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WandaVision – La rimozione metatestuale del lutto

WandaVision ha saputo convincere pubblico e critica grazie al suo sguardo metatestuale sulla televisione, ma ciò che colpisce di questo nuovo capitolo MCU è la capacità di saper raccontare, nascosta sotto l’action e gli effetti visivi, l’incapacità di accettare la perdita e la rimozione del lutto; tematiche che permeano il racconto e che si riflettono, inevitabilmente, anche sulla forma dell’opera.

Questo ultimo altisonante gioiello Marvel si regge su molti degli elementi strutturali tipici dell’MCU, ma ha il fascinoso merito di non palesarli come ovvi, di lasciarli provvisoriamente da parte e di asservirli alla vicenda umana.

In questo senso, WandaVision è il racconto di un dolore e della sua elaborazione mancata, dell’affollata solitudine della sua protagonista e della sua sofferenza, camuffata dall’apparato di intrattenimento e dal citazionismo televisivo. 

Wandavision, nuovo prodotto Marvel, è una sorprendente opera metatestuale che indaga la rimozione di un lutto.
Wanda (Elizabeth Olsen) e Visione (Paul Bettany)

Se si guarda oltre la superficie più chiassosa da cinecomic, la vicenda umana di Wanda ha al suo centro la rimozione di una perdita, la recalcitrante negazione di un’evidenza inaccettabile, attuata attraverso la creazione di un universo felice quanto illusorio, che perpetua all’infinito il suo sogno di vita con Vision.

Per questo motivo, WandaVision è una storia di supereroi col nucleo di un dramma esistenzialista che ammicca ad archetipi letterari universali e che individua nella vita borghese più tipizzata la salvezza, la pace, la soluzione apparente. 

La linearità rassicurante del racconto televisivo è la più immediata soluzione a quella voragine interna e all’urgenza di colmarla con tutto ciò che ci passa sotto mano. Scopriamo, sul finire della serie, la stretta connessione che, nella vita di Wanda, hanno avuto trauma e oggetto-televisione, la vita nella sua più tragica verità e la sua più confortante idealizzazione.

Come se la protagonista avesse trovato un continuo conforto in quel vasto bestiario di tipi famigliari che è la sit-com televisiva, tanto accogliente quanto istituzionalizzata. Che cos’è, in fondo, la televisione, se non un divulgatore di modelli pero-ordinati e, al contempo, un mezzo di distrazione (e rimozione) di massa? 

Wandavision, nuovo prodotto Marvel, è una sorprendente opera metatestuale che indaga la rimozione di un lutto.
Wanda e Visione entrano nella loro nuova casa

Questa proiezione di vita necessaria e dolorosa assume, tramite il mezzo televisivo, il carattere metatestuale che rende WandaVision una serie che va oltre sé stessa.

Plasmando a suo piacimento la sua realtà, Wanda arriva a influenzare il costrutto seriale, a deciderne il formato video, i colori, gli stacchi e i raccordi. Le molteplici citazioni delle sit-com (su tutte: The Dick Van Dycke Show, Vita da Strega, Malcolm, Modern Family) sono la trasposizione formale sull’oggetto serie del conflitto interiore di Wanda.

Una negazione della verità che non potrà che sgretolarsi, episodio dopo episodio, lasciando che la diegesi più ordinaria (quella del mondo fuori, della S.W.O.R.D. e dell’FBI) irrompa nella storia fittizia che Wanda ha creato al suo interno. 

Ecco che la metatestualità è il grande punto di forza di questa serie, non tanto nel suo carattere analitico e nel suo citazionismo ammiccante che invita lo spettatore a rimanere sintonizzato, quanto nel suo rendere forma al dramma intimo della protagonista e farlo oggetto obliquo tra racconto e storia raccontata.

Come se il dolore e l’incapacità di attraversarlo fossero la reale fonte di quello sfasamento di piani di realtà che caratterizza tutta la serie. Il rifiuto del dolore di Wanda è, dunque, il vero elemento metatestuale originario della serie. 

Wandavision, nuovo prodotto Marvel, è una sorprendente opera metatestuale che indaga la rimozione di un lutto.
Wanda (Elizabeth Olsen)

Guardiamo le allegre vicende della comedy e ci divertiamo lasciandoci ingannare da Wanda. Successivamente, anche l’astrofisica Darcy Lewis lo fa con noi – eppure stiamo guardando anche lei, siamo anche spettatori suoi. Il mondo fuori da Westiview arriva a dare una spiegazione al folle piano della protagonista, conferisce un’identità a quella doppia finzione, attestandola come cornice narrativa interna.

Proprio questa attestazione, il palesare la narrazione fruita fino a quel punto come anomalia creata da Wanda, mette in chiaro come sotto le risate registrate si nasconda un dramma. È in quel momento che il tragico, ingloba il comico come suo sintomo, sua superficie isterica e apparente. Una messa in abisso finzionale, una fiction nella fiction, che è sì un grande incantesimo paranormale, ma anche un procedimento tipico del soggetto letterario alienato. 

Wandavision, nuovo prodotto Marvel, è una sorprendente opera metatestuale che indaga la rimozione di un lutto.
Darcy Lewis guarda WandaVision

I superpoteri di Wanda non sono più le attestazioni di un eroismo, gli assi nella manica da sfoderare contro un antagonista che minaccia la pace del mondo, il documento di identità di un eroe Marvel, anzi.

In WandaVision, la telepatia e la telecinesi vengono rivolte contro un antagonista solo nel momento in cui la gabbia dorata della protagonista è minacciata e la rimozione del suo lutto è impedita. Fino ad allora, sono superpoteri concavi, centripeti, garanzie di isolamento e separazione quasi allucinatorie invece che armi di assalto alla forza del male.

È in questo modo che Wanda diventa sia antieroina, nel perseguire il suo obiettivo in modo moralmente deprecabile, che anti-supereroina, nel suo abbandonare la sua vita precedente e ricercare uno status quo di persona comune, normodotata.

Così come la televisione chiacchiera sopra le nostre angosce, il rifugiarsi nell’anonima vita della borghesia di provincia seda le ferite e nasconde la polvere sotto il tappeto. Quella della protagonista di WandaVision è un tipo di rimozione del lutto che ricorda la Casa di Bambola di Ibsen, non tanto per l’assoggettamento a un modello di vita patriarcale e oppressivo, quanto per il rifugiarsi negli oggetti, nella materialità delle apparenze, per ingannarsi riguardo all’assenza di consapevolezza sulla propria vita.

Fuori dalla barriera dimensionale di Westview, però, c’è il mondo reale, Vision è solo un’accozzaglia di pezzi di ricambio e quella casa così accogliente non è altro che una planimetria vuota in un desolante paesino di provincia.

Wandavision, nuovo prodotto Marvel, è una sorprendente opera metatestuale che indaga la rimozione di un lutto.
Wanda e Agnes

Quella dell’anomalia è una vita di cui Wanda si illude di avere il controllo, di possedere il telecomando: può cambiare i colori, spostare gli oggetti dove più le piace, aggiornarli a seconda delle epoche, tagliare il prato, pulire il vialetto e salutare la vicina di casa, che come in ogni dinamica di quartiere che si rispetti, in realtà la odia.

Questa bugia profonda e terribile ha il qui e ora impossibile del desiderio, le delimitazioni inespugnabili dell’ossessione. È una virtual reality emotiva in cui solo Wanda può decidere se scollegare il visore. 

La grande Bibbia cronologica del Marvel Cinematic Universe esce inevitabilmente arricchita da questo nuovo tassello seriale. Non tanto per gli ammiccamenti al pop dell’immaginario televisivo, quanto per la capacità di farli interagire con una caratterizzazione profonda del personaggio di Wanda, che risulta convincente e rotonda nella sua furia.

Alla fine, come l’industria e la storia Marvel impongono, tutto questo è stato il prodromo di una nuova scoperta identitaria, Scarlet Witch, e non poteva essere più credibile, lecita, motivata proprio da quegli inferi emotivi che Wanda è costretta ad attraversare e accettare. 

Wandavision, nuovo prodotto Marvel, è una sorprendente opera metatestuale che indaga la rimozione di un lutto.
Wanda e Vision durante la cena con i Davies.

In fondo, già nel primo episodio, un presagio inquietante quanto cristallino ci aveva avvertiti su quello a cui andavamo incontro. La vita della famigliola americana anni ’50 procedeva liscia e immemore, leggera e indistinguibile. È bastata una serie di semplici domande, rivolte dal capo di Vision, il signor Davis, durante la sequenza della cena. «Yes, what exactly is your story?» «Why did you come here?»: da dove vengono Wanda e Vision? Cosa c’è prima dell’esordio in medias res? Parafrasando: quale è la realtà, in quale livello narrativo siamo?

A quel punto il cielo di carta della comedy si squarcia, Wanda perde il controllo sui suoi burattini e un boccone si incastra nell’esofago del signor Davis. La moglie del capo ripete come un automa in tilt: «Oh, Arthur, stop it!» come se rischiare di soffocarsi con la cena fosse decisione sua. Continua a ripeterlo con uno stoico sorriso sulla bocca, che a poco a poco, si trasforma in una smorfia di dolore.

In questa sequenza, c’è tutta WandaVision: la rimozione del lutto come dato tragico sotto il velo dell’abitudine, la drammatica verità che si nasconde nei nostri rituali, l’amore che abbiamo perduto e che vive solo nella nostra testa. 

Leggi anche: WandaVision – Un portale per la Fase 4

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