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Magnolia – Ballata di malinconica speranza

Nell’ultimo atto di Magnolia (1999) c’è un momento in cui il tempo sembra cristallizzarsi. Fino a quell’istante Paul Thomas Anderson ha portato avanti con una progressione drammatica vite, conflitti e fragilità fino al punto di rottura definitivo: tutto implode sotto il peso enorme del dolore di ciascuno dei protagonisti e al crollo contemporaneo di quei nove mondi diversi segue un silenzio di solitudine.

La coralità frenetica a cui abbiamo assistito fino a quel momento scompare, stremata come dopo una lunga battaglia persa: ciò che resta è un vuoto intriso di disillusione in cui il singolo si ritrova faccia a faccia con i propri demoni dopo aver cercato disperatamente una via di fuga che risulta essere inesistente perché, come detto più volte nel corso della storia citando Shakespeare, possiamo chiudere con il passato ma il passato non chiude con noi.

In quel momento esatto, incastonato tra l’uragano emotivo e l’imminente simbolica pioggia di rane, lo scenario però cambia: c’è la sensazione quasi impercettibile che stiamo per assistere all’inizio di qualcosa di mistico, come se Anderson decidesse di far fare un respiro profondo alla storia prima che gli eventi comincino a prendere un’altra piega. Ecco che quindi la coralità assume una forma diversa spezzandosi sulle note di un brano cantato dai personaggi nella contemporaneità delle loro solitudini, una ballata attraverso la quale si preparano a una catarsi che li condurrà fino alla fine dell’opera.

Il bellissimo mosaico di Magnolia

«It’s not what you thought when you first began it. You got what you want, now you can hardly stand it, though».

(Aimee Mann, “Wise up”)

«Non è ciò che pensavi quando hai iniziato»

Sembra dire Claudia a sé stessa dopo aver sniffato la dose di cocaina preparata sul tavolinetto di casa; non era quella la vita che sognava quand’era bambina, prima che la sua infanzia venisse violata dagli abusi del padre passati sottotraccia.

Il grido di dolore che si traduce nella tossicodipendenza viene ignorato da tutti, persino dalla madre che non si è mai realmente chiesta il perché di quella spirale autodistruttiva, come se la deriva presa dalla sua vita fosse solo una di quelle cose che capitano.

Non è di sicuro al tradimento da parte dei genitori quello a cui pensava Donnie quando da piccolo ha cominciato a macinare record nei quiz televisivi, vittima esattamente come Stanley della propria genialità che ha regalato fama in cambio di un’infanzia privata dell’innocenza e dell’amore necessari. Nemmeno Frank credeva che si sarebbe ritrovato in macchina fuori dalla villa del padre morente quando poche ore prima ha deciso di concedersi all’ennesima intervista, né tantomeno che sarebbe rimasto in silenzio mentre la sua maschera di virilità e sicurezza cadeva a pezzi a causa di una domanda capace di riportare a galla le fragilità nascoste per anni.

Eppure lui apparentemente ha ottenuto ciò che voleva raggiungendo il successo grazie a quell’immagine vincente che promette ad altri uomini pieni di insicurezze, convincendoli che ancorarsi al passato è il modo migliore per non fare progressi; la corazza scintillante che per anni ha indossato non è stata sufficiente a proteggerlo dall’ineluttabilità da un passato che torna a galla con una forza che stride con i modi affabili della giornalista.

«By now you know it’s not going to stop till you wise up».

(Aimee Mann, “Wise up”)

Jimmy ed Earl lo sanno che il tumore non si fermerà, che ormai resta pochissimo tempo per rimediare al male inflitto ai figli con i quali cercano disperatamente di riallacciare i rapporti prima della fine. Sanno entrambi quanto sia stata grande la devastazione lasciata nelle vite di Claudia e Frank attraverso un amore malato e sporco o, nel secondo caso, inesistente, di aver tradito quel patto genitoriale a causa del loro egoismo. Anche Linda è consapevole che Earl sta morendo e sembra aver finalmente aperto gli occhi sulla sua infedeltà come moglie, su di un matrimonio di interesse poggiato esclusivamente su quegli stessi soldi che ora non vuole ereditare perché finalmente ha capito di amarlo e vuole che quell’amore sia finalmente vero e puro.

«You’re sure there’s a cure and you have finally found it. You think one drink will shrink you till you’re underground and living down».

(Aimee Mann, “Wise up”)

Eppure tutti sembrano intuire che esiste una cura al loro male di vivere.

C’è chi, come Jim, la trova nell’amore: innamorandosi di Claudia restituisce colore a una vita che è diventata solo grigia routine da quando la moglie è morta; Stanley invece la raggiunge ribellandosi in diretta alla società travestita da pubblico televisivo che fino a quel momento l’ha sempre trattato come un buffo animaletto da circo, compiendo il primo passo verso l’emancipazione da un mondo che gli ha rubato il tempo e la spensieratezza della sua infanzia.

Altri invece sono ancora persi nei loro conflitti, nella lotta infinita con demoni troppo forti per poter essere mandati via.

Donnie ha cercato disperatamente le attenzioni del barista palestrato, affascinante e ignorante che in qualche modo rappresenta la sua antitesi: ubriaco, si illude del fatto che svendere disperatamente tutto il suo amore possa colmare l’enorme vuoto sentimentale che si porta dietro da quand’era bambino. Anche Jimmy beve, con la speranza che l’incoscienza derivata dai fumi dell’alcol possa dargli ancora più coraggio mentre tira fuori dal cassetto la pistola con la quale ha deciso di porre fine alla sua vita.

L’impossibilità di cancellare quanto fatto in passato è dolorosa più della stessa malattia e l’unica cura possibile sembra essere il suicidio.

Allo stesso modo, Claudia è divorata dalla consapevolezza di non avere più tempo perché ormai è tardi per poter vivere l’amore finalmente sbocciato per Earl.

La soluzione non può che essere quella della caduta definitiva facilitata dal cocktail di farmaci, un addio solitario nella sua macchina ai bordi di un viale deserto preceduto dall’ultimo saluto dato al compagno morente.

«Prepare a list for what you need before you sign away the deed».

(Aimee Mann, “Wise up”)

  • Ognuno quindi comincia a riflettere della propria condizione con una razionalità fino a quel punto inesistente, scorrendo la lista di rimorsi e rimpianti del proprio vissuto: pur se dolorosa, la consapevolezza porta con sé una serena accettazione del proprio io, delle debolezze, degli errori commessi, di ciò che può essere ancora salvato e di quello che invece non può essere cambiato.

Si compie così il primo passo verso una nuova vita nella quale i conflitti non scompariranno ma non saranno più veicolo di negazione e autodistruzione.

Stanley, Donnie, Claudia, Frank non avranno mai indietro l’infanzia perduta, Jim non si staccherà mai dalla sua immagine estremamente ordinaria, Claudia probabilmente non si perdonerà mai del tutto le infedeltà nei confronti di Earl, Jimmy non otterrà la riconciliazione con la figlia; tutti però dopo la tempesta emotiva e il temporale purificatore raggiungeranno la pace poiché per la prima volta giungono a un compromesso con la loro parte più oscura. Quella ballata lenta, delicata e solitaria è l’inizio di un finale pieno di possibilità che conclude la lunga poesia che Paul Thomas Anderson ci ha regalato. Claudia ci guarda negli occhi e sorride, portando idealmente con sé gli altri protagonisti della storia: finalmente anche lei si è arresa alla bellezza della speranza.

«So just give up».

 

Leggi anche: Il Finale di Magnolia – La pioggia di rane

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