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Nuovi Sguardi – Intervista a Tommaso Avati su Lei mi parla ancora

Tommaso Avati, scrittore e sceneggiatore italiano, figlio del noto regista Pupi Avati, si laurea in Comunicazione con una tesi sui racconti di Raymond Carver e il cinema di Robert Altman.

Dopo una serie di esperienze da aiuto regista si reca negli Stati Uniti per dirigere Io e Carver: ultimo frammento, un documentario prodotto da Minimum Fax e distribuito insieme a un testo della poetessa Tess Gallagher. Decide poi di dedicarsi esclusivamente alla scrittura, collaborando a diverse sceneggiature e soggetti come La prima volta di Massimo Martella e Quell’estate di Guendalina Zampagni. Porta successivamente in scena un monologo intitolato Il Frigo, che viene rappresentato anche a New York all’interno del Festival del Teatro italiano.

Collabora alla stesura di diversi film tv come: Un matrimonio, Il bambino cattivo, Con il sole negli occhi, Le nozze di Laura.

Ha scritto insieme al padre il soggetto per il film Il ragazzo d’oro che ha vinto il premio per migliore sceneggiatura al festival di Montreal.

Intervista a Tommaso Avati, scrittore e sceneggiatore figlio del noto regista Pupi Avati, su Lei mi parla ancora, dramma candidato a 2 David.
Il regista Pupi Avati e l”interprete Riccardo Scamarcio sul set del film Il ragazzo d’oro, scritto da Tommaso e Pupi Avati.

Tra i suoi film come sceneggiatore ricordiamo: Il signor Diavolo (2019), Con il sole negli occhi (2015), Un ragazzo d’oro (2014), Quell’estate (2008), Per non dimenticarti (2005), Caro domani (1999), La prima volta (1999).

Ha scritto inoltre i due romanzi Ogni città ha le sue nuvole e Quasi tre, editi rispettivamente da Sem e Fabbri. Nel 2020 lavora alla sceneggiatura di Lei mi parla ancora, dramma nostalgico e malinconico tratto da un testo autobiografico di Giuseppe “Nino” Sgarbi, diretto dal padre Pupi Avati. Film che ottiene due nomination alla 66ª edizione dei David di Donatello: il primo nella categoria della miglior sceneggiatura adattata (Tommaso e Pupi Avati) e il secondo nella categoria del miglior attore protagonista (Renato Pozzetto).

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Buongiorno Tommaso, innanzitutto grazie per la sua disponibilità. Presto uscirà per conto de La Settima Arte, un articolo su Lei mi parla ancora, l’ultimo meraviglioso film diretto da suo padre Pupi Avati, di cui lei ha scritto la sceneggiatura. Un film estremamente interessante sull’importanza del ricordo e dell’amore che resiste al tempo. Un racconto di grande dolcezza, nostalgia e malinconia. Prima di arrivare a parlare del film però, partirei da quello che accade nell’immediato. Dunque come sta? Come ha vissuto e come sta vivendo in qualità di sceneggiatore (con dei progetti e idee nuove) questa fase così particolare delle nostre vite?

Tommaso Avati

Ne ho approfittato per finire di scrivere un romanzo che avevo in cantiere da tempo e che uscirà quest’anno. È una storia diversa dalle altre, un po’ particolare, a cui tengo molto, e devo dire di essere in qualche modo grato a questa pandemia per avermi dato modo di portarla a termine in un clima di silenzio surreale, in una calma ovattata, senza la fretta e la frenesia a cui eravamo abituati, e senza il rombo delle macchine per le strade.

Intervista a Tommaso Avati, scrittore e sceneggiatore figlio del noto regista Pupi Avati, su Lei mi parla ancora, dramma candidato a 2 David.
Tommaso Avati, 23 giugno 2017 – Presentazione del suo romanzo d’esordio “Ogni città ha le sue nuvole” alla libreria Ghibellina di Pisa.

Arrivando a Lei mi parla ancora, qual è stata la spinta alla realizzazione di un film basato non sulle pagine di un romanzo classico, bensì su un memoir per certi versi di poesia e pensiero come quello di Giuseppe Sgarbi, così distante da una prosa narrativa classica, nella sua forma, intensità e contenuto?

Tommaso Avati

Un autore deve saper scrivere una sua storia come se fosse la storia di chiunque altro e la storia di chiunque altro come se fosse propria…                                                        

La prima parte è semplice: consiste sostanzialmente nel raccontare quel che si conosce bene, e nel farlo in modo talmente onesto che chi legge (o guarda il film) finisce con l’identificarsi in te. È la seconda parte che, a volte, può risultare più complicata. Scrivere la storia di qualcun altro come se fosse la tua… Quando lo si fa si ha soprattutto la tentazione di essere sempre religiosamente fedeli ai fatti accaduti, a volte anche troppo, e si finisce col dimenticare che ciò che si sta creando è un prodotto di fiction, un film che dovrebbe, più di ogni altra cosa, intrattenere.

Scrivere un film da un romanzo è ancora più arduo. Un libro ha infatti sempre già una sua anima dentro di sé, e una sua identità, e volerne trarre un lungometraggio rappresenta inevitabilmente una sorta di violazione di quella precisa identità. Quando ci accingemmo ad affrontare Lei mi parla ancora ero doppiamente preoccupato: dovevamo raccontare un libro che, come dici giustamente tu, era in realtà un memoir. Ricordo che lo lessi con apprensione, prendendo lentamente dimestichezza con quei personaggi e con quelle vicende, ma sempre con la sensazione crescente di profanare un territorio altrui. Un territorio peraltro sacro – quello di Giuseppe Sgarbi – che proprio per questo meritava di essere divulgato anche attraverso le immagini.

Iniziammo allora a lavorare allo script cercando di immaginare una chiave che trasformasse quel racconto in una vera sceneggiatura. Il romanzo di Sgarbi si poggia su una narrazione ricca e articolata e per certi versi ha già una struttura filmica in tre atti. Ma noi avevamo bisogno di qualcosa di più, ci serviva un elemento che lo rendesse ancora più cinematografico. Lo trovammo, mi è sembrato, nel personaggio di Fabrizio Gifuni, e nella sua travagliata vicenda personale che si intrecciava in maniera armonica e omogenea con la vicenda del protagonista.

I miei timori, poco alla volta, stavano cominciarono ad allentare la morsa. Mi accorgevo che, strutturando la sceneggiatura, l’anima di quel racconto così intimo in cui l’autore si era messo a nudo in modo così disarmato, rimaneva ben visibile in filigrana. Il senso ultimo e profondo del romanzo insomma rimaneva impresso in chi leggeva la sceneggiatura, nonostante la storia fosse stata in qualche modo ripensata. E se quel senso profondo rimaneva fortemente impresso era perché lo avevamo fatto nostro, ci eravamo identificati intimamente con esso. Insomma, forse ci eravamo riusciti, avevamo scritto la storia di un altro come se fosse stata nostra.

Intervista a Tommaso Avati, scrittore e sceneggiatore figlio del noto regista Pupi Avati, su Lei mi parla ancora, dramma candidato a 2 David.
Nino e Rina. L’importanza del ricordo di un amore che è stato.

La lavorazione del film è avvenuta in piena pandemia. Questo fattore ha influito sulla realizzazione del prodotto e su ciò che era stato pensato e scritto, oppure non c’è stata alcuna necessità di adattamento alla situazione (in generale limitativa) a tal punto da causare rimozioni in termini di scene, ambientazioni e così via?

Tommaso Avati

In realtà non ero sul set e non ho potuto assistere alle riprese, proprio per evitare di complicare ulteriormente le cose alla produzione. Sentivo però mio padre quasi tutti i giorni e mi rendevo conto che, in realtà, l’atmosfera sul set era talmente impregnata del clima magico di quella storia che si stava raccontando, che ci si era dimenticati quasi del tutto della presenza delle mascherine o della scocciatura dei tamponi.

Intervista a Tommaso Avati, scrittore e sceneggiatore figlio del noto regista Pupi Avati, su Lei mi parla ancora, dramma candidato a 2 David.
Pupi Avati sul set del film “Lei mi parla ancora”. Fare cinema in piena pandemia, tra mascherine e distanziamento.

Tutto ha inizio da un vinile e dal suo suono ovattato e apparentemente distante. Un brano musicale che poi sarà importante nel percorso di conoscenza tra Giuseppe “Nino” Sgarbi e Caterina “Rina” Cavallini. Subito dopo un pericolo sfiorato, quello dell’auto che rischia d’investire la sposa e poi la lettera, altro elemento centrale del film. La morte sembra far capolino fin da subito, pur sempre accompagnata dalla nostalgia del passato e quindi dalla dolcezza, prima nella musica sprigionata dal giradischi e poi dalla promessa affidata a una lettera. Qual è stata in scrittura (se c’è stata), la riflessione sul bilanciamento tra dolcezza dell’amore e l’ombra della morte?

Tommaso Avati

Si è cercato in effetti di fornire della morte un aspetto diverso, un po’ inedito. Abbiamo provato ad accostarla all’amore, come se tra le due ci fosse continuità e contiguità, in questo modo un po’ scandaloso forse, e poco praticato in passato. Ma era l’idea la nostra scommessa. 

Intervista a Tommaso Avati, scrittore e sceneggiatore figlio del noto regista Pupi Avati, su Lei mi parla ancora, dramma candidato a 2 David.
Amore e morte. Nostalgia e malinconia. La ricerca del punto d’incontro.

La presenza di piani temporali differenti sembra in qualche modo comunicare un’idea d’amore immortale che nasce e si evolve senza spezzarsi, resistendo al tempo e ai cambiamenti fisici e psicologici che inevitabilmente viviamo e subiamo. Un’idea d’amore che oggi ci appare lontana, poiché tutto sembra essere sempre più passeggero, fluido e temporaneo. Qual è il suo pensiero su questo e qual è stata la sua posizione nell’affrontare in scrittura, e quindi in adattamento, un’opera come quella scritta da Sgarbi che affonda in un’epoca passata e che oggi non è più attuale?

Tommaso Avati

Anche questo faceva parte della sfida. Cercare di trasmettere un’idea di amore (oltre che di morte), che oggi va così poco di moda. In un mondo che vuole tutto facile, in cui tutto corre veloce, dove ci si sposa (poco) e ci si separa subito, senza nemmeno il più delle volte prendere in considerazione la scia di dolore e di sofferenza che ci si lascia alle spalle (si pensi ai figli), in questo stesso mondo noi abbiamo provato a rilanciare un’idea di amore diverso, romantico sì, ma non per questo meno reale, meno vero e meno praticabile di quello “un tanto al chilo” che va per la maggiore da ormai molto tempo.  

L’arrivo di Caterina “Rina” Cavallini alla cascina del suo grande amore Giuseppe “Nino” Sgarbi. La famiglia e l’allontanamento dalla città.

Molto interessante il discorso che il film compie sull’ascolto. La necessità dell’ascolto nella coppia, nella conversazione tra due uomini e due epoche, così come quello tra la vita e la morte. Un film sull’importanza del dialogo, poiché tutto nasce da lì. Il flashback per esempio, strumento che torna e che viene sprigionato dai ricordi evocati dalle parole. La sensazione che si ha è quella di osservare per la prima volta un film che ragiona molto poco sulle azioni della scena e decisamente più sulle parole, il dialogo e le reazioni che esso provoca nei sentimenti e poi sui volti dei personaggi, e necessariamente dei loro interpreti. Come sceneggiatore del film ha avuto fin da subito le idee chiare sulla direzione da prendere in scrittura rispetto all’importanza del dialogo e dell’ascolto o è stato qualcosa che si è creato e sviluppato man mano?

Tommaso Avati

Il “la” sul tipo di dialogo da adottare ce l’aveva dato immediatamente Giuseppe Sgarbi con il tono poetico ed elegiaco che adotta nel suo libro. Era quella la cifra stilistica che dovevamo adottare. Eppure lo dovevamo fare senza cadere nel tranello di suonare stonati, perché non c’è nulla di più cacofonico di un dialogo filmico che suoni poco realistico. In questo ci sono venuti incontro anche gli attori. La bravura di Pozzetto è stata anche qui, nel saper dire le cose che dice in modo credibile, vero e profondo, senza mai correre il rischio di apparire fuori luogo, eccessivo o aulico.

L’importanza del dialogo e il lavoro su Renato Pozzetto.

C’è poi la questione misteriosa e affascinante del narratore, la cui voce viene affidata a Dario Penne, celebre doppiatore di interpreti quali Anthony Hopkins, Michael Caine, Tommy Lee Jones e molti altri. Una voce calda e a suo modo malinconica che sembra fare da ponte tra la morte e la vita, tra il ricordo di un tempo che è stato e i suoi fantasmi. Chi è realmente il narratore?

Tommaso Avati

È una domanda che in realtà mi sono posto anche io… nel senso che non ero molto d’accordo sull’uso di questo espediente che, a mio parere, avrebbe dovuto essere utilizzato fin dall’inizio. O altrimenti sacrificato.

Dario Penne, celebre doppiatore e attore, nonché narratore fantasmatico di “Lei mi parla ancora”.

Renato Pozzetto, che interpreta Nino Sgarbi nel periodo dell’anzianità, rivive col suo corpo stanco e invecchiato, e dunque con il suo volto ormai addolcito, ma colmo di una tristezza evidente, attimi già vissuti in gioventù. Come un fantasma capace di viaggiare tra mondi, come qualcuno che per un attimo si ritrova nel mezzo. Immobile tra un presente che sta per lasciare (e forse che vuole lasciare), e un passato che ha già lasciato, ma che invece non vuol dimenticare. Quale realtà vive dal suo punto di vista Nino nel periodo dell’anzianità? Dov’è che vorrebbe restare?

Tommaso Avati

È evidente che Nino non si trovi a suo agio nel mondo in cui sta, soprattutto da quando Rina se ne è andata. E che farebbe di tutto per essere insieme a lei, ovunque si trovi. Nel suo percorso però si imbatte nel personaggio dell’editor, Fabrizio Gifuni, e intuisce di avere ancora qualcosa di dire, forse, un piccolo lascito da consegnare a un giovane, prima di considerare davvero definitivamente terminato il suo passaggio su questa terra.

L’incontro tra due uomini che si raccontano, confessano e perdonano. Amicangelo (Fabrizio Gifuni) e Nino (Renato Pozzetto).

L’arrivo di Amicangelo (Fabrizio Gifuni), il romanziere un po’ scontroso e non ancora realizzato che aspira al successo e si ritrova malvolentieri a raccontare e scrivere una piccola storia di un amore che nemmeno ha vissuto (ma che forse vivrà), causa in un primo momento scontro e diffidenza, poi tutto si placa, si addolcisce. Qui sembra accadere qualcosa. C’è un’improvvisa comprensione da parte di Nino, rispetto all’insoddisfazione di un uomo che ha trovato l’amore, ma non se ne è curato adeguatamente. Una comprensione che potrebbe legarsi addirittura a quei dialoghi notturni che Nino intrattiene con la morte, con il fantasma di Rina che ancora vive nella casa. Che cosa accade tra i due uomini? Si tratta di un’identificazione reciproca o è qualcosa di differente?

Tommaso Avati

È fin troppo facile suggerire che per Nino quel giovane in cerca di gloria rappresenti in fondo un figlio da accompagnare per un breve tratto della sua vita (non a caso il personaggio di Vittorio Sgarbi non si vede quasi mai), e che viceversa per Gifuni Nino rappresenti una figura paterna che intuiamo esserci stata poco nella sua vita. Quel che accade tra loro è questo, un semplice incontro tra due persone che avevano in un certo senso bisogno l’uno dell’altro. Il vecchio del giovane, per poter portare a termine il suo “testamento”. Ma anche il giovane del vecchio, per cominciare forse a comprendere che alcune cose della vita andrebbero date un po’ meno per scontate.

Amicangelo. Un uomo alla ricerca di sé. Disperso tra sogni irrealizzati e un amore sfuggito che può essere ritrovato.

Il ballo solitario dei guanti bianchi nella parte finale del film tra Rina (Isabella Ragonese) e Nino (Lino Musella) nel periodo giovanile, appare come un momento fantasmatico che sembra rievocare quell’immaginario tipico delle allucinazioni alla Shining, legate al ricordo di un tempo che ora è vissuto e in qualche modo rimesso in scena dai fantasmi e non dai corpi. Anche prendendo in considerazione il cinema di suo padre, quello più gotico e horror e i suoi interessi da sceneggiatore, c’è stata una riflessione anche in questo caso rispetto all’accostamento tra quel genere e il dramma?

Tommaso Avati

Forse a livello inconscio. In realtà è stata una scelta registica, e quindi non mi ha riguardato.

Il ballo finale tra fantasmi, attimi rivissuti e un passato ormai sfuggito. Ricordare un amore.

Aspettando di vedere presto una nuova collaborazione con suo padre, come scrittore e sceneggiatore ha in cantiere qualche progetto differente?

Tommaso Avati

Il romanzo di cui parlavo, al quale ho dato davvero tanto. È una saga, la storia di una famiglia che attraversa quasi cento anni di storia di questo paese e che ha come tema dominante la diversità.

A conclusione di questa intervista, per cui la ringrazio molto e che spero possa portare gli affezionati del cinema di suo padre a vedere e rivedere questo meraviglioso film, disponibile su Sky Cinema, le chiedo: che cosa consiglierebbe a giovani appassionati e studenti di cinema che hanno il sogno della sceneggiatura? L’Italia è il paese in cui restare per dedicarsi a questa realtà? Da che cosa è necessario partire per provare a farsi conoscere?

Tommaso Avati

Domanda difficilissima. Si deve combattere per i propri sogni, sempre e comunque, anche in questo paese dove a volte le cose sembrano davvero difficili e faticose. Ogni tanto insegno sceneggiatura, privatamente o nelle scuole, e ho a che fare con tante persone che hanno questo sogno nel cassetto, conservano una loro piccola grande storia e ce la mettono tutta per provare a portarla avanti e farne un vero racconto per il cinema. Molte di quelle loro storie sono meravigliose perché hanno il dono insostituibile della verità, della autenticità, sono scritte con il sangue e con il cuore. E io auguro a tutti loro di vederle un giorno trasformate in immagini.

Leggi anche: Incontro con Pupi Avati- Il Signor Diavolo e la rinascita dell’horror italiano

Eugenio Grenna
"Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. " Martin Scorsese

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