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Oscar 2021 – Costumi e make up nel Pinocchio di Garrone

Cinque David di Donatello, sei Nastri d’Argento. Con questi premi alle spalle, il Pinocchio di Matteo Garrone (2019), si prepara a conquistare anche l’Academy, grazie alle due nomination agli Oscar per i migliori costumi (Massimo Cantini Parrini)  e per il miglior trucco e acconciatura (Mark Coulier – trucco prostetico -, Dalia Colli – truccatrice -, Francesco Pegoretti – acconciatore -).

Il regista romano aveva da tempo in mente di girare la sua personale trasposizione del romanzo di Collodi. La strada scelta è stata quella della fedeltà quasi totale alla storia di partenza, poiché nessuna delle precedenti versioni della fiaba rispecchiava completamente l’originale. Ma se questa devozione al realismo rende la pellicola poco emozionante, dal punto di vista della cura dei dettagli diviene la scelta vincente.

E ciò risulta evidente soprattutto nei costumi e nel trucco, realizzati a mano attraverso un sapiente e paziente lavoro di artigianato. L’ispirazione nasce soprattutto dai disegni di Enrico Mazzanti, primo illustratore della favola. Ma accanto a suggestioni provenienti dal fantasy e dai costumi d’epoca, sono sempre presenti sfumature e dettagli che ricordano la difficile realtà in cui è ambientato il romanzo, fatta di povertà e indigenza.

Per comprendere e apprezzare al meglio i risultati raggiunti si può procedere con l’analisi dei personaggi principali, accompagnati da alcuni comprimari, assolutamente impeccabili da questo punto di vista.

Pinocchio e Geppetto

Pinocchio viene spesso rappresentato da un attore “in carne e ossa” che ricorda un burattino solamente per le movenze e il costume. Nella versione di Garrone, invece, il giovane protagonista, Federico Ielapi, si è sottoposto a quattro ore di trucco giornaliere per assomigliare il più possibile a un burattino.

Se si pensa alle due versioni italiane più note – quella di Comencini e quella di Benigni – ci si renderà, inoltre, immediatamente conto della portata innovativa di questa scelta. Nello sceneggiato Rai del 1972 il protagonista ha quasi sempre le sembianze di un “bambino vero”, che torna a essere di legno solamente quando si comporta male. Nel film del 2002, invece, è lo stesso Benigni a interpretare il burattino.

Il Pinocchio di Garrone, quindi, riporta sul suo volto ogni singola venatura del legno, ogni più piccola imperfezione tipica di un lavoro manuale, “invecchiate” o rovinate a seconda del momento del racconto. Esemplare, in tal senso, il modo in cui i capelli del burattino – anch’essi dipinti – vengono scoloriti nelle sequenze in cui il protagonista finisce in mare.

Il costume, nel rispetto del principio di realismo che guida questa trasposizione, torna a essere semplice e “troppo grande”, anche se curato nei minimi particolari. In una delle prime scene del film, infatti, vediamo Geppetto cucire i vestiti per suo “figlio” usando le proprie coperte – a loro volta ricavate da una vecchia stoffa pregiata ormai consunta -, e l’aspetto artigianale è fortemente riprodotto nel risultato finale. L’iconico cappello viene retto da una cordicella e le macchie tipiche di un prodotto usurato conferiscono al costume autenticità e la giusta dose di “imperfezione”.

Anche la povertà di Geppetto (Roberto Benigni) viene accentuata, a partire dal suo abbigliamento: frac in tela di lino, pantaloni corti sotto il ginocchio, gilet a righe, trattati in modo da sembrare logori, dimessi e sporchi. Abiti “fuori tempo” rispetto all’ambientazione di fine ‘800 del romanzo, che rappresentano la tendenza del costume popolare toscano di rifarsi a stilemi tipici dell’epoca napoleonica. Il panciotto e il cappotto diverranno poi merce di scambio per poter comprare l’abbecedario per Pinocchio.

Senza questi due indumenti a coprire il resto dei vecchi abiti, Geppetto non perderà comunque mai la sua dignità e la sua essenza. Alla perenne ricerca di espedienti onesti per mantenersi, comunica attraverso i suoi abiti, forse più di tutti gli altri personaggi, ciò che è realmente. Il tutto accompagnato da un trucco e un’acconciatura che evidenziano il tempo trascorso a cercare Pinocchio per tutto il mondo.

Pinocchio di Garrone

Fata Turchina e Lumaca

La Fata Turchina è sicuramente il personaggio che ha subito maggiori modificazioni all’interno delle varie trasposizioni. Nella pellicola di Garrone appare sia bambina (Alida Baldari Calabria) sia adulta (Marine Vacth).

Austera, eterea e misteriosa, mantiene intatte le sue caratteristiche in entrambe le versioni, e ciò viene reso evidente anche grazie all’uso dei costumi. Ritornato alla casa dalla Fata, Pinocchio la trova improvvisamente cresciuta e riesce a riconoscerla solo perché indossa lo stesso vestito e ha ancora i suoi iconici capelli.

Nel creare il costume per la Fata, Cantini Parrini attinge alle sue conoscenze e alla sua passione per il costume d’epoca, di cui è anche un fervido collezionista.

Un abito che rispecchia il mondo fiabesco, ma che allo stesso tempo cala una creatura magica nella cruda realtà del romanzo: realizzato con una semplice garza di cotone, risulta ingrigito dal tempo e dall’usura.

Dopotutto, la Fata è una creatura millenaria, che abita in una casa sperduta nel bosco, vecchia e “vissuta”, i cui proprietari sono tutti morti da tempo. Anche la capigliatura, una cascata di boccoli argentei, risulta meno curata nella versione adulta, a sancire l’ulteriore trascorrere degli anni; è ornata da una ghirlanda di fiori secchi, ispirata alle acconciature vittoriane, la quale rappresenta al meglio il suo aspetto efebico e “ultraterreno”.

A badare alla casa e alla fatina ci pensa da sempre la Lumaca (Maria Pia Timo). Personaggio secondario non sempre rappresentato, diviene nella versione di Garrone una delle protagoniste. I suoi abiti ricordano quelli di una vecchia bambinaia o cameriera. Indossa una veste da camera, con coprispalle e cuffia, ispirata al tipico abbigliamento da mattina delle signore di inizio ‘800.

Flemmatica, lenta e serafica, è forse il personaggio più vicino alla versione della fiaba. Queste sue caratteristiche si evincono anche dai vestiti, impolverati e usurati come quelli della Fata, bagnati della sua stessa bava e dai colori chiari, che riportano alla mente sensazioni di calma e serenità. Anche il suo enorme guscio viene riprodotto artigianalmente, e fa parte del costume.

Pinocchio di Garrone si prepara a conquistare gli Oscar: due le candidature, migliori costumi e miglior trucco e acconciatura.
Pinocchio e la Fata Turchina da bambina

Burattini, circensi e comprimari

Come in ogni romanzo di ampio respiro, sono soprattutto i personaggi secondari a raccontare e a rappresentare maggiormente lo spirito e l’epoca del romanzo stesso.

Tutto comincia nel villaggio di Geppetto: un paese povero e relegato ai margini della società e della Storia, in cui ognuno cerca di andare avanti come può. Gli abitanti hanno vestiti logori, coperti della terra che lavorano o pieni di segni della vita trascorsa nell’indigenza. E nello stesso modo verranno rappresentati anche gli abitanti dei paesi che Pinocchio visiterà nel corso delle sue avventure.

Stessa sorte tocca ai bambini del Paese dei Balocchi: ognuno indossa abiti diversi dai propri compagni, ma caratterizzati dagli stessi segni di usura degli adulti (calzettoni sporchi, pantaloncini e cappelli consunti), simbolo della vita dalla quale cercavano di scappare salendo sul carro dell’Omino di Burro.

Gli unici a distinguersi in mezzo alla folla saranno i clienti del mercato dove Pinocchio e Lucignolo (Alessio Di Domenicantonio) vengono venduti come asini a signori benestanti che potevano permettersi l’acquisto di animali da soma o da circo.

Il primo gruppo di comprimari che il protagonista incontra sono, però, i burattini del teatro di Mangiafuoco (Gigi Proietti). Curati nei minimi dettagli sia per quanto riguarda il trucco che i costumi, sono sicuramente i personaggi che rimangono maggiormente impressi dal punto di vista visivo. Anche loro presentano i particolari delle loro fattezze di legno sul viso e sul corpo; nella ricerca di realismo di questa versione, vengono rappresentati come le Maschere tipiche della Commedia dell’Arte, riprodotte con estrema attenzione alla tradizione.

Fra tutti spiccano Colombina, in un abito ricco di dettagli che ricorda quelli tipici del ‘700, e il Diavolo, con un costume rosso che sembra composto delle stesse fiamme dell’Inferno. Ma non mancano Arlecchino, Pulcinella, Pantalone, Gianduja e le Guardie, ognuno con un diverso trucco del volto.

I burattini in “Pinocchio” di Garrone

Non sarebbe Pinocchio senza il Grillo Parlante (Davide Marotta) e il Gatto e la Volpe (Rocco Papaleo e Massimo Ceccherini). Anche nel loro caso, i costumi rispecchiano tanto la loro personalità quanto il periodo storico della vicenda.

Il Grillo indossa abiti eleganti, che sottolineano il suo essere sapiente e dotto: giacca in camoscio e cravatta col fiocco, in tinta con il suo “colorito” verde, riprodotto attraverso il trucco.

Il Gatto e la Volpe, invece, possiedono costumi dai quali traspare il loro essere dei poveri mendicanti, un tempo attenti allo stile. Due vecchi dandy in cerca di espedienti per vivere, con abiti che mescolano epoche e stili differenti, ricordo di un glorioso, ma ormai lontano, passato. Il make up, invece, sfrutta la naturale fisicità dei due interpreti.

Completano la galleria di personaggi secondari creature interamente provenienti dall’immaginario fiabesco della storia: Medoro, il cane-cocchiere della fata Turchina, in una splendida livrea settecentesca; i becchini e i dottori, nei loro abiti scuri, truccati sin nei minimi dettagli; e gli artisti del circo, con i loro abiti sfarzosi, ma decadenti, simbolo dell’ambivalenza del circo di inizio ‘800, povero ma capace ugualmente di regalare mistero ed emozioni.

Pinocchio Garrone
I dottori in “Pinocchio” di Garrone

Per sancire l’importanza e la bellezza dei costumi del film è stata allestita, nel Museo del Tessuto di Prato, una mostra che raccoglie trenta abiti provenienti dal film.

Ad accompagnare questa sezione, una selezione di alcuni abiti storici (XVIII e XIX secolo) della collezione dello stesso Cantini Parrini; alcuni di essi sono serviti come fonte d’ispirazione anche per Pinocchio.

Garrone ci regala quindi una versione della favola non perfetta, ma che può contare su un’estetica impeccabile. Un bellissimo affresco, a volte statico e poco coinvolgente, ma che riesce a prendere vita grazie soprattutto ai meravigliosi costumi.

Leggi anche: Pinocchio – La Favola Italiana di Matteo Garrone 

Claudia Silvestri
27 anni, laureata in Lettere moderne alla triennale e in Scienze dello Spettacolo alla magistrale. Di recente ho conseguito un master in Critica giornalistica per lo spettacolo. Guardo di tutto e mi appassiono ad ogni genere, dal film d’autore fino ai cinecomics. Se non sapete dove trovarmi, probabilmente sono in sala a gustarmi un nuovo film.

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