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Un posto sulla terra – Mesto na Zemle, l’amore nell’abisso

Se Trainspotting e Christiane F. sono film duri, dei pugni nello stomaco, allora Un posto sulla terra (2001) è molto simile a un incontro sul ring con Mike Tyson. La visione di questa pellicola lascia senza fiato, disorientati; cambia letteralmente i connotati emozionali e percettivi. La pellicola del regista Artur Aristakisjan è stata presentata al 54° Festival di Cannes, ma mai distribuita in Italia; qui possiamo considerarla come una “pellicola dimenticata”. Troppo sopra le righe, troppo poco politicamente corretto per un pubblico male abituato a pellicole così provocatorie? O forse è l’ennesima vittima del bigottismo vaticano? Resta comunque un film duro, crudo, viscerale, ma profondamente necessario. Una perla nera di cui fare tesoro, un’opera che lascia il segno.

Frutto di un lavoro di riprese e convivenza durato oltre cinque anni, durante il quale attori e regista hanno condiviso tutto; il lungometraggio racconta la storia di una comune Hippie, asserragliata in un palazzo diroccato al centro di una Mosca spettrale. Il gruppo, auto-nominatosi “Tempio dell’Amore”, segue la dottrina di un santone; sorta di Gesù dei poveri, che si propone di dare carezze e intimità a tutti i diseredati. Barboni, storpi, disabili, indesiderabili di ogni tipo; tutti sono ben accetti e coccolati, nell’ammasso di corpi che popolano le stanze dello stabile abbandonato. Quelle anime perse hanno ben poco da offrire, oltre a un sesso squallido; non hanno calore da dare, rinchiuse in una prigione di vanità e masturbazione emotiva.

Un posto sulla terra

Un posto sulla terra regala ugualmente una attualissima riflessione sull’amore e sulle relazioni interpersonali.

L’idea di donare amore ai diseredati, apre un vaso di Pandora di insicurezze e gelosie; rapporti all’apparenza liberi e aperti, si rivelano essere sotto scacco di ricatti emotivi e attaccamenti morbosi. Lo stesso protagonista, autoproclamatosi guida spirituale, in realtà non vuole altro che assecondare le sue manie di controllo verso la sua prediletta; le dottrine si rivelano presto essere vuote chiacchiere, utili a soddisfare l’ego ferito dell’uomo abbandonato.

Gesti di autolesionismo e di automutilazione sono ulteriori strumenti per costringere, vincolare. Le richieste di attenzioni sono catene emotive; armi per catturare l’attenzione degli altri e tenerla concentrata su di sé, sulla propria sofferenza. Nessuno dei protagonisti nutre un reale sentimento di amore o compassione; è tutto solo un enorme gioco delle parti, un effetto domino di fragilità. Dove ognuno si rende controllabile dalla persona che ama e poi si ritrova a riversare la propria delusione su altri, che nutrono uguali sentimenti. Che cos’è l’amore, quindi. Un legame morboso e autodistruttivo? Oppure abbandonarsi incondizionatamente? Con la speranza che l’altro faccia lo stesso, fino a bruciare insieme in un vortice di follia?

In un mondo popolato di bambini capricciosi affamati di edonistico desiderio, interrogarsi sui propri sentimenti diventa un vero atto rivoluzionario.

La realtà di Un posto sulla terra attraversa e buca lo schermo non solo per l’attualità delle sue riflessioni. Aristakisjan ha dato fondo a tutte le sue risorse economiche, per fondare la comune del film; ha poi scelto di vivere lì nei cinque anni di lavorazione del film. La pellicola riporta tutte le esperienze, i legami, le impressioni della vita collettiva. Gli attori professionisti sono pochi, alcuni vociferano fossero solo i due protagonisti, lasciando poi il resto alla libera interpretazione dei comunardi. Ne viene fuori un contesto autentico e viscerale, capace di portare all’estremo la veridicità dello sfondo umano e scenografico.

Estremo è proprio la parola più adatta a raccontare Un posto sulla terra. Ogni particolare, ogni tratto è utilizzato al fine di portare fino al parossismo il senso di angoscia che il film vuole trasmettere. Innanzitutto i movimenti di macchina, costanti e irrequieti; poi le inquadrature, strettissime e fugaci. Messi insieme, rendono al meglio il senso di profonda claustrofobia sprigionato dalle vicende e dagli ambienti. I corpi ammassati, le orge, gli assalti sporadici di teppisti e polizia, non c’è un attimo di respiro nella comune. L’occhio si sposta continuamente tutto attorno, di corpo in corpo e di viso in viso; senza nessuna pausa, restituendo un senso di vertigine, quasi di nausea, allo spettatore disorientato e impotente.

A questo si aggiunge la fotografia: un bianco e nero di ispirazione profondamente espressionista. I contorni, le forme, le ombre, tutto è sfumato e distorto; il nero sembra tracimare, sbavare quasi, invadendo i toni più chiari. I volti risultano, così, deformati e a tratti irriconoscibili. Le bocche, gli occhi anneriti, sono pozzi neri da cui sbuca l’abisso che alberga nell’anima. Nelle poche riprese in esterna, Mosca viene fuori come una città spettrale; affollata di persone che vagano come fantasmi, senza alcun segno di calore o vita. I barboni e i poveri che si accalcano sui marciapiedi, fanno da contorno; sono ormai elementi di arredo urbano, né più né meno di lampioni fatti di carne. 

L’immaginario che Aristakisjan restituisce nelle scene di Un posto sulla terra non lascia spazio a molte speranze. È un mondo crudo e crudele, dove i migliori sentimenti vengono sacrificati sull’altare della megalomania. La visione lascia atterriti, ma è impossibile restare indifferenti; oppure non ripensare ai piccoli gesti, alle abitudini nascoste, che nel quotidiano vincolano o fanno sentire vincolati. Così come non è possibile non sentirsi un minimo colpevoli per quel velo di indifferenza che annebbia la vista; per quella cecità indotta, che per strada copre tutte le brutture del mondo circostante.

Resta un piccolo poema della fragilità, restano le immagini del disperato bisogno di consolazione che ognuno ha. Una fame sentimentale che spinge ad aggrapparsi a chiunque con mani tese, senza difese; che porta a diventare strumenti docili e malleabili, con la speranza di incontrare solo gesti amorevoli e carezze. Contro venti gelati e nevischio della noncuranza, che sferzano corpi e cuori, non rimangono che la tenerezza e la compassione, come strumenti veramente rivoluzionari.

Leggi anche: Il cinema di Valerio Mieli – Sul racconto dell’Amore nel Tempo

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