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SanPa, Trainspotting e Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino – Lo spettro della droga

Queste tre produzioni cinematografiche – Trainspotting; Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino; SanPa – sono tre reperti storici che hanno come minimo comune denominatore l’argomento della droga. Dal caleidoscopio di prospettive che vengono offerte si può trarre qualche considerazione a margine di una struttura narrativa che prova a raccontare il modo in cui è fatto il mondo della tossicomania.

Trainspotting (1996): il film, erede del noto romanzo omonimo (1993) dello scozzese Irvine Welsh, racconta la storia di un gruppo di ragazzi dell’Edimburgo di fine anni Ottanta.

Renton, Spud, Begbie e Sick Boy sono l’incarnazione di quattro modi diversi di stare nel mondo della tossicomania. Malgrado diversi tra loro, hanno però in comune il fatto di essere tutti e quattro vittime dell’eroina, in preda alla sua azione anestetizzante e alienante.

È soprattutto rispetto a una incipiente cultura occidentale, che lascia poco spazio agli ideali e alla visione di un futuro diverso, che possiamo scorgere le intrinseche ragioni che portano questi personaggi alla dissoluzione..

A tal proposito ben noto resta il monologo iniziale che apre le danze di Trainspotting, in cui sentiamo riecheggiare il disagio sociopsicologico che contraddistingue i personaggi descritti.

Mark Renton: «Scegliete la vita, scegliete un lavoro, scegliete una carriera, scegliete la famiglia, scegliete un maxi televisore del cazzo, scegliete lavatrice, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso, la polizza vita, scegliete un mutuo a interesse fisso, scegliete una prima casa, scegliete gli amici, scegliete una moda casual e le valigie in tinta, scegliete un salotto di tre pezzi a rate, ricopritelo con una stoffa del cazzo, sceglietevi il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina. Scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare, alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi. Scegliete un futuro. Scegliete la vita.

Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita, ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni… chi ha bisogno di ragioni quando ha l’eroina?».

E poi, il monologo finale:

Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino (1986): qui la narrazione cinematografica (anch’essa erede di un romanzo, in questo caso di Christiane Vera Felscherinow) si incentra sulla vita di una giovane ragazza che, trasferitasi a Berlino, inizia a frequentare a causa di un malessere interiore, connesso alle vicissitudini della sua burrascosa infanzia, un gruppo di ragazzi che la porterà a sperimentare in un primo tempo le droghe leggere e, successivamente, l’eroina; entrerà poi in contatto con il mondo che gravita attorno alla sostanza.

Christiane in “Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino”

La discesa negli inferi di Christiane non è solo il racconto di come un malessere esistenziale profondo possa portare a perdersi, non è nemmeno soltanto il racconto dell’esito di una vita che si mantiene in piedi senza saldi punti di riferimento, ma è innanzitutto il racconto dell’effetto che l’eroina può avere su una persona qualsiasi. Ci si desta, alla visione del film, di fronte al fatto che una ragazza appena adolescente, ormai totalmente dipendente dall’eroina, possa arrivare a prostituirsi per recuperare i soldi per acquistarla e andare ad abusarne nei bagni pubblici di quella stazione di Berlino che dà il titolo al film.

Un senso di angoscia e pervasiva mancanza di senso accompagna il film e la vita di Christiane. Ci si può giustamente chiedere come possa essere possibile ridursi così, come si possa arrivare a farsi tanto male.

Qui c’è una visione più personale, più psicologica (non per questo meno sociologica) di ciò che può portare una persona a scegliere proprio la strada della droga. Per – paradossalmente – curarsi? Per dimenticarsi di un’esistenza che fa solo soffrire? O per godere illimitatamente di qualcosa senza nessun bisogno di far fronte alla vita?

Tutte queste cose insieme, forse.

SanPa (2021): anche se il documentario sponsorizzato da Netflix è di recente produzione, gli anni che racconta sono pressappoco gli stessi di quelli delle due narrazioni precedenti. La differenza è che qui siamo in Italia, in quell’Italia che negli anni Ottanta venne travolta (come del resto tutta l’Europa) dal fenomeno della diffusione dell’eroina.

Sebbene il documentario sia incentrato sulla persona di Vincenzo Muccioli, una delle personalità più criticate e discusse in quegli anni, è possibile guardare a SanPa come esperimento documentaristico ed esemplificativo sul mondo della tossicomania.

Vincenzo Muccioli

Muccioli, in sostanza, fu un uomo che scelse di mettere in atto un’azione riparativa nei confronti della società: in assenza di strutture sanitarie, all’epoca totalmente impreparate ad accogliere il malessere dei tossicomani – che da tutti venivano percepiti come meri rifiuti della società –, costruì sulla collina di San Patrignano (Rimini) la prima comunità per tossicomani che l’Italia abbia mai conosciuto.

Prima da solo, e poi con l’aiuto sempre più cospicuo di donatori, riuscì a rendere San Patrignano un grande polo sociale capace di accogliere e recuperare gran parte di quei ragazzi che, negli anni Ottanta, scivolavano nel baratro dell’eroina.

Che sui metodi, la politica, le strategie più o meno terapeutiche e i misteri che emergevano a San Patrignano si possa fare (giustamente) critica è indubbio, ma ciò che mi preme qui affrontare non è tanto la natura intrinseca della manovra, ma la sua declinazione antropologico-sociale, che mette in luce qualcosa di molto importante: una risposta di una parte della società di fronte a un malessere diffuso quale la tossicomania.

Lo spettro della droga

Si potrebbe pensare che, rispetto a Trainspotting e a Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, SanPa sia la storia di un tentativo (almeno) sociale di recupero dei tossicomani. Se nelle prime due opere vediamo infatti l’assenza di una risposta comunitaria a un malessere sociopsicologico diffuso, in San Patrignano forse si può scorgere la volontà di una parte della società di farsi carico del problema, piuttosto che escluderlo e misconoscerlo.

La droga, non più accessibile solo a determinate classi, e raggiungibile da chiunque, inizia a diventare negli anni Ottanta un problema sociale; un problema che, ancor oggi, nonostante con profonde differenze rispetto al passato, fa sentire la sua eco. È lo spettro della droga ad iniziare ad aggirarsi in Europa in quegli anni e ad accompagnare queste narrazioni e, in fondo, la nostra società.

La facilità con la quale la droga iniziava a circolare negli anni Ottanta in Europa è resa evidente dalla facilità con cui Christiane, solo una ragazzina, riesce ad accedere all’eroina o, per vie diverse, è dimostrata dal gruppo di Trainspotting quando si ingegna per fare soldi vendendo a sovraprezzo la sostanza. In entrambi i film possiamo constatare che il problema non è più come far circolare la droga (la cui presenza inizia a essere inflazionata dalla grande offerta del mercato economico), ma come tenersene a distanza.

Lo smarrimento de I ragazzi dello zoo di Berlino o del gruppo di Trainspotting è dovuto a un oggetto di cui si può con facilità fare abuso. La presa diretta del soggetto con l’oggetto-droga, presentata in questi film, rende lampante la perdita della capacità di rivolgersi ad altro per risolvere il proprio malessere. Soprattutto questi film ci dimostrano come la droga seppellisca il soggetto nell’identità anonima del tossicomane, per il quale non sono più importanti i desideri, le aspirazioni o le ambizioni, ma soltanto la sua mortifera dipendenza. Non c’è ragione che tenga di fronte al benessere illusorio fornito dall’eroina, così come esplicitato nello stesso monologo di Renton all’inizio di Trainspotting.

Se volessimo intendere ora la nostra società attuale come conseguenza di un processo messo in moto proprio negli anni raccontati dalle narrazioni prese in esame, dovremmo, con molta umiltà, cercare di riconoscere un problema che non ha solo a che fare con determinate persone scapestrate, prive di punti di riferimento, “inette alla vita”, ma con tutti quanti noi. Lo spettro della droga ha a che fare con un’angoscia di fondo della società, slatentizzata in alcuni gruppi sociali, sì, ma presente ovunque.

Parlando di queste tre opere cinematografiche, oltre a ricordare un certo spaccato esistenziale, possiamo scendere più a fondo e cercare di comprendere come la droga, oltre che espressione di un malessere personale, sia veicolo di un disagio sociale.

Se in Psicoanalisi e tossicomania (2001) di Francisco H. Freda si trovano frasi come «il fine del tossicomane è curare la sua angoscia» è perché, accanto alle modalità personali e soggettive di rapportarsi al non-sapere prodotto dall’angoscia, è la situazione sociale che spesso la produce.

Il disagio psichico attuale è fortemente annodato alle declinazioni storico-sociali del programma della civiltà contemporanea. Questo disagio non può essere slegato dalla considerazione secondo la quale il nostro tempo è un tempo a tossicomania dilagante, frutto di un avanzato capitalismo. Il legame del capitalismo con i fenomeni di sofferenza che si possono osservare nella società è, quindi, da un lato individuale e dall’altro sociale; non stupisce che la proposta condivisa da alcuni psicoanalisti sia una visione del tempo attuale come sede di un godimento smarrito, in cui non sono più in vigore il senso del limite e della legge che quel limite lo sancirebbe.

La perdita contemporanea di ideali favorisce l’insorgenza di fantasmi che cercano di essere eliminati attraverso uno spazio psichico drogato, dove l’eccesso di nuovi oggetti (ecco la tossicomania dilagante, l’uso e l’abuso di oggetti come sostrato della nostra civiltà) può garantire la possibilità di colmare qualsiasi vuoto prodotto dalla mancanza costitutiva dell’essere umano.

La massiccia presenza di oggetti-gadget nella nostra società, infatti, fa in modo che la soddisfazione di un soggetto sia saldamente ancorata al loro consumo. Non c’è, però, un vero limite e spesso la soddisfazione (che dovrebbe essere prodotta dal rapporto con qualcosa o qualcuno) scivola nel godimento (che è narcisistico e staccato da ciò che ci circonda).

Nel modello sociale attuale, in cui una implicita pressione spinge a essere consumatori sempre attivi di oggetti sempre nuovi, si può rintracciare la spinta compulsiva a godere dell’oggetto esterno come riappacificatore di tensioni interne (quali quelle prodotte dall’angoscia). Si può allora vedere bene che l’abuso di droga, lungi dall’essere un fenomeno solamente soggettivo, isolato dalla società, è piuttosto la massima espressione, portata ai suoi estremi, di un sistema culturale che spinge effettivamente verso quella direzione.

La tossicomania è inoltre uno dei fenomeni che maggiormente avvicina alla comprensione della dialettica ingovernabile fra godimento e soddisfazione prodotti dall’oggetto; non sono la stessa cosa: il godimento è dal lato della morte, la soddisfazione dal lato della vita. Essa mette in luce le conseguenze disastrose del fare del godimento narcisistico l’attuale ambizione primaria dell’essere umano.

Se oggi il godimento che viene invocato dal nostro tempo è quello autistico e autoerotico del consumo dell’oggetto, l’abuso di droghe dimostra le contraddizioni nocive insite in questo discorso.

La conseguenza è che quella morale civile, sparita a seguito del tramonto della cosiddetta “età dei padri”, che costituiva la possibilità di imporre una rinuncia pulsionale al godimento, è stata sostituita da un’altra morale, definita da alcuni studiosi come l’imperativo presente al godimento. Un “Divertiti! Devi godere!” contemporaneo regola e direziona la tendenza psicologica al soddisfacimento immediato.

Mi fermo qui, perché l’argomento è vasto.

droga
Trainspotting, SanPa, Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino

Però, non sembra anche a voi che San Patrignano abbia salvato molte vite destinate alla distruzione per droga proprio perché offriva dei limiti che, lì fuori, non c’erano? Perché a capo, volente o nolente, c’era un uomo che svolgeva la funzione di padre? E se quel padre non era perfetto, non era incorruttibile, non era un santone o un angelo, che cosa ci insegna, in ogni caso, lo smarrimento prodotto dalla droga se non che si ha bisogno di nuove traiettorie e di nuove forme più sane di rapportarsi all’Altro?

Il rifiuto della società, il rifiuto dell’Altro, risospinti dal malessere che conduce alla droga, dove conduce se non alla perdizione, alla solitudine e, nei casi peggiori, alla morte?

Forse allora una riflessione potrebbe essere fatta cercando di considerare quali dimensioni (ed effetti) produce una cultura del capitalismo imperniata sull’abuso di oggetti che riempiono la vita e tale da non tenere in considerazione la sua ombra.

L’ombra della società, ma anche l’ombra di ognuno di noi, è qualcosa che spaventa solo fin quando non la si riesce a guardare e riconoscere.

E, se non altro, SanPa su questo ha gettato una nuova luce.

Leggi anche: Trainspotting – L’eroina e il Sottosuolo di Dostoevskij

Francesco Saturno
Napoletano, psicologo, venticinquenne. Mi diverto a scrivere.

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