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Shadows – Cassavetes e l’ombra del cinema moderno

Shadows rappresenta uno dei vertici dello sperimentalismo e della messa in discussione del concetto di cinema negli anni Cinquanta. Diretto da John Cassavetes e girato per due volte, nel 1957 e nel 1959, il film si pone come manifesto del cinema verità americano, attirando a sé una larga schiera di giovani cineasti, i quali, interessati all’essenza di questa pellicola e alla sua messa in scena, sapranno grazie a questa lezione porre le basi del proprio cinema.

Per capire la portata e il peso che l’uscita di questo film ha avuto nella scena cinematografica statunitense e non, dobbiamo considerare quanto negli anni Cinquanta stesse accadendo sia all’interno del discorso artistico ed estetico sia in quello sociale e culturale. Mi sembra opportuno ribadire quanto sia importante analizzare i contesti che hanno visto nascere determinate opere, dato che esse si pongono come riflesso dei primi; e viceversa.

Gli anni Cinquanta sono senza dubbio stati un decennio di spezzatura rispetto ai precedenti, il cinema era già stato colpito nel profondo dagli avvenimenti storici e l’austerità confortante, bonaria e moraleggiante del cinema hollywoodiano era stata messa in discussione dagli approcci europei al cinema; decisamente più complessi.

In Italia il neorealismo aveva minato alla base la grammatica cinematografica, i suoi meccanismi e i suoi risultati. Il cinema, come tutte le arti, conobbe un forte riavvicinamento alla realtà storica. Il filo rosso che lega gli anni subito successivi al secondo conflitto mondiale alle riprese economiche del blocco occidentale negli anni cinquanta è tutt’altro che sottile.

Il cambiamento sociale dato dal brusco arrivo del “benessere”, dall’affollamento delle metropoli, la messa in discussione di determinati valori alla base della vecchia società, non hanno fatto che portare a un vero e proprio scontro generazionale.

Nei titoli di coda i protagonisti sono immortalati durante una tipica serata beat

Il cinema, i romanzi, cominciarono a essere popolati da giovani personaggi che si opponevano al bigottismo sociale, spesso venendo sconfitti. Erano popolati da giovani che credevano in ideali e valori diversi rispetto a quelli dei propri genitori e che in artisti quali Jack Kerouac, Allen Ginsberg, James Dean, Marlon Brando, avevano trovato la propria voce da far sentire come un “urlo” sul mondo.

Uno dei principali e fondamentali concetti che venne messo in discussione fu quello di identità. Questo ci riporta precisamente alla fondamentale opera di Cassavetes.

Il concetto di identità, così come il termine stesso, presenta diverse ambiguità. Tuttavia, è fuori discussione il legame di tale concetto con la proiezione che esso assume su un livello socio-culturale. Gli anni Cinquanta sono stati piuttosto turbolenti negli States, dallo storico rifiuto di Rosa Parks nel 1955 ai primi embrioni di movimenti liberatori per i diritti delle minoranze culturali. Il cinema non fu prontamente recettivo in questo senso, e sarà nel decennio successivo che tale questione verrà maggiormente affrontata, anche in contesti più commerciali.

Shadows si pone invece come antesignano di questa questione, rappresentando in maniera molto sospesa (e per questo sempre tesa) le forti difficoltà riscontrate dalla minoranza afroamericana nell’inserirsi in quella società moderna e globalizzata che si stava venendo a creare. Non è tutto qui però.

La vera genialità del regista sta nella sua capacità di costruire un film che potrebbe essere inteso come una posizione presa a favore (in questo caso) della minoranza afroamericana, quando invece, con l’avanzamento della pellicola e l’evolversi della narrazione, notiamo che il discorso di inserimento sociale comincia a diventare generazionale.

Nessuna distinzione; non era pratica molto diffusa porre al centro delle narrazioni personaggi provenienti da minoranze etniche, eppure Cassevetes non solo li inserisce in Shadows, ma li rende partecipi di un discorso che non tiene conto di alcuna differenza etnica e abbraccia l’umano inteso in maniera assoluta.

Lo scacco del regista sta anche nella sua capacità di essere indifferente ai dettami della grammatica cinematografica che allora, specie negli States, non aveva permesso una grande circolazione o successo del cinema verità o del cinema più vicino all’umano e al contesto che gli ruota attorno; a differenza di quanto invece accadeva in Europa e in Asia.

Shadows non ha una trama vera e propria, è più un concatenarsi frenetico di situazioni. La frenesia che Cassavetes riesce a creare è quella che risuona e viene rispecchiata dai vicoli affollati di una New York che comincia a prendere quelle sembianze di giungla urbana che l’accompagnerà nella storia del cinema.

Basti pensare ai palesi richiami scenografici nella realizzazione voluta da Scorsese della New York degradata e sporca in Taxi Driver e il film di Cassavetes.

Uno dei protagonisti del film (Ben) passeggia in una caotica New York. Scena richiamata da Scorsese con la camminata di Travis Bickle in “Taxi Driver” per una street molto simile.

In questo film non manca nulla di tutto ciò ha caratterizzato gli anni Cinquanta e la loro risonanza a livello artistico: lo stile della beat generation si respira nella perdizione quasi romantica dei protagonisti, nella loro lotta contro l’incomprensione sociale, nel senso di smarrimento di fronte alla vita esorcizzata dai suoni di tromba, dal jazz, dalle festicciole con aggiunta di alcolici e droghe.

Mentre Eisenhower cacciava e metteva al bando i comunisti (tra cui Dalton Trumbo, uno dei migliori sceneggiatori sulla scena) e opprimeva con il moralismo puritano qualsiasi urlo liberatorio generazionale, così come oppresso era stato l’Urlo di Ginsberg, processato per linguaggio osceno nel 1955, Cassavetes ha portato una ventata di novità e innovazione nel cinema.

Girato con una camera a mano da 16mm per le strade di New York, con attori non professionisti e spesso addirittura volontari, con dialoghi per la maggiore improvvisati, Shadows si pone come metodo alternativo di fare cinema rispetto alla quantità smisurata di musical e melodrammi che Hollywood continuava a sfornare.

Shadows
I tre protagonisti principali in un momento di vicinanza e svago dopo una drammatica conversazione.

Sottolineando il tema, sdoganato dagli autori della beat generation, ossia dell’alienazione e del disorientamento emotivo, il film riesce a usare una facile trama nella quale il soggetto pare essere l’impossibilità di un amore interrazziale (nell’America di Eisenhower), come sipario per rappresentare un ben più ampio e desolante spettacolo, nel quale il mondo comincia a frammentarsi, così come l’esperienza e l’identità personale, avvolgendo in una gelida nebbia un’intera generazione di giovani.

Il film è un precursore chiaro di quella strada che prenderà il cinema statunitense nelle sue giovani voci degli anni Sessanta e Settanta e che rappresenterà sempre in maniera più desolante ed estrema la nevrosi di un’intera generazione di disorientati.

A chiusura di Shadows, possiamo leggere la scritta «The film you have just seen was an improvvisation», a sancire la vicinanza con la spontaneità tipicamente jazz e beat; perché solo da una meravigliosa e spontanea improvvisazione si poteva preparare il terreno per la riscoperta dell’umanità.

Leggi anche: Il Laureato – La nuova ondata del cinema americano

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