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Nomadland – Un posto chiamato casa

«”Casa” è solo una parola o è qualcosa che porti dentro di te?».

15 settembre 2008. L’inatteso fallimento della Lehman Brothers scuote il mare del sistema economico americano e mondiale. Parte così uno tsunami che in pochissimo tempo travolge banche, aziende, famiglie, nazioni dando vita alla “Grande Depressione”.

A prima vista, pro può sembrare uno dei tanti racconti conseguenti alla crisi. Il film – diretto da Chloé Zhao, fresca vincitrice del Golden Globe alla regia – sceglie di narrarne uno degli aspetti meno conosciuti.  Concentrandosi sui disoccupati e senza casa creati dalla crisi, la pellicola segue le vite di questi nomadi, attraversando gli States alla costante ricerca di piccole occupazioni necessarie alla sopravvivenza.

Nomadland: un apparente documentario

Attraverso la protagonista Fern (Frances McDormand, affiancata da veri nomadi nel ruolo di sé stessi) la regista ci porta subito all’interno di questo fenomeno. Zhao ci conduce in un viaggio che, inizialmente, sembra raccontarne l’aspetto sociale ed economico, per poi virare in un’altra direzione.

Il film, candidato a 6 premi Oscar, parte con un taglio documentaristico, mostrando una quotidianità di turni di lavoro, pasti frugali, notti passate in un qualsiasi gelido parcheggio all’interno della propria casa mobile. C’è un mondo che cerca di sopravvivere, composto da diversi cammini solitari. Un mondo silenzioso, dimenticato, eppure ricco di persone senza rancore o lamento che con estrema dignità.

Nomadland
Un bellissimo tramonto nel deserto dell’Arizona

Oltre al lavoro, molti di loro hanno perso mariti, mogli e figli. Chloe Zhao ci porta a conoscenza dell’esistenza dell’RTR (Rubber Tramp Rendezvous), una comunità in mezzo al deserto dell’Arizona gestita da Bob Wells, dove i nomadi si ritrovano per condividere esperienze e aiutarsi a vicenda.

«Quindi ecco cos’è l’RTR, un sistema di supporto per persone che hanno bisogno d’aiuto in questo momento».
[Bob Wells]

Fern arriva in quella comunità spinta da Linda May, una donna che, come lei, è rimasta sola e vive nella sua stessa condizione. All’interno dell’RTR farà la conoscenza di altre storie solitarie, stringendo rapporto con due figure particolari. Dave, interpretato da David Strathairn, e Swankie, altra attrice non professionista. Attraverso l’incontro con queste due personalità, Nomadland inizia a percorrere un sentiero diverso, distaccandosi dal mero intento documentaristico per abbracciare una seconda, ma non meno importante, chiave di lettura.

Dave e Swankie: due strade diverse

Dave e Swankie sono la cartina tornasole attraverso la quale capire ciò che davvero spinge Fern a intraprendere quel viaggio solitario senza sosta. I due personaggi, pur condividendo lo stesso cammino, sono mossi da spinte diverse che inevitabilmente li porteranno a scelte radicalmente opposte. Swankie è una donna di 75 anni che vive la sua solitudine senza rimpianti, capace di accettare serenamente il tumore all’ultimo stadio che, se curato, le regalerà solamente pochi mesi di vita in più.

«I dottori mi hanno dato solo sette o otto mesi di vita. Ho intenzione di riprendere il mio viaggio, tornare in Alaska, perché lì ho tanti bei ricordi, e fare ciò che devo fare».
[Swankie]

La radicalità della sua decisione è tale da darle il coraggio di scegliere anche l’ultimo atto della sua vita. Non morirà in un ospedale allungando la sua agonia in un posto che non le appartiene, ma si lascerà finire nella terra alla quale sente di appartenere, anche senza un tetto sotto cui dormire. Swankie esprime perfettamente la differenza concettuale tra house e home, tra l’edificio fisico, tangibile e il focolare domestico, luogo affettivo intangibile.

Fern e Swankie conversano, durante una delle scene centrali di Nomadland

Il percorso di Dave appare invece meno consapevole, come se la sua solitudine derivasse da una catena di tante piccole decisioni, di frasi non dette, di rapporti abbandonati gradualmente. A differenza di Swankie, non è solo, ha un figlio che a sua volta sta per diventare padre e che gli chiederà di terminare quel viaggio per ricongiungersi alla famiglia.

«A lui non piacque il fatto che non fossi molto presente quand’era giovane, ho provato a esserci quando era diventato più grande, ma lui era perso nelle sue cose, io nelle mie e credo di aver semplicemente dimenticato come essere un padre». [Dave]

Eppure, nonostante il timore di essere inadeguato, farà una scelta diversa da quelle prese nel corso del suo passato, decidendo di abbandonare definitivamente la condizione di nomade per tornare in un mondo in cui è possibile sentire il calore che solo la famiglia può dare.

Dave non ha vissuto con serenità l’allontanamento da un percorso di vita convenzionale, dai suoi occhi non traspare quella pace che scorgiamo in quelli di Charlene. Ciò che emerge è la malinconia dovuta al rimpianto di aver perso tanti momenti di felicità e di non aver mai avuto, fino a quel momento, il coraggio di tornare sui propri passi e ammettere le proprie colpe. Per Dave, house e home coincidono e il ricongiungimento familiare diventa pertanto lo sbocco naturale. La casa di famiglia diventa il porto sicuro, dove poter passare l’ultima parte della propria esistenza.

Nomadland
Dave, uno dei più importanti personaggi secondari di Nomadland

Fern: alla ricerca della serenità perduta

Dopo aver messo in piedi una cornice descrittiva in un contesto lontano da ciò a cui siamo abituati, Nomadland si riempie di qualcos’altro. Attraverso tramonti, dolci e lente riprese in campo lungo, Chloe Zhao disegna uno scenario di natura incontaminata, selvaggia, ma allo stesso tempo rassicurante.

Ciò che emerge non è la condizione di semi-povertà dei protagonisti, né tantomeno la difficoltà di vivere senza una fissa dimora, quanto piuttosto un luogo in cui si respira pace, serenità, accettazione. In questo mondo, Fern compie un viaggio che la porterà a cercare il proprio posto, lei che, trovatasi sola dopo la morte del marito, inizialmente decide di non lasciare Empire, il paese in cui vivevano e lavoravano.

«Bob non ha mai conosciuto i suoi genitori e non abbiamo mai avuto figli. Se non fossi rimasta, se fossi andata via, sarebbe stato come se lui non fosse mai esistito. Amava Empire, amava così tanto il suo lavoro, amava stare lì, tutti gli volevano bene. Così sono rimasta. Stesso paese, stessa casa».
[Fern]

Il percorso di Fern, pur avendo qualche punto in comune con Swankie e Dave, prenderà una terza via. A differenza degli altri due, la protagonista porta con se il peso di un amore che gli è stato strappato via da un male incurabile, scegliendo di restare nel luogo in cui quel sentimento è nato ed è stato vissuto fino all’ultimo respiro. Prima di intraprendere il suo cammino solitario, i concetti di house e home coincidono. Il luogo fisico è esattamente lo stesso in cui è ancora fortemente percepibile quel calore familiare e la paura che questo stesso calore possa spegnersi la spinge a restare ferma, nonostante il dolore.

«Mio padre era solito dire che ciò che è ricordato vive. Forse ho speso troppo tempo della mia vita solo a ricordare».
[Fern]

É con questa nuova consapevolezza che quindi Fern decide di abbandonare la vecchia casa, alla ricerca di una diversa prospettiva di vita in cui home e house non debbano necessariamente coincidere.

Nomadland
Frances McDormand, candidata come migliore attrice protagonista, interpreta Fern in Nomadland

Fern rinuncia al luogo fisico, perché in cuor suo inizia a capire che forse esiste un’altra via per recuperare almeno un pezzo di quella serenità perduta e per accettare finalmente un lutto mai elaborato completamente. Il suo diventa un salto nel buio, alla scoperta di sé stessa e di ciò che possa darle realmente una nuova felicità.

Quindi il suo viaggio solitario prosegue, nonostante abbia avuto l’occasione di tornare a vivere in un posto fisso per ben due volte. Né la sorella, né Dave potranno essere il suo punto d’arrivo, poiché l’abbandono della vecchia casa non può essere superato semplicemente insediandosi in un altro luogo qualsiasi. La scelta della protagonista è quindi l’unica possibile, la sola che potrà un giorno garantirle di sentirsi realmente in pace e di raggiungere nuovamente quella sintesi tra home e house, tra intangibile e tangibile, in cui dolore e amore saranno nuovamente bilanciati.

Fino a quel momento, buon viaggio Fern.
See you on the road.

Leggi anche: Oscar 2021: ecco tutti i film in gara

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