano mai…».

Sono, queste, parole inneggianti alla libertà nel senso più ampio del termine: andar dove vuole, fare ciò che più le aggrada, senza alcun tipo di inibizione. Comunque, il personaggio di Ariel è ancora legato al tradizionale canovaccio maschilista, seppur in forma più lieve rispetto al passato: rinuncia al suo corpo e alla sua voce, ovvero ciò che la rendeva davvero libera, pur di raggiungere il suo amato sulla terra (anche se solo per tre giorni).

Ed è sempre Eric a salvarla, uccidendo la malvagia Ursula e portando così la pace nel regno di Atlantica.

Il cambio di rotta (è il caso di dirlo) si compie con Belle, protagonista de La Bella e la Bestia (1991): coraggiosa, determinata e intraprendente, rifiuta ripetutamente il baldanzoso Gaston (desiderato da tutto il paese) preferendo coltivare il suo amore per la lettura.

Anche se, come Biancaneve e Aurora prima di lei, sogna una storia romantica, veicola questo desiderio tramite la passione verso i libri, denotando una forte volontà di emancipazione.

Oltretutto, alla fine delle avventurose vicende raccontate nel cartone, è lei a salvare la Bestia, vittima di una sortilegio che sa di condanna. L’amore raccontato in questo lungometraggio Disney (a parer di chi scrive, uno dei migliori) ha ben poco a che vedere con la bellezza dei corpi: ciò che viene enfatizzato è invece il buon cuore e la nobiltà d’animo, tanto dell’uomo quanto della donna.

In principio fu Disney. Inutile negarlo: dopo la mamma, è stata probabilmente la presenza più importante della nostra infanzia.

Pocahontas (1995) prosegue nel solco ormai vivo dell’evoluzione delle eroine Disney: l’omonima protagonista del lungometraggio è una nativa allegra, rispettosa della natura, testarda e impavida, che non esita ad affrontare i propri sentimenti romantici verso il “viso pallido” John Smith e la propria diffidenza nei riguardi dei “diversi” inglesi.

Trova l’amore, ma non lo sogna, né lo ricerca attivamente.

Nel 1996 vede la luce Il Gobbo di Notre-Dame: il principale personaggio femminile è Esmeralda, bellissima gitana che ha davvero ben poco da invidiare al valore e all’intraprendenza di un uomo. Volenterosa e dall’animo nobile, salva Quasimodo da un’orribile umiliazione, deride pubblicamente il giudice Frollo, tiene testa al capitano Febo, di cui si innamora solo dopo averne appurato altruismo ed eroismo.

Probabilmente, però, è solo con Mulan (1998) che il “tipo” di personaggio femminile si smarca totalmente dai canoni tradizionali.

Per la prima volta, infatti, il pubblico conosce una ragazza non solo intelligente e coraggiosa, ma in grado (letteralmente) di vestire i panni dell’uomo, con più successo degli uomini stessi. La dimensione di Mulan è abbastanza distante dall’amore, in virtù del fatto che la sua storia risulta completamente incentrata sul rispetto verso la famiglia e la parentesi romantica con Li Shang non ha molta rilevanza ai fini della trama e del suo svolgimento (è infatti quasi “relegata” alle sequenze finali).

È questo il lungo cammino che, infine, ha condotto a Tiana (La principessa e il ranocchio, 2009), Merida (Brave, 2012) ed Elsa (Frozen, 2013), icone Disney della contemporaneità, modelli femminili slegati dalla dimensione maschilista, svincolati dal ruolo tradizionale, finalmente liberi di scegliere.

Ormai, la principessa-sfondo è estinta, la fanciulla senza voce non esiste più: le nuove protagoniste appaiono più distaccate dalla ricerca dell’amore “a tutti i costi”, quello che prima rappresentava, letteralmente, una vera e propria ragione di vita (senza il quale l’importanza delle suddette fanciulle nella trama del racconto risultava essere abbastanza relativa).

In principio fu Disney. Inutile negarlo: dopo la mamma, è stata probabilmente la presenza più importante della nostra infanzia.

Ad oggi, le donne che muovono le storie dei lungometraggi Disney sono fortemente (e volutamente) indipendenti, caparbie, in grado di difendersi e di reagire alle situazioni avverse.

Perché, in fondo, se lo scopo di un cartone è quello di veicolare un messaggio, trasmettere valori, creare saldi punti di riferimento nei più giovani, le moderne eroine sembrano dirci proprio questo: il gentil sesso sarà, per l’appunto, gentile, ma guai a pensare che sia debole. Dopotutto, anche la rosa più bella ha spine che possono pungere.

Leggi anche: Mondo Disney & Arte: influenze e citazioni ieri e oggi

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