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Lei mi parla ancora – Pupi Avati racconta l’amore tra fantasmi e ricordi

Autori moderni e autori storici – Cinema di oggi e cinema di allora

Lei mi parla ancora

Non è un caso che il miglior lavoro a oggi di Pupi Avati sia anche il più semplice.

Narrativamente ricco d’accordo, ma spogliato di quegli artifici e strumenti propri del cinema italiano recente.

Un cinema fatto molto spesso di storie poco credibili e inutilmente complesse, ma pur sempre di grandi dimensioni, a servizio di interpreti non sempre all’altezza dei copioni. O in alcuni casi ben al di sopra del livello di scrittura, ma ugualmente inutili.

Non sempre accade però che il cinema italiano prenda questa direzione, non ultimamente almeno.

Lei mi parla ancora

Ne è un esempio la nuova corrente cinematografica portata avanti da alcuni autori e autrici giovani tra cui Matteo Rovere, Alice Rohrwacher, Sidney Sibilia, Sara Colangelo, Gabriele Mainetti e Damiano e Fabio D’Innocenzo.

Resta però prepotentemente in scena (sul ring verrebbe da dire) un manipolo di grandi e ormai storici registi italiani, che nonostante l’età non hanno abbandonato la macchina da presa e la loro sete e volontà di portare sogni, ricordi e immagini sul grande schermo, che da sempre è proprio del cinema come luogo e immaginario.

Uno tra i molti di questo interessante e importante manipolo è proprio Pupi Avati.

Curioso però che l’ultimo film di Avati – Lei mi parla ancora, tratto dal romanzo omonimo di Giuseppe Sgarbi – non sia ancora arrivato sul grande schermo, nonostante fosse ideato e immaginato fin da principio per il cinema, debuttando invece l’8 febbraio 2021 per conto di Sky Cinema.

Il cinema di Pupi Avati e l’interprete comico nel dramma

Pupi Avati

Pupi Avati lo conosciamo bene, un regista di culto tanto per il suo periodo horror (il Gotico Padano), quanto per il suo cinema di commedia e dramma che elabora un percorso molto interessante legato alla scelta degli interpreti e che si trascina fino a questo suo film.

Il comico nel dramma, un percorso che trova le sue prime fasi nel 1986, con l’uscita di Regalo di natale.

Un film che portava un giovanissimo e ancora acerbo Diego Abatantuono per la prima volta al centro di un racconto drammatico e molto distante dalla comfort zone della commedia e dell’ilarità buffa propria dell’attore milanese di allora.

Pupi Avati

Fino a Ultimo Minuto del 1987, Festival del 1996 – che addirittura vedeva come interprete in un dramma di impegno sociale Massimo Boldi – e poi ancora Il cuore altrove del 2003 e La seconda notte di nozze del 2005. Due film che ponevano rispettivamente come interpreti principali di dramma Neri Marcorè e Antonio Albanese.

Se c’è dunque un elemento interessante (tra i molti) che salta immediatamente all’occhio analizzando la filmografia di un regista come Pupi Avati, per certi versi anomalo e fondamentale per il nostro cinema, è proprio la capacità di trovare nell’attore comico la miglior prova drammatica sulla scena.

Tutto questo accade ancora oggi.

"Pupi

All’interno di un panorama molto vasto di interpreti importanti, conosciuti e rodati nel cinema drammatico italiano, Pupi Avati sceglie infatti come protagonista del suo dramma Renato Pozzetto, un attore, comico e cabarettista, estremamente distante rispetto a quei registri narrativi e interpretativi, facendo sorprendentemente centro, ancora una volta.

Una piccola curiosità riguarda la prima intenzione di Avati, poi mutata in fase di casting finale, rispetto alla scelta precedente a Pozzetto, ossia lo stesso Massimo Boldi con cui Avati si era trovato a lavorare nel 1996 per Festival.

Esperienza di indubbio peso nella cinematografia del cineasta bolognese, ma sicuramente non così soddisfacente sul piano personale. Considerazione che ha contribuito al cambio di decisione di Avati.

Avati racconta Sgarbi – Il farmacista e poeta che ricorda e sorride sul viale del tramonto

Lei mi parla ancora
L’amore immortale tra Nino e Rina – Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli

Come già detto alla base del film c’è il romanzo Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista scritto nel 2014 a 93 anni da Giuseppe Sgarbi, papà di Elisabetta e Vittorio.

Un testo estremamente poetico, a tal punto da allontanarsi dalla struttura e narrazione canonica del romanzo in senso stretto. Il libro di Sgarbi è infatti una sorta di memoir e saggio sull’apologia del ricordo e dell’amore.

Avati, alla veneranda età di 82 anni, prende tra le mani il testo di Sgarbi, ancora più vissuto e anziano di lui, adorando quelle parole, quei pensieri e quelle riflessioni che fa immediatamente sue e in qualche modo nostre.

Non è più soltanto il ricordo dell’amore di un farmacista, ma di chiunque ne abbia vissuto o anche soltanto immaginato uno simile. Avati rivive e ritrova il senso di un suo far cinema che ha radici lontane, identificabili già nei suoi primi titoli da regista, fino ad altri più recenti.

Come per esempio Una sconfinata giovinezza del 2010, che già ragionava sull’importanza del dolore e poi della rinascita data dal ricordo di un tempo che è stato e che non può più essere.

Pupi Avati incontra Giuseppe Sgarbi con Lei mi parla ancora, raccontando una lunga storia d'amore nel tempo, tra fantasmi e ricordi.
Amicangelo (Fabrizio Gifuni) e Nino (Renato Pozzetto). Due uomini duri ma buoni che si scontrano sulla vita, l’amore e lo sbaglio

Come ben sappiamo Sgarbi viene a mancare nel gennaio del 2018, non facendo nemmeno in tempo a osservare la sua opera letteraria e di vita rielaborata dalla macchina cinematografica e dall’occhio di Avati.

Il film in qualche modo si serve di questa doppia perdita: da una parte Sgarbi che lascia la dimensione terrena, dall’altra Sgarbi che non può osservare il suo ricordo divenire forma d’arte, poiché Avati affida un grande peso emotivo e carica di simbolo e lirismo un momento del suo film estremamente importante ed emozionale rispetto a questo discorso.

Un momento che poggia sulle due ottime prove (a loro modo) commoventi e sentite di Renato Pozzetto, che veste i panni dell’anziano Giuseppe “Nino” Sgarbi, e Valerio Gifuni nel ruolo invece del ghostwriter, autore squattrinato e perennemente insoddisfatto Amicangelo.

Avati qui crea l’incontro e lo scontro tra due uomini molto diversi, arroganti e tosti, che inizialmente non vorrebbero ascoltarsi e condividersi reciprocamente, proprio perché distanti nel sentimento e nella concezione di vita e d’amore. Pian piano, i due si ritrovano a guardarsi in faccia e a parlarsi, risolvendo probabilmente i nodi delle rispettive vite.

Il periodo giovanile dell’amore tra Nino (Lino Musella) e Rina (Isabella Ragonese). Ricordi di un tempo che è stato

Giuseppe “Nino” Sgarbi (Lino Musella e Renato Pozzetto) è l’uomo che subito sente di non poter (ancor prima di non voler) raccontare ciò che per lui è stato l’amore, mostrando un volto marmoreo, duro come il dolore che si è trovato improvvisamente ad affrontare nel momento della perdita dell’amata moglie Caterina Cavallini detta la Rina (Isabella Ragonese e Stefania Sandrelli). Si lascia andare all’idea di un tempo che sfuggirà e che sta già sfuggendo si apre, sorride, divenendo un fiume in piena di parole e ricordi.

Il farmacista e poeta che ricorda e sorride sul viale del tramonto, condividendo ciò che Avati rende in tutto e per tutto (anche sul piano cinematografico) un vero e proprio flusso di coscienza emozionale e sentimentale.

Il peso del ricordo, dell’amore e dei fantasmi

Nino e la complessa elaborazione del lutto. Lei non s’è n’è andata, è ancora qui con me.

Lei mi parla ancora – a differenza di quello che si è detto e scritto, tanto a livello di critica, quanto di pubblico – è in tutto e per tutto un film sui fantasmi, o meglio, sulla presenza fantasmatica che sopravvive al tempo e ai ricordi e che non lascia la realtà terrena, vagando eternamente o forse soltanto per un breve periodo di accompagnamento alla vita e infine alla morte.

I fantasmi sono parte fondamentale del film di Avati, compiono un loro cammino ben definito, tanto da poter vantare addirittura un vero e proprio arco narrativo.

Sono presenze che vivono nei flashback e nelle scene di ambientazione attuale. Convivono nella realtà che il film racconta e mostra come “presente” e sopravvivono alle differenti epoche e realtà.

Le ritroviamo nel passato e le ritroviamo nel futuro.

Avati gioca con le voci, le chiacchierate notturne tra Nino e la moglie defunta e poi gli sguardi in fuoricampo che sembrano assumere il significato di connessione spirituale ed emozionale tra presenze terrene e ultraterrene.

Nino. L’uomo che vive tra i fantasmi dell’amore e dell’amicizia. Bruno (Alessandro Haber), Rina (Stefania Sandrelli) e Nino (Renato Pozzetto)

Così come sulle ambientazioni, dalla casa colma di statue dai volti particolari, fino alle paludi solitarie, ridenti, ma in qualche modo pur sempre angoscianti.

Tutto ricollega Lei mi parla ancora a quell’immaginario grottesco, fantasmatico e horror del periodo definito “Gotico Padano”.

Il film dunque vivendo tra ricordi, fantasmi e il racconto di un amore che è stato e che sarà ancora (forse…) si struttura su piani temporali differenti. Giovinezza e vecchiaia si alternano, si fondono e si confondono, raccontando e ancor più mostrando per immagini una semplice eppure incredibile storia d’amore lunga 65 anni. Quella tra Nino e la Rina.

Come sempre accade all’interno del cinema di Pupi Avati, gli interpreti giovani hanno sempre quel dettaglio fisico o psicologico assolutamente simile o addirittura uguale a quello degli interpreti più anziani, che vestono i panni dello stesso personaggio fittizio o meno.

È il caso di Lino Musella, Nino nell’età giovanile.

Avati trova nel volto e nello sguardo di Musella la malinconia e la fragilità che Pozzetto possiede da sempre, nascosta però dalla maschera buffa che Pozzetto ha sempre sfruttato per il suo cinema.

Così come Isabella Ragonese e la sua presenza massiccia a livello interpretativo, vestendo i panni di Rina nell’età giovanile e, così come la Sandrelli, è capace di guidare la scena e il momento narrativo.

Il suo è un personaggio solido, senza alcuna paura che si augura di vivere nell’immortalità e dunque nell’eterno. Sorprendente il lavoro che compie a livello di espressività e di movimento. Il suo corpo, così come il suo volto infatti non appare mai fragile, neppure nel momento di abbandono al sentimento e all’emozione.

Tiene le redini di una vita, di un amore e di un destino, senza lasciarle mai andare.

Pupi Avati incontra Giuseppe Sgarbi con Lei mi parla ancora, raccontando una lunga storia d'amore nel tempo, tra fantasmi e ricordi.
Ricordi di un tempo che è stato e che non tornerà. Rivivere il passato nel presente, sorridendo della fine del percorso.

È il racconto di un uomo a cui è accaduto qualcosa di unico, incredibile e senza precedenti, ossia l’aver compreso il significato dell’amore. Dunque, il racconto di un desiderio di condivisione e di passaggio.

Nino ascolta e parla con Amicangelo, in qualche modo lo perdona per non aver vissuto l’amore in vita sua nel modo più giusto, portandolo sulla giusta strada, quella della bellezza.

La bellezza di un amore che si sceglie e che si trova forse una volta soltanto nella vita. Un amore che va ascoltato e seguito nel tempo.

Questa è la ricerca che il personaggio interpretato da Musella e Pozzetto compie (insieme ad Avati), la ricerca di un amore eterno in un tempo purtroppo limitato. Un limite che tutti noi possiamo abbattere, proteggendo i nostri ricordi e condividendoli solo con chi merita di riviverli.

Leggi anche – Incontro con Pupi Avati- “Il Signor Diavolo” e la rinascita dell’horror italiano

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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