Home Cinebattiamo Sull'amore tra Sonny e Leon in Dog Day Afternoon

Sull’amore tra Sonny e Leon in Dog Day Afternoon

Sonny Wortzik è un personaggio romantico, nell’accezione più pura che si possa assegnare a questo termine. Perché non è romantico solo regalare rose, scrivere poesie o passare le mani tra i capelli di chi si ama; può essere parimenti romantica l’azione, il trarre semplici conclusioni dalle necessità della persona che si ha accanto, senza tuttavia sacrificarla, anzi, sacrificandosi per lei, come gli eroi della letteratura antica, ma senza quell’etica che ne faceva da sottofondo.

In Dog Day Afternoon (1975) di Sidney Lumet, l’amore arriva a quel livello. Parliamo dell’amore di un folle lucido, di Sonny, colui che è stato vittima della propria nazione per via della guerra in Vietnam, che gli ha provocato un’evidente forma di psicosi, e che proprio alla sua nazione vuole tendere una beffa, inizialmente solo accennata, poi involontariamente eroica, e ancora quasi (e questo “quasi” conta più di tutto) perfetta.

Sonny (Al Pacino) e Sal (John Cazale) in “Dog Day Afternoon” (Sidney Lumet, 1975)

Il cult di Lumet è l’adattamento di una storia vera avvenuta qualche anno prima, quando due uomini tentarono una rapina che si rivelò un fiasco, perché in quel momento la banca disponeva di pochissima liquidità, ma una rapina trasformatasi lentamente in un atto di resistenza civile del cittadino contro l’autorità. Un cittadino non di certo neutro, bensì connotato da una serie di tratti che fiondano Sonny tra gli sfortunati, le minoranze, gli eroi quotidiani che resteranno sempre nell’anonimato.

L’epicità del protagonista deriva proprio dalla sua mancanza di epica.

Infatti, Sonny si afferma per privazioni: la mancanza di denaro trasforma la rapina in un sequestro, la sua costante improvvisazione porta a un piano molto ben architettato, la sua trasparenza quasi ingenua diventa ciò di cui la folla si innamora. Era di una scheggia impazzita che il popolo aveva bisogno dopo il Vietnam, non più di ordine. La divisa era diventata (ed è ancora) un triste sinonimo di violenza e soprusi.

Quello, in molti paesi occidentali, fu il decennio in cui non ci si poteva più esimere dal mostrare tutto questo; da noi ci pensò Elio Petri con uno dei manifesti degli anni di piombo, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), un film che con Dog Day Afternoon ha più di un’assonanza; speriamo di poterle esporre in un articolo futuro.

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La protesta di Sonny contro le forze dell’ordine, con il famoso coro “Attica!”

Ma perché Sonny rapina una banca? Principalmente lo fa proprio perché è un eroe romantico.

Nonostante una moglie e un figlio, ai quali tiene, ma non così tanto, Sonny ha anche preso in moglie Leon (Chris Sarandon), che si definisce una donna intrappolata nel corpo di un uomo, un fatto che – caso strano – scatena la risata di qualche agente. Questa disforia di genere ha portato Leon a desiderare l’intervento per la riassegnazione sessuale, in modo da potersi finalmente sentire se stessa. La rapina di Sonny serve a questo, per permettere a Leon di poter realizzare il proprio sogno.

Non è obiettivo di Sonny uccidere qualcuno, non c’è alcun atteggiamento violento o estremo che ci faccia preoccupare per la salute degli ostaggi. Anzi, questi, dopo le prime ore di normale tensione, si trovano sempre più a loro agio all’interno della banca occupata dai rapinatori, forse anche perché, in fin dei conti, ne comprendono e sostengono le azioni.

È invece il compare di Sonny, Sal (l’indimenticabile John Cazale), a destare qualche preoccupazione, la sua forma di alterazione post-bellica lo rende più cattivo e assetato di sangue, anche se la profonda bontà del suo amico lo riporta sempre in una situazione di serenità.

Leon (Chris Sarandon) mentre parla al telefono con Sonny

Sonny è un eroe per gli outsider in un momento nel quale, probabilmente, c’erano più anime escluse che incluse dalla società occidentale.

La scelta di trascorrere Quel pomeriggio di un giorno da cani (1975) non è solo legata ai soldi, è legata soprattutto all’amore. Amore che si fa naturalmente pulsione di morte, che si fa rischio, che brilla in mezzo alla follia nell’assurdo sguardo di quel fuoriclasse che è Al Pacino, riempiendo di colore un contesto che altrimenti resterebbe monocromo, tinto di quel blu fastidioso e infido indossato da coloro che stanno fuori dalla banca, in cui si riflette il vizio del sadismo umano, incarnato dai protettori armati, dai quali nessuno mai ci protegge.

Allora, è proprio l’amore a spingere Sonny oltre se stesso, a renderlo paladino, eroe, contrattatore abile e sempre munito di un fazzoletto bianco che di per sé ne testimonia le profonde intenzioni. Il protagonista sembra l’unico a provare vero amore, e la misura con cui lo prova echeggia nel suo continuo pronunciare una frase: “I’m dying, I’m dying here”.

Se a noi mostra una bontà quasi dimenticata, chissà quale meravigliosa parte di lui avrà conosciuto Leon, che ne ha scovato anche la follia e il temperamento nevrotico, tanto da non volerlo mai più vedere.

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Sonny mentre parla al telefono con Leon

Ciò che resta del loro amore – che in quanto amore si porta dietro costantemente un minaccioso alone di morte – è visibile nella meravigliosa telefonata che li mette in contatto. Sonny è chiuso in una banca da tante ore, è sudato, stanco, sfibrato; Leon ha una linea diretta con lui da un barbiere posto dall’altra parte della strada, è sconvolta e spossata dal modo con cui è stata portata via dall’ospedale in cui era ricoverata per tentato suicidio.

Se qualcuno brama la propria morte – nella quale risuona sempre una deforme eco di amore – è arrivato fino al limite. Sonny ha tentato di rapinare una banca perché quel limite non venisse valicato, Sonny l’ha fatto per Leon, per Leon e basta. Nella loro telefonata intravediamo cosa lega i due, ed è qualcosa che va ben oltre la materia terrena, che forse va anche oltre la morte, e che di certo surclassa il denaro.

A quel punto, nella lucida follia di Sonny, vale la pena armarsi e rapinare una banca. La vera sfida è dargli torto.

Leggi anche: Cold War tra Eros e Thanatos – La necessità di un amore impossibile

Matteo Melis
"Il segno è qualcosa che sta per qualcuno al posto di qualcos'altro, sotto certi aspetti o capacità" (C. Sanders Peirce)

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