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Taxi Driver tra Sartre e Camus – Nausea, alienazione e rivolta

Martin Scorsese e Paul Schrader in Taxi Driver (1976) mettono in scena un progetto ambizioso: offrire un ritratto dell’alienazione che affligge l’uomo contemporaneo, ospite indesiderato di una società in cui i valori dell’individualismo e dell’affermazione del singolo si tramutano in un egoismo senza speranza, lasciando affogare coloro che non riescono a restare a galla. Spaesato dinnanzi all’incubo nel quale si è tramutato il sogno americano, Travis Bickle assurge a portavoce del sentimento di solitudine ed estraneità che attanaglia l’uomo dell’era tecnologica, ridotto a oggetto e strappato alla propria autenticità.

Travis: «La solitudine mi ha perseguitato per tutta la vita, dappertutto. Nei bar, in macchina, per la strada, nei negozi, dappertutto. Non c’è scampo: sono nato per essere solo».

Condannato a convivere con i demoni che annidano la sua psiche, il protagonista di Taxi Driver tenta senza successo di evadere dall’eterna afflizione che lo pervade. Di ritorno dal Vietnam, si ritrova catapultato in una società che lo tratta come uno scarto, anzi, che non lo considera affatto. Lo spasmodico desiderio di eludere la straziante monotonia che scandisce la sua esistenza lo induce così a tenersi costantemente impegnato, osservando le strade di New York che pullulano degli animali più strani al calar della notte o guardando film pornografici in sale semi-deserte.

Travis al cinema

L’alienazione che Travis sperimenta tanto verso il mondo esterno quanto verso la propria interiorità manifesta emblematicamente come Taxi Driver si configuri a film esistenzialista, che porta sulla scena il disagio psichico di un uomo afflitto da una profonda indifferenza e inettitudine vitale. Non a caso, lo sceneggiatore, Paul Schrader, ha dichiarato di essersi ispirato nell’ideazione di questo sublime capolavoro a La nausea di Jean-Paul Sartre e a Lo straniero di Albert Camus.

La nausea

Il malessere esistenziale di Travis ricorda, in effetti, precisamente quel sentimento di nausea che pervade Antoine Roquentin. Il protagonista del romanzo di Sartre si aggira per le strade di Bouville, assurta a suo inferno personale, sentendosi prigioniero di una radicale alienazione, tanto verso se stesso quanto verso la realtà che lo circonda.

«La Nausea non è in me: io la sento laggiù sul muro, sulle bretelle, dappertutto attorno a me. Fa tutt’uno col caffè, son io che sono in essa».

(Jean-Paul Sartre, “La nausea“)

Allo stesso modo, Travis si perde nella giungla urbana della Grande Mela in cerca di uno scopo che possa dare un senso alla sua esistenza. In un mondo che non li vuole più, i due si rifugiano così nostalgicamente nel monologo interiore e nella scrittura, scongiurando il più possibile il dialogo con il mondo esterno.

Schrader e Scorsese con Taxi Driver realizzano un film profondamente esistenzialista, ispirato a La nausea di Sartre e Lo straniero di Camus.
Travis scruta i suoi passeggeri dallo specchietto retrovisore

I due personaggi, divenuti ormai simbolo indiscusso delle ambiguità e delle nevrosi della civiltà occidentale, portano tematicamente a espressione quell’estraneità non solo spaziale – nei confronti di un ambiente, di una società che si percepisce come artefatta, lontana dalla realtà più sincera ma soprattutto temporale. Incapaci di vivere nel presente, si rifugiano nei ricordi di un passato sbiadito dal tempo, edulcorato e rimaneggiato dalle abili mani della fantasia, così come nelle speranze in un futuro costantemente rimandato. La loro vita si disperde in una banale lista di fatti frivoli, in una monotonia esasperante in cui gli istanti scorrono come sabbia tra le dita, aprendo le porte all’inevitabilità della fine.

Amore, masochismo e sadismo

In un orizzonte dominato dal non-senso l’unica possibilità di salvezza sembra dunque essere l’amore. Travis rinviene, infatti, nella solitudine di Betsy, dal volto angelico e i capelli color oro, il segno di una fratellanza segreta.

Travis: «Lui per lei era un estraneo e io no, e l’ho capito subito».

La donna angelo, avvolta da un alone mistico ed etereo, appare fin da subito ai suoi occhi come un’anima affine capace di scalfirlo nel profondo. Gli istanti che i due condividono sono gli unici in cui Travis si sente sollevato dal peso dell’esistenza; eppure, come illustra Jean-Paul Sartre ne L’essere e il nulla, le relazioni amorose, e più in generale le relazioni sociali, rivelano ben presto il loro carattere fallimentare, essendo possibili unicamente in un orizzonte di sado-masochismo.

La parabola predetta dal filosofo francese non si avvera, dunque, solo ne La nausea, dove Antoine perde l’amata Anny, ma prende vita anche nel dramma messo in scena da Schrader e Scorsese.

Il destino fallimentare dell’amore affonda le sue radici nella modalità principale con la quale ci rivolgiamo all’altro: lo sguardo. E Taxi Driver, in fondo, è anche un film sullo sguardo.

Travis guarda Betsy dallo specchietto retrovisore

Le immagini di New York si riflettono sullo schermo attraverso lo specchietto retrovisore con cui Travis scruta i suoi passeggeri che, come disturbate divinità, danno sfoggio delle loro perversioni sul sedile posteriore.

Lo sguardo rappresenta per Sartre la possibilità di far valere la propria soggettività, ma al tempo stesso di essere ridotto a oggetto da parte dell’altro. Amare per Sartre è voler essere amati, sentirsi giustificati a esistere, e questo fa sì che l’amore prenda la forma di una dialettica incessante, votata inevitabilmente all’autodistruzione, poiché ciascuno vuole essere per l’altro soggetto dell’amore e conservare così la propria libertà, ma vive nella continua incertezza di sprofondare a oggetto tra gli altri. L’amante e l’amata non possono ambedue essere soggetti, eppure ciascuno:

«Vuole essere l’oggetto nel quale la libertà dell’altro accetta di perdersi».

(J. P. Sartre, “L’essere e il nulla“)

L’amore trova così inesorabilmente di fronte a sé un aut-aut ineluttabile: o decade in sadismo o si tramuta in masochismo. Precisamente questa è la sorte riservata tanto ad Antoine e Anny, quanto a Travis e Betsy. Se sono gli amanti i primi a essere abbandonati decadendo nella loro oggettività, dopo essersi fatti carico dell’assurdità dell’esistenza, i due non si lasciano più tangere dallo sguardo altrui, rivendicando pienamente la loro soggettività nel loro ultimo incontro con le donne amate.

Nel finale di Taxi Driver, infatti, Travis nega Betsy, la quale, dopo averlo oggettivato, ridotto a nullità, torna a considerarlo nella sua soggettività solo dopo che i giornali l’hanno acclamato a eroe. Travis, tuttavia, è lontano da una tale ipocrisia. Betsy, da essere soggetta al suo amore, diviene oggetto della sua repulsione, poiché non fa altro che incarnare quella freddezza e insensibilità che la rende uguale a tutti gli altri. Così, quando lei cerca un dialogo, lui, con uno sguardo fugace, non fa altro che nullificare la sua identità e libertà, abbandonandola a se stessa, ripagandola così con la stessa moneta.

La rivolta

Una sostanziale differenza separa, tuttavia, il destino dei due protagonisti. Antoine è un personaggio asociale e apolitico che, resosi conto della mancanza di senso dell’esistenza, reputa inutile ogni sforzo per mutare la società. Se questa nausea, questo profondo disgusto che investe lo squallore del mondo circostante, spinge il protagonista de La nausea a staccarsi dal mondo vero, che si è rivelato ai suoi occhi essere favola, per rifugiarsi nelle mura sicure del sé, Travis, invece, tenta di trascendere questa sua accidia vitale per mutare lo stato di cose presente.

Schrader e Scorsese con Taxi Driver realizzano un film profondamente esistenzialista, ispirato a La nausea di Sartre e Lo straniero di Camus.
Travis recita davanti allo specchio il celebre monologo “Stai parlando con me?”

Il protagonista di Taxi Driver – secondo l’itinerario tracciato da Albert Camus ne L’uomo in rivolta rifiuta, infatti, la propria mortificante condizione e mette in atto una rivolta che abbia come fine un sommo bene, preferibile alla vita stessa. Se prima egli era adagiato in un compromesso, ora si getta di colpo e senza esitazione nel tutto o niente. Con questa sua azione si allontana così dalla nostalgia che caratterizza Antoine – la cui vita si disperde in fantasie evanescenti e atti mancati – per mettere in atto una violenza spietata.

«L’uomo è la sola creatura che rifiuti di essere ciò che è».

(Albert Camus, “L’uomo in rivolta“)

In un’esistenza che prende la forma di un teatro dell’assurdo, Travis cerca qualcosa a cui aggrapparsi per andare avanti a vivere. Percependosi come un ingranaggio inutile nella grande macchina della vita, cerca di trovare un impiego, una funzione che rappresenti la sua ragion d’essere. La sua esistenza subisce così un cambiamento improvviso quando ritrova, nel candidato alle presidenziali Palantine, un capro espiatorio per tutti i suoi mali, progettando di conseguenza il suo omicidio.

Travis: «Io ho sempre sentito il bisogno di avere uno scopo nella vita, non credo che uno possa dedicarsi solo a se stesso, al proprio benessere. Secondo me uno deve cercare di avvicinarsi alle altre persone».

Travis attende il momento giusto per colpire il suo obiettivo

La rivolta che apporterà un cambiamento alla sua vita non può non avvenire che violentemente, portando sulla scena una guerra esteriore, ma soprattutto interna allo stesso essere umano. Le sue pulsioni aggressive non si riversano unicamente verso il mondo esterno, quanto piuttosto verso se stesso, con un moto di autodistruzione. Travis vuole sradicare quella solitudine, quell’insoddisfazione perenne che lo lacera dall’interno, e tale desiderio si acuisce fino al punto in cui da antieroe per antonomasia si erge a salvatore dell’umanità, ponendosi l’obiettivo di ripulire le strade dalla loro sporcizia con un grande diluvio universale.

La sua azione di rivolta è, tuttavia, inesorabilmente portata al fallimento poiché nessuno lo considera in quanto non è che una nullità, un nulla sociale, uno scarto. Resosi conto, dunque, che la malattia che si proponeva di estirpare è invece ben più radicata di quanto pensasse, sprofonda in un’inettitudine vitale che annichilisce il suo anelito all’azione.

L’estraneità

La sua indifferenza si tramuta in rabbia e poi ancora in indifferenza, portando così sulla scena quello spirito incarnato da Mersault nelle pagine de Lo straniero di Camus. Ciò che accomuna questi due personaggi è precisamente quel senso di estraneità che si insidia subitaneamente nella loro esistenza.

L’alienazione del protagonista di Taxi Driver emerge in maniera lampante nel corso della pellicola, tanto attraverso i suoi monologhi interiori quanto attraverso le immagini. Tale sentimento si fa spazio sulle sue labbra già a partire dal primo dialogo che intrattiene con il suo datore di lavoro, rispondendo a ogni sua domanda con un generico «per me non fa differenza».

Questo radicale scollamento dall’esistenza, questa accidia radicale a cui si abbandona, ricorda precisamente la reazione di Mersault alla proposta di matrimonio avanzatagli dalla fidanzata Maria, alla quale si dimostra, per l’appunto, del tutto indifferente.

Travis si prepara alla “guerra”

La vicinanza tra i due diviene ancora più eclatante, tuttavia, proprio nel momento in cui tale alienazione raggiunge il suo culmine. Possiamo leggere, infatti, nello sguardo dei due protagonisti, la medesima indifferenza nel macchiarsi del sangue altrui. Travis toglie la vita a un uomo responsabile di una rapina senza battere ciglio, e in questo si fa legittimo erede del protagonista de Lo straniero che, dopo aver sparato a un arabo con una freddezza disarmante, procede verso il patibolo senza alcun rimorso. Un’indifferenza, d’altro canto, resa emblematicamente proprio dall’incipit dell’opera.

«Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so».

(A. Camus, “Lo straniero”)

Mersault è straniero ad Algeri, ma è altrettanto straniero a se stesso, distaccato da una realtà che vive in maniera allucinata. Allo stesso modo, Travis avverte di essere straniero a una società decaduta a una gabbia di lerciume che ha soffocato le antiche promesse di libertà, rappresentando così l’unico spirito libero in un mondo di automi. Egli raggiunge una dimensione di senso inaccessibile ai più, portando tematicamente a espressione l’amara consapevolezza di un disagio e squallore esistenziale dei quali, per quanto tenti ripetutamente di distaccarsene, è vittima privilegiata.

Il disagio della civiltà

Travis così, da spietato carnefice, appare infine vittima del disagio di una civiltà ipocrita e perbenista, artefatta da un ottimismo di facciata. Colui che dovrebbe essere punito per aver causato la morte di un gruppo di uomini, certo mascalzoni, ma pur sempre esseri umani, viene fatto assurgere a eroe, pur di non ammettere che ci sia un danno nel sistema.

Il tentativo isterico di celare una qualsiasi anomalia che possa mettere in dubbio la bontà e la giustizia di una società apparentemente idilliaca, non fa altro che acuire l’idiosincratica alterità tra la patina armoniosa e gioiosa che avvolge i media – che fanno di Travis il modello del perfetto cittadino americano – e la realtà concreta, nel suo squallore e luridume.

Schrader e Scorsese con Taxi Driver realizzano un film profondamente esistenzialista, ispirato a La nausea di Sartre e Lo straniero di Camus.
Travis si abbandona all’assurdità dell’esistenza

Come un novello Sisifo, Travis infrange l’indifferenza che lo connota, per ribellarsi a una società che lo disgusta, tentando così di liberarsi da un macigno sul cuore, di dimensioni pari al masso che il suo antecedente letterario tenta di portare in cima alla montagna.

Il suo impegno si rivela, tuttavia, essere vano poiché ogni tentativo di estirpare la nausea dall’esistenza, di attribuire un senso a una vita che si palesa in tutta la sua assurdità, dimostra di essere inevitabilmente portato al fallimento.

La parabola che Taxi Driver porta sulla scena è, dunque, quella di un uomo che, spodestato dal suo egocentrico antropocentrismo, si rende conto di non essere che una particella infinitesimale le cui sorti sono del tutto indifferenti all’universo e che, dinnanzi al fallimento dei suoi tentativi di rivolta, non può fare altro che abbandonarsi alla nausea e all’alienazione che lo attraversano costitutivamente.

Leggi anche: Taxi Driver – La solitudine tra poesia e follia

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