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Nuovi Sguardi – Guglielmo Brancato: Semaforo Rosso e un giovane dramma esistenziale

Semaforo Rosso è il nuovo film indipendente scritto e diretto dal giovane regista Guglielmo Brancato, al suo esordio in un lungometraggio. Tratta di una delle questioni più antiche di sempre, dalla Grecia antica alla Nouvelle Vague francese: il triangolo amoroso. Ma la storia, semplice solo in apparenza, si declina nell’intreccio creato nella relazione tra i tre personaggi principali.

Protagonista sarà Enea, un ragazzo che esperisce su di sé sensazioni di dubbio e incertezza, poiché le sue convinzioni da studente di fisica, consapevole che “non è vero che nulla si crea e nulla si distrugge”, verranno meno, visto che nel suo caso è già tutto distrutto e non gli resta che prenderne atto. Dunque, restare schiavo o liberarsi? Resistere o accettare?

La troupe, oltre a Guglielmo Brancato, è costituita da promettenti giovani che hanno espresso la necessità di mettere in scena un dramma esistenziale, un dramma dalle pretese universali che, verosimilmente, risulta simile a ciò che noi tutti abbiamo vissuto, stiamo vivendo o vivremo. Le riprese sono iniziate verso fine febbraio in Sicilia, regione che fa da casa sia al film che a (quasi) tutti coloro che ci lavorano. Sul sito ufficiale del progetto (https://semafororosso.com/) potrete trovare più approfondimenti, interviste, foto e spazio per le donazioni.

[alcune tra le parole di Olimpia Peroni, Social Media Manager di Semaforo Rosso]

Semaforo Rosso

Noi de La Settima Arte abbiamo avuto il piacere di intervistare il giovane regista esordiente Guglielmo Brancato, mosso da pura passione cinematografica e artistica, e da un’urgenza espressiva che necessita di esplodere.

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Sei giovanissimo, stai ancora studiando e stai realizzando un lungometraggio, per di più in tempo di pandemia. Oltre a farti i miei complimenti, vorrei chiederti, da dove nasce questa “fretta”? Perché questa necessità che sfida il tempo della tua vita personale e il tempo che stiamo vivendo tutti?

Guglielmo Brancato

Mi permetto di iniziare quest’intervista specificando l’orgoglio che provo nel rispondere alle domande del primo magazine online di cinema che iniziai a seguire agli albori della mia vita social. Sembra quasi si chiudano alcuni grandi cerchi della vita.

Per rispondere alla domanda, la “fretta” di cui tu parli non è altro che spassionato amore per il rischio, infinita passione per il cinema, eterno odio per la procrastinazione. La combinazione di questi tre elementi, congiuntamente a un evento che ha cambiato la mia vita, mi ha spinto a buttarmi in questi tre anni di progetto. La volontà di comunicare qualcosa al mondo è il primo motore di un autore. La forma comunicativa che ho trovato più spontanea e naturale è stata quella cinematografica. Questo linguaggio mi ha costretto ad analizzare profondamente il mio inconscio, a interpretarlo e a padroneggiarlo.

Il film che sto realizzando non è altro che la punta di un iceberg infinitamente grande, dove alla base risiede l’esigenza di sconsacrare un mio dolore, la volontà di riunire tutti gli esseri umani che lo condividono, e il sogno di offrire una spalla di conforto. Dare una forma all’ansia, gestirla, inquadrarla, montarla, mi illude di poterla dominare. Questo per me è il cinema.

Ho sentito il dovere di realizzarla adesso perché è “qui e ora” che le esperienze vissute calano dalle mie braccia, gocciolano sui miei passi e si iniziano a mostrare nella loro pienezza. Il caso ha voluto che il mio primo finanziatore potesse dedicarsi alla ricerca dei fondi adesso; l’attesa giusta ha invece permesso al film di essere prodotto: tutti i ragazzi che volevo nella mia troupe si trovavano al posto giusto nel momento giusto. Cosa avrei dovuto aspettare? Che arrivassero più soldi? Che io avessi alle spalle una serie infinita di cortometraggi? Scegliere di girare a ventitré anni significa scegliere di iniziare a frequentare questo mondo oggi per provare a dominarlo un domani. Significa avere paura, ma imparare a volerla gestire.

L’ultima goccia di paura se n’è andata quando ho incontrato il Maestro Tornatore per le strade di Bologna, in occasione di un evento di presentazione del suo libro. Ricordo testuali parole: «se avete voglia di girare un film, giratelo e basta. Oggi avete a disposizione le migliori tecnologie per poterlo fare. Non aspettate. Prendete la macchina in mano e giratelo. Il prossimo film verrà ancora meglio».

Le sere prima di iniziare ufficialmente la preproduzione, per far scendere la paura, ho iniziato a vedere tutti gli esordi dei grandi maestri del cinema. Un’emozione unica. A partire da Eraserhead di David Lynch per arrivare a Following di Cristopher Nolan. È stato incredibilmente stimolante leggere i loro film e individuare gli “errori” di produzione, di postproduzione, notare i caratteri distintivi che li avrebbero resi maestri del loro mestiere, apprezzare ancor di più il livello del prodotto incrociandolo con il budget di produzione. Il Cinema è un luogo per me molto più religioso di una Chiesa, e in tempo di Covid è stato il rifugio migliore dove annidare le mie incertezze e i miei dolori.

Quanto di autobiografico risiede tacitamente in Semaforo rosso? Quanto, secondo te, è importante per un autore parlare di sé, direttamente o indirettamente, nel cinema? Tu, regista e sceneggiatore al proprio esordio cinematografico, come ti rapporti rispetto a questo?

Guglielmo Brancato

In Semaforo Rosso risiede ogni parte di me. Mi piace tantissimo paragonare la scrittura di una sceneggiatura al movimento di un’anima nell’Iperuranio. L’anima di un uomo inizia da una parola, già imperfetta nella sua materialità, per iniziare un lento, ma intenso, processo di discesa dal mondo perfetto delle idee al mondo imperfetto delle “cose”. Un film è un oggetto: una sequenza di immagini e suoni combinati grazie all’artificio umano. La sua materializzazione lo rende platonicamente imperfetto. Questo processo creativo è tanto umano quanto divino. Esso ne permette la comunicazione con il mondo esterno, ne diffonde l’energia intrinsecamente contenuta, inizialmente, in quella parola da cui tutto è iniziato.

La sua lavorazione rappresenta proprio questo passaggio. Quando ciò avviene con precisione e cura del dettaglio, la proiezione del film corrisponde al ritorno di quella cosa al suo mondo delle idee. Il film si eleva, da oggetto a idea, per rimanere per sempre incastonato tra le pareti di una parete di casa. Finito questo mistico giro di parole, Semaforo Rosso non può che essere completamente autobiografico. Io sono ognuno di quei personaggi, ognuna di quelle parole. Da Enea a Maria, da Nadia all’anziano con cui dialogherà Enea. Non voglio domandarmi quanto sia importante o meno parlare di sé perché credo sia deleterio farlo. Voglio che la mia emotività possa esprimersi in maniera totalmente libera, senza freni o filtri.

Credo nel cinema d’autore, nelle opere artigianali, dove ogni difetto è frutto della mia mano. Credo anche nella citazione di Scorsese, cioè che quando si racconta qualcosa di profondamente intimo, in realtà si racconta qualcosa di universale. Ogni uomo prova nostalgia, tristezza, felicità, desiderio, amore, odio. Sviscerare queste emozioni ti avvicina all’uomo. Fare cinema significa compiere un gesto di piena Umanità.

Guglielmo Brancato
Guglielmo Brancato

Se ti costringessi a dirmi tre figure, reali o immaginarie, vive o morte, che hanno più influenzato la tua opera, quali nomineresti?

Guglielmo Brancato

I maestri a cui mi ispiro per questo progetto sono Lars Von Trier, in particolare per la struttura narrativa di Nymphomaniac, Malick e il suo amato Lubetzki per l’uso del grandangolo e della mdp, e Noah Baumbach per l’interpretazione dei suoi personaggi in Storia di un matrimonio. I primi due sono autori che hanno segnato, con tutta la loro filmografia, il mio modo di vedere la quotidianità. La loro macchina da presa mostra tutta la zavorra a cui la vita deve ancorarsi per non volare tra i mari della superficialità. A loro devo la mia grande passione per la mano libera e il dolce sapore della lacerazione emotiva: vedere un loro film significa aprire il cuore, mostrare ogni dolore e lasciare che ne percepisca la soddisfazione d’essere compreso per due ore o poco più.

Storia di un matrimonio mi ha colpito dritto allo stomaco, perché racconta il dolore che si vive quando si spezza un legame, mostra come quella scissione possa trasformarsi in un nuovo elemento di legame. Adam Driver e Scarlett Johansson hanno pienamente accolto quella sofferenza, incarnandola e mostrandola con naturalezza di fronte gli occhi del mondo. La classe con cui Baumbach ha dosato i momenti di leggerezza con i momenti di estremo dolore ha fatto sì che un ragazzo di appena vent’anni lo scegliesse come punto di riferimento.

In questo momento sei nel bel mezzo delle riprese. Raccontaci.

Guglielmo Brancato

Mentre scrivo siamo a quasi metà della produzione. La zona rossa è alle porte, e noi stiamo premendo sugli acceleratori per evitare fretta ed errori nella seconda fase. Non riesco ancora a guardarmi indietro, ma credo di avere imparato già tantissime lezioni che nessuno avrebbe mai potuto trasmettermi. È davvero meraviglioso parlare in termini sempre filosofici e poetici del cinema, ma la verità è che esso, prima di ogni cosa, è un lavoro a tutti gli effetti. Bisogna svegliarsi prestissimo la mattina, rispondere a milioni di domande ogni giorno da tutti i reparti, risolvere problemi e imprevisti nel giro di qualche secondo, immaginare costantemente il montaggio finale, gestire le risorse umane e avere continuamente a che fare con pareri e opinioni altrui.

Personalmente mi sto occupando anche di montare. Ogni giorno a fine riprese vado a casa e creo un premontato giornaliero, per avere pieno controllo e cognizione di causa di cosa è successo sul set. Montare è un’attività complementare alla regia, e credo sia imprescindibile ai fini creativi. Inizialmente il montatore non sarei dovuto essere io: oggi ringrazio il destino perché acquisisco davvero consapevolezza di tante cose.

Stare sul set del proprio film, con un budget di circa 20.000 euro, significa razionare ogni euro, programmare con anticipo, essere a conoscenza di ogni rischio. La troupe che sta permettendo la realizzazione di questo sogno è composta mediamente da ventenni alle prime armi, fatta qualche eccezione. Credo follemente in ognuno di loro, dall’aiuto regia al runner, il mio desiderio più grande è permettere a tutti loro di fare la spesa, un domani, lavorando nel cinema, lavorando tutti insieme. Si respira un’aria sempre più familiare, e i problemi vengono risolti con un’abilità sempre crescente.

Se potessi, regalerei a ogni elemento della mia troupe ogni ricchezza, ma per adesso dobbiamo accontentarci di condividere l’aria, qualche rimprovero e molti momenti di leggerezza. Gli attori che ho scelto ci stanno regalando l’emozione del pathos: in ogni loro sforzo avverto la pienezza della loro caparbietà. Federica, Paolo, Cecilia, Andrea, Cesare, Danil e Miriam sono tutti attori davvero in gamba; in loro vedo i professionisti del domani. Persone che sanno dedicare anima e corpo all’emozione, e non per mero spirito di popolarità, ma per puro attaccamento alla vita.

Non posso non citare e ringraziare tutti i donatori del film, che grazie ad Alessio Calestani e tutta l’equipe di Arte Atelier, hanno permesso la realizzazione di questo sogno. Credere nel proprio sogno è il primo passo per realizzarlo. Trovare il modo per farcela significa avere la fortuna di incontrare persone che conoscono l’Arte nella sua forma più intima, e Alessio è certamente uno dei privilegiati.

Leggi anche: Nuovi Sguardi – Gianluca Parisi: Anno Zero e la necessità di un cambiamento

Tommaso Paris
“-Dio è morto, Marx è morto, e io mi sento poco bene- (Woody Allen). 23 anni, studio filosofia a Bologna, ma provengo dai monti. Filosofia e Cinema, essenzialmente le due ragioni per cui mi alzo la mattina.”

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