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Ettore Scola – Tra crisi di valori e infelicità in un’Italia in transizione

Un decennio della nostra storia (1960-1970) è stato caratterizzato da una profonda crisi di valori che ha dato vita alla classe dei cosiddetti «privilegiati depressi». E molto del cinema moderno italiano si è impegnato proprio nell’analizzare tale realtà fragile e complessa. Uno dei registi che ha più cercato di raccontare questi privilegiati nelle loro sfaccettature è Ettore Scola.

Siamo pronti, dunque, a immergerci in quelle terrazze romane malinconiche e disilluse, in cui si riunivano quegli intellettuali, che si erano tanto amati, per confrontare le rispettive disperazioni.

La terrazza

Mario: «Come si era felici quand’eravate tutti imbecilli».

In una terrazza romana, si riuniscono amici e borghesi intellettuali, tra questi un produttore cinematografico, un dirigente televisivo, un senatore, un giornalista e uno sceneggiatore, tutti in crisi e con tanti rimpianti.

Ettore Scola ci mostra la fotografia di una classe sociale in contrasto con quelli che erano i loro ideali in un paese in transizione.
La terrazza- Illustrazione

Questo film, dunque, scava nelle profondità della fragilità umana e smonta le false apparenze.

Sergio: «Siamo tutti così vanitosi che vogliamo per forza essere ammirati o disprezzati, dimenticando che il sentimento più diffuso tra noi è l’indifferenza».

Uno dei personaggi più sottovalutati del film, ma anche quello le cui vicende fanno molto riflettere, è senza dubbio il produttore Rai Sergio, la cui fragilità emerge sin dalle prime scene. Si comporta come se non volesse dare fastidio e quando prova a manifestare il suo malessere non viene ascoltato. I suoi amici non capiscono perché sia ossessionato dalla dieta e dal suo corpo, e per questo motivo lo prendono in giro.

Sergio è un uomo molto solo sia umanamente che professionalmente. I suoi datori di lavoro lo sottovalutano e per questo motivo tendono a emarginarlo, non danno spazio alla sua vena creativa e alla sua sensibilità acuta. I programmi culturali che ha in mente per trasmettere qualcosa alle nuove generazioni vengono regolarmente rimpiazzati da film più commerciali e decisamente più adatti alle tendenze dettate dai cambiamenti generazionali.

Sergio, vittima di indifferenza e solitudine, si ammala e diventa anoressico. Nonostante il suo atteggiamento distaccato e malinconico abbia cercato di mandare dei segnali di aiuto, nessuno si renderà conto della sua scomparsa se non tre ore dopo averlo trovato morto sotto la neve artificiale di un set cinematografico.

Questa scena è più complessa di quanto non possa sembrare, poiché affronta due tematiche di una certa importanza: la prima – già citata – è l’indifferenza che rivolgiamo al prossimo senza curarci delle sue crepe, la seconda è, metaforicamente, la morte del cinema.
Il fatto che Sergio muoia all’interno di un set è di fatto molto significativo: sia Sergio che il cinema, infatti, sono stati uccisi da quella crisi di valori che aveva cominciato a invadere anche il mondo cinematografico.

Un altro infelice è il produttore Amedeo (Ugo Tognazzi) che all’apparenza vive una vita felice con la moglie Enza, ma in realtà è solo un ipocrita, dato che egli stesso annega nella solitudine più nera.

La moglie pensa, nevroticamente, al lavoro e quando si avvicina a suo marito è per chiedergli di produrre il film del suo giovane amante: pur di accontentare la moglie, Amedeo accetta, ma il film che produrrà confermerà, di nuovo allegoricamente, ma non così velatamente, lo stato di assoluta crisi in cui era precipitato il cinema italiano.

Degli altri protagonisti parleremo in seguito.

C’eravamo tanto amati

Gianni Perego: «Il futuro è passato, e non ce ne siamo nemmeno accorti».

Scola ripercorre trent’anni di storia italiana – 1945/1975 – attraverso lo sguardo e le vicende di Antonio (Nino Manfredi), Nicola Palumbo (Stefano Satta Flores) e Gianni Perego (Vittorio Gassman) tre partigiani che, dopo essersi separati, prenderanno strade diverse.

Questi tre uomini si lasciano promettendosi di rimanere fedeli a quei valori protagonisti della resistenza. Le vicende della vita, però, metteranno a dura prova la loro lealtà.

Ettore Scola ci mostra la fotografia di una classe sociale in contrasto con quelli che erano i loro ideali in un paese in transizione.
C’eravamo tanto amati: Gianni Perego, Antonio e Nicola Palumbo

Romolo Catenacci: «Negli onesti c’è quella purezza d’animo che se gli capita l’occasione diventano più mascalzoni dei mascalzoni veri».

Il primo a fallire è Gianni che, profondamente egoista, farà qualsiasi cosa pur di ottenere ciò che desidera. Non esiterà infatti a mettersi con Luciana – fidanzata di Antonio, interpretata da Stefania Sandrelli – che lascerà poco dopo, per sposarsi con Elide, figlia di un imprenditore arricchitosi tramite affari illegali.

Questo suo comportamento sembra quasi una contraddizione, dato che Gianni odia la disonestà e l’ignoranza di quella gente.

Con il passare degli anni, Gianni diventerà un uomo spietato e frustrato sia perché continuerà ad amare Luciana e a disprezzare Elide, sia perché diventa quel tipo d’uomo che aveva giurato di non diventare mai.

Nicola Palumbo: «La guerra finì, scoppiò il dopoguerra».

Il professor Palumbo rimarrà a sua volta forse troppo fedele ai propri ideali: per seguire infatti la sua passione per il cinema arriverà ad abbandonare la moglie e il figlio, perdendo persino il lavoro. Rappresenta di fatto l’archetipo del piccolo intellettuale che crede fermamente di poter cambiare il mondo, senza rendersi conto che è il mondo a cambiare lui.

Antonio: «Eh, se semo stufati d’esse boni e generosi!».

Paradossalmente l’unico che riuscirà a mantenere saldi i suoi valori, senza farsi rovinare da essi, è proprio Antonio (colui facente parte della classe media).

Antonio è il personaggio migliore del film, crede nell’amicizia come valore assoluto e nella lealtà.

Ettore Scola ci mostra la fotografia di una classe sociale in contrasto con quelli che erano i loro ideali in un paese in transizione.
C’eravamo tanto amati: Antonio e Luciana

Antonio continuerà a vedere il buono negli altri riuscendo a portare avanti il suo credo e ad accontentarsi della vita, senza pretendere di stravolgerla radicalmente (come Antonio) e senza cadere nella nevrosi della depressione (come Nicola).

«Nel piccolo italiano medio c’è una zona nobile, un soprassalto di dignità che non arriva all’eroismo, ma che lo spinge ad agire, anche solo con una dimostrazione di affetto e di appoggio all’amico».

(Ettore Scola)

Come si può ben intuire, questi due film hanno molto in comune, più di quanto si possa immaginare.

La cura per i particolari di Scola

Che Ettore Scola avesse una passione per la cura dei dettagli è innegabile e, anche in questi film, non si è risparmiato. C’eravamo tanto amati (1974) però, rispetto a La terrazza (1980), è molto più ricco di quei particolari che costituiscono la cornice narrativa del film.

In C’eravamo tanto amati, Scola ricostruisce pezzo dopo pezzo la storia dell’Italia e degli italiani, anche attraverso lo sguardo del cinema. Da De Sica a Fellini passando per Antonioni, Scola ci mostra i tre scenari socioeconomici che si sono susseguiti in Italia dal ’45 al ’75, ovvero le incertezze del dopoguerra, il boom economico e la dolce vita, e l’alienazione accompagnata dalla depressione intellettuale.

Ne La terrazza invece c’è solo un piccolo dettaglio, al quale magari non si presta molta attenzione, ma che invece si adatta perfettamente alla trama.

«Ma la televisione ha detto che il nuovo anno
Porterà una trasformazione
E tutti quanti stiamo già aspettando».

(Lucio Dalla, “L’anno che verrà”)

La trasformazione della quale parla la canzone è quella che stanno vivendo i nostri protagonisti: la trasformazione del cinema, lo scontro generazionale e la crisi nonché il fallimento del loro sistema valoriale. Luigi, Amedeo, Mario e tutti gli altri attendono questa trasformazione passivamente, continuando con le loro vite di sempre.

La coralità

Ognuno di noi vive la sua storia personale, e ogni storia ha una sfumatura diversa e questo Ettore Scola lo applica alla perfezione. Per questo motivo decide di dar voce a più personaggi, affinché questi intellettuali possano mettersi a nudo mostrandoci, attraverso le loro esperienze, in cosa hanno fallito.

Romolo Catenacci: «Chi vince la battaglia con la coscienza, ha vinto la guerra dell’esistenza».

Una non protagonista di questi film è la felicità.

Il già citato Gianni rinuncia alla sua felicità per mere ambizioni personali, anche se in un primo momento sceglierà di sacrificare l’onestà alla felicità e in seguito rinuncerà a entrambe.

Ettore Scola ci mostra la fotografia di una classe sociale in contrasto con quelli che erano i loro ideali in un paese in transizione.
La terrazza: Mario al congresso del Pci

Diverso è il caso di Mario, membro del Pci, che vi rinuncia per finto moralismo. Dopo aver iniziato una relazione adulterina con Giovanna (Stefania Sandrelli), la lascerà sia per non ferire la moglie che per non essere visto dai membri del Pci come un uomo senza ritegno e morale.

Tutti gli altri invece sono infelici poiché costantemente insoddisfatti e perché (come il professore Palumbo), si ritengono superiori agli altri in quanto intellettuali. Questo loro senso di superiorità, legato alla crisi verticale dei valori, li porterà al limite della nevrosi fino a compiere gesti estremi.

Oltre a Nicola Palumbo, un altro intellettuale sull’orlo della follia è lo sceneggiatore Enrico.

Enrico infatti non riesce più a scrivere perché il romanzo, così come il cinema, è deceduto nella mediocrità e nel commerciale. La gente pretende sempre di più e non si accontenta mai, le mode galoppano al passo con i tempi e per gli scrittori è impossibile adattarsi.

Che la crisi dei valori sia poi direttamente collegata alla morte del cinema è palese, soprattutto in una delle più famose scene di C’eravamo tanto amati: Palumbo partecipa a un convegno al quale interviene De Sica, ma non si avvicina per parlargli.

Da un lato quindi abbiamo Nicola che, a causa della sua voglia di voler essere infallibile e superiore a chiunque, diventa egli stesso fallito e frustrato per quello che ha perso e per ciò che non è diventato; dall’altro il regista di Ladri di Biciclette: Vittorio De Sica. Il noto regista, secondo Palumbo e quindi secondo Scola, ha perso, in quanto vittima di quella crisi che aveva cominciato a invadere il cinema.

I suoi film, in particolare quelli neorealisti, non sono stati apprezzati, e durante gli anni ’70 lo stile di De Sica passa di moda. Nemmeno lui, quindi, riesce a sopravvivere alla crisi dei valori e alla morte del cinema.

Ettore Scola ci mostra la fotografia di una classe sociale in contrasto con quelli che erano i loro ideali in un paese in transizione.
“Pensavamo di poter cambiare il mondo e invece è il mondo che ha cambiato noi”, da C’eravamo tanto amati

Ci troviamo dunque di fronte a una generazione di ipocriti, nevrastenici, falliti e miserabili.

Mario: «Ormai siamo tutti cosi: personaggi drammatici che si manifestano solo comicamente».

Questi uomini distrutti sperano che le nuove generazioni, così piene di vita e di saldi ideali, possano riscattarli. Luigi, Mario, Gianni, si rivolgono quindi ai giovani chiedendogli di non accettare la loro eredità fatta di compromessi e vane ossessioni. Sperano di riuscire a fare di meglio costruendo dei nuovi valori e senza cadere nell’ozio e nella follia che ha contagiato alcuni di loro.

Come già sottolineato, tra tutti loro a salvarsi è l’italiano medio perfettamente incarnato da Antonio di C’eravamo tanto amati. Ed è a questo punto che Scola ci pone un dilemma.

«Vivere in maniera semplice senza troppe pretese o vivere da intellettuale con tutto quello che comporta?».

(Ettore Scola)

Scola non ci mostra quale strada sia giusto seguire, ma si limita solamente a fare una distinzione tra l’italiano medio e il borghese intellettuale. L’intento di Scola è quello di fotografare tante storie, simili e diverse al contempo, per realizzare un documentario sulla storia dell’Italia e degli italiani.

Anche se un merito a questi intellettuali bisogna pur riconoscerlo, ovvero il coraggio. Sono consapevoli che ormai non possono cambiare le loro vite, quindi si limitano semplicemente a continuare a vivere. E se è vero che per cambiare la propria vita serve tanto coraggio, ce ne vuole altrettanto per lasciare le cose così come stanno. Anche se ciò porta alla rinuncia dell’amore e della felicità.

Ettore Scola ci mostra la fotografia di una classe sociale in contrasto con quelli che erano i loro ideali in un paese in transizione.
La terrazza: scena finale

Le donne di Scola

Non potevamo non dedicare due parole anche al mondo femminile nei film di Scola, particolarmente in questi due film.

Enrico: «Tutte le mogli che si emancipano diventano giornaliste, registe, architetti. Non ce n’è una che aspiri a diventare impiegata delle poste».

Sergio: «E perché no? Visto che sul Parnaso ci sono tanti uomini che figurerebbero meglio al catasto, nelle ferrovie, nei pastifici».

Non sono solo le donne a essere evolute, ma anche gli uomini come Luigi. Il giornalista infatti fa da pigmalione alla sua fidanzata Carla, facendola studiare e progredire culturalmente fino a quando non diventa lei stessa una giornalista di successo. Carla è anche un’attivista femminista e commenterà uno dei primi documentari su un processo per violenza: una giovane violentata passa da vittima a provocatrice. Cosa che purtroppo accade anche oggi a distanza di quarant’anni.

Un’altra donna chiave è senza dubbio Luciana (Stefania Sandrelli) che dopo essersi ripresa dalla rottura con Gianni, deciderà di ribaltare la propria vita. Tenterà di fare l’attrice, ma con scarsi risultati, ripiegando su un diverso lavoro. Quando, dopo tanti anni, si rincontrerà con Gianni e l’uomo le confesserà di averla sempre amata, lei risponderà con un secco «io no».

Lei ha superato quello che è stato il loro passato acquisendo un’indipendenza sentimentale: è semplicemente andata avanti.

Dulcis in fundo abbiamo Elide. La giovane si innamora perdutamente di Gianni che per convenienza la sposa. Lei sa che Gianni apprezza le donne colte e ben curate e per questo motivo comincerà a curare il suo aspetto e la sua istruzione.

C’eravamo tanto amati: Elide (Giovanna Ralli)

A un certo punto continuerà a farlo non più per Gianni, bensì per sé stessa, scoprendo la passione per il Siddharta e per i film di Antonioni.

Elide sa che Gianni ama un’altra, percepisce la presenza di lei tra loro, ma nonostante questo non fa nulla per amore della famiglia. Si tratta dunque di una donna coraggiosa, perché servono coraggio e tanto amore per stare accanto a un uomo ipocrita solo per il bene della famiglia. Famiglia che di fatto si distruggerà dopo la morte di Elide.

Due film che visti in un’unica ottica restituiscono un quadro fedele di ciò che era l’alta società italiana dell’era moderna; e che hanno ispirato molti dei registi italiani dell’età contemporanea, tra i quali Paolo Virzì e Paolo Sorrentino.

Leggi anche: Ettore Scola- Il grottesco per dipingere il reale

Alessandra Cinà
Nata a Palermo nel 2001, studentessa di lingue e letterature straniere. La mia linfa vitale? Il cinema,la musica e la letteratura.

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