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Paul Thomas Anderson – Genio e fragilità

Per cominciare a capire il talento e la grandezza di Paul Thomas Anderson basterebbero due immagini. Nella prima il protagonista è Tom Cruise: l’attore è sul palco del Beverly Hilton Hotel il 23 gennaio 2000, fresco vincitore del Golden Globe come miglior attore non protagonista per la sua performance in Magnolia (1999). Durante i ringraziamenti di rito, a un certo punto fa una piccolissima pausa rallentando il ritmo del discorso, quasi a sottolineare l’importanza di ciò che sta per dire:

«E soprattutto devo parlare di Paul Thomas Anderson che è stato assolutamente fantastico; è venuto a trovarmi sul set di Eyes Wide Shut e mi ha chiamato due mesi dopo dicendomi che aveva scritto questo ruolo per me; grazie per avermi portato con te!».

(Tom Cruise)

La seconda immagine vede inquadrato lo stesso regista durante la cerimonia degli Oscar: sono passati appena due mesi da quel ringraziamento, sul palco questa volta c’è Alan Ball che ritira l’ambita statuetta come premio alla miglior sceneggiatura originale per American Beauty. Anderson è il grande sconfitto, inizialmente mostra una faccia buffa di finto stupore a favore di camera nel momento in cui viene proclamato il vincitore, poi riusciamo a scorgere per un attimo la faccia delusa, gli occhi rivolti verso il basso, lo sguardo assente.

In entrambi i casi vengono alla luce alcune peculiarità del regista californiano: la grandissima capacità di dirigere i propri attori tirandone fuori il meglio; la credibilità che ha già conquistato nonostante Magnolia sia solo il suo terzo lungometraggio e che gli permetterà di poter collaborare nel corso della sua carriera con attori del calibro di Philip Seymour Hoffman, Julianne Moore, Joaquin Phoenix, Daniel Day-Lewis; la straordinaria capacità di scrittura che in qualche modo lo accumuna all’altro enfant prodige della sua generazione, Quentin Tarantino; la consapevolezza della qualità del suo lavoro che lo porta a vivere quella mancata vittoria come una delusione fortissima. A tutto questo si aggiunge un ultimo importantissimo particolare: Paul Thomas Anderson, in quel momento della sua vita, non ha ancora compiuto trent’anni.

Tom Cruise in “Magnolia”

Cineasta autodidatta ma con una conoscenza enciclopedica del cinema, sicuramente tra gli interpreti più eclettici della sua generazione, durante una delle sue tante interviste spiegherà come il fatto di aver abbandonato la scuola di cinematografia non abbia influito granché sul suo percorso professionale:

«La mia educazione cinematografica è consistita nel capire quali registi apprezzassi guardandone i film. La parte tecnica l’ho appresa grazie ai libri e ai giornali e alle nuove tecnologie con cui puoi guardare film interi con il commento audio del regista».

(Paul Thomas Anderson)

Risulta evidente specialmente nella prima parte della sua carriera una certa vicinanza con Robert Altman, uno degli autori che più ha apprezzato e la cui influenza viene fuori prima in Boogie Nights (1997), poi in Magnolia, entrambe opere corali in cui i conflitti e le solitudini ricordano quelle dei protagonisti del fortemente carveriano America Oggi (1993).

Nell’intreccio narrativo di questi due film le diverse storie si toccano, si scontrano e si evolvono in un America che non è più  terra di opportunità quanto piuttosto uno scenario intriso di disillusione, una palude da cui è difficile uscire immacolati.

Pur non essendoci un intento giudicante o accusatorio, Anderson evidenzia soprattutto i lati più oscuri dei suoi personaggi, ne mette a nudo le insicurezze e le difficoltà ma allo stesso tempo ne celebra la forza, quella voglia di riscatto che non dipende dalla classe sociale di appartenenza ma dalla ricerca di un posto in cui sia possibile mettere a tacere i propri demoni.

Che si tratti di droga, ossessione, di abusi fisici o psicologici, di maschere indossate per celare un passato troppo doloroso, ognuno di loro intraprende una lotta più o meno consapevole con una parte di sé uscendone diverso: alla fine non tutti sorrideranno, ma per ognuno di loro ci sarà quella catarsi che il regista metterà addirittura in scena sotto forma di un’iconica e indimenticabile pioggia di rane.

La pioggia di rane

Se nelle prime opere le solitudini sono calate in un contesto corale, nei capolavori successivi diventano parte di un dualismo in cui i conflitti interni si sommano a un evidente conflitto esterno: Il Petroliere (2007), The Master (2012), Il filo nascosto (2017) portano avanti dicotomie come denaro-religione, regole-ribellione, erosthanatos nella forma umana di un pioniere e un predicatore, l’allievo e il suo maestro, l’artista e la sua musa.

Daniel Day-Lewis ne “Il petroliere”

In questi giochi di coppia Anderson ci mostra come nessuno dei due sia inquadrabile come buono o cattivo, ciascuno combatte innanzitutto contro la propria natura pur di arrivare ad uno scopo che, in realtà, alla fine è il motore di entrambi i lati del conflitto: petrolio, libertà, sottomissione sono allo stesso tempo oggetto del contendere ma anche elemento di raccordo, rappresentandone contraddizioni e affinità.

Philip Seymour Hoffman e Joaquin Phoenix in “The master”

È sempre presente come sottotraccia quel senso di solitudine, pur in un contesto diverso rispetto ai primi film: in questo caso siamo calati in un’America lontana dai giorni nostri o addirittura oltreoceano, ma restano quelle inquietudini che Anderson utilizza per dare ancora una volta enorme spessore ai suoi personaggi.

Non c’è mai piattezza o edulcorazione nella sua scrittura così come non la troviamo nella sua tecnica cinematografica, che si adegua di volta in volta al ritmo delle storie: si passa da lunghi piani sequenza di Boogie Nights e Magnolia alla fissità delle inquadrature di The Master e de Il filo nascosto, dall’uso incessante della parola ai quindici minuti iniziali senza dialoghi de Il petroliere, a dimostrazione della sua capacità di saper maneggiare alla stessa maniera strumenti diversi e, soprattutto, di farlo in maniera coerente pur mantenendo intatte le sue caratteristiche stilistiche.

Daniel Day-Lewis e Vicky Krieps ne “Il filo nascosto

Paul Thomas Anderson nel ventennio che va dal suo primo al suo ultimo lavoro, nonostante i cambiamenti intervenuti nel contesto sociale e la diversità temporale e di genere dei suoi film, è riuscito a mantenere un livello altissimo nel modo di raccontare le storie e le fragilità dell’animo umano.

Proprio come accade nelle tragedie greche o Shakespeariane, i protagonisti nati dal suo talento artistico sono e saranno sempre attuali perché seppur lontani contengono al proprio interno debolezze e pulsioni che non portano mai lo spettatore ad un giudizio tranchant e ne spostano l’attenzione sul terreno dell’empatia: anche al più fallito, al più egoista, al più manipolatore viene in qualche modo concesso il beneficio del dubbio poiché comune denominatore è una condizione di solitudine con cui tutti devono fare i conti e che plasma inevitabilmente, nel bene o nel male, le nostre esistenze.

Diventa così evidente, tornando a quelle due immagini di ventuno anni fa, quanti pezzi di Paul Thomas Anderson ci siano nei suoi film: guardare le sue opere è come entrare nelle sue insicurezze, nelle paure, nella voglia di emergere che diventa quasi ossessione ma allo stesso tempo non si può far altro che ammirare la straordinaria sensibilità in qualche modo trasmessa agli attori che lo hanno accompagnato (alcuni di loro nelle interpretazioni della vita) e che hanno dato vita alle sue creature. A noi non rimane altro che aspettare i suoi prossimi capolavori in attesa di poterlo conoscere un po’ di più.

Leggi anche: Paul Thomas Anderson – La vita continua, il cinema conclude

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